La vita si può leggere anche come storia di dolore, ed è in questo senso che forse va interpretata l’espressione, presente nella Salve Regina relativa alla «valle di lacrime». Non è facile trovare persone felici, e quando le individuiamo ci appaiono inadeguate, strane, poiché sembrano non vedere il dolore che hanno attorno, magari nel giro della loro stessa famiglia. C’è, dall’altra parte, persino chi teme la felicità, quasi fosse l’annuncio di un dolore maggiore. Che non è solo quello espresso, manifestato e gridato, ma anche il dolore che non si vede, che si maschera, che si nega quasi per pudore, eppure esiste. La nostra è una società disattenta al dolore dell’altro, mentre è ipersensibile al proprio, e così nemmeno il dolore unisce. Che poi, di dolori, ne esistono di vari tipi. C’è ad esempio il dolore fisico, che fa capo a un segmento del corpo, e c’è un dolore esistenziale che invece si riferisce alla fatica di vivere. E si esprime con espressioni del tipo: «A me la vita è male», o «sono preso da una sfortuna che sembra giocare contro di me, rendendomi infelice». Il mal di vivere, appunto. E non siamo ancora alla depressione, all’angoscia, ma solo a un vissuto diffuso che non fa amare la vita.
Ma se questo è il contesto sociale di un dolore "ordinario", vi sono anche i luoghi del dolore: gli ospedali, i ricoveri per i vecchi, le molte strutture che oggi inventano per se stesse nomi eleganti, che nella sostanza significano però solitudine e abbandono. Il dolore della solitudine, del sentirsi inutili, di un nonno che è isolato rispetto a quanti da lui hanno avuto vita, figli e nipoti, residenti tutti – guarda caso – in luoghi nei quali per lui non c’è un posto fisico, ma nemmeno affettivo.
Riconosco naturalmente che la mia professione di psichiatra mi lega al dolore. Così che quando entro dentro una vita mi accorgo di quanta paura e quanto dolore vi si trovino, fino a doverli individuare come il filo conduttore dell’esistenza intera. Forse la mia è una visione particolare, ma poiché resto convinto che il dolore del singolo uomo diviene prima o poi un dolore dell’umanità, tendo a vederlo esteso e a leggere la follia di questo mondo come il tentativo di coprire una insoddisfazione, un dolore che appare inutile, e che talora si trasforma in gesta di piacere che generano però poi maggior dolore.
Gli ospedali sono luoghi tristi, comunque li si voglia vedere: certo, sono spazi organizzati per dare in senso tecnico la salute, che la migliorano, che cercano di prevenire gli sviluppi gravi di una patologia in corso, ma gli stessi nosocomi sono regolati da meccanismi che non considerano l’uomo in sé, quanto un organo, o una funzione organica. Sono inoltre luoghi della paura, perché si teme che la cura non funzioni, che gli accertamenti diagnostichino un male peggiore e incurabile. Il dolore poi si accompagna sempre alla paura, alla paura del dolore stesso e alla paura che quel dolore indichi qualcosa di peggio del male che si sente acuto in quel momento. E il dolore si fa esistenziale, e si crede che la vita sia inadeguata, che non si riesca a fare nulla di buono e che sia meglio morire.
Le maschere del dolore sono infinite e la vita sembra talora una dance macabre. C’è ad esempio il male bambino, che rimane forse quello più difficile da capire. Infatti sono tanti i bambini che soffrono, al punto che sembra paradossale che si continui a dipingere l’infanzia come un’oasi della spensieratezza, della serenità. Mi limito a guardare attorno a me, dentro gli ospedali che frequento, in cui lavoro. Sì, anche la follia e i suoi luoghi sanno di dolore, poiché la follia è una maschera del dolore, di un dolore al limite della possibilità di vivere, e allora si perde la propria identità, si smarrisce il senso della realtà perché il mondo concreto, quello dell’esperienza, è insopportabile e lo si fugge, o si cerca di non capirlo. Ecco la mancanza del senso della realtà.
Credo che il prete sia un personaggio del dolore, che egli sia in grado di capirlo, addirittura di condividerlo. A lui non spetta porsi il problema della terapia ma di una condivisione sì, di sentire il dolore come proprio e di poter dire: «So che soffri, io voglio stare qui per soffrire con te». Penso alle grandi figure di preti che hanno saputo sostituire il condannato a morte, per impedire all’altro di soffrire oltre e di morirne. Come fece padre Kolbe. So che il prete è parte del dolore, poiché ha strumenti per lenirlo anche se non per guarirlo. Ha la possibilità di suggerire di credere, di sperare, di guardare oltre, per saper attendere dalla giustizia divina quello che la vita sembra non dare.
I preti negli ospedali non sono sempre bene accetti oggi, e quando entrano nelle stanze di ricovero c’è gente che si distrae, che finge di non vedere, qualcuno fa addirittura gesti scaramantici, perché la loro figura richiama, come si diceva, morte. In genere sono accolti meglio dai bambini, poiché sanno mettersi al loro livello, sanno anche giocare. E quando mettono l’abito laicale si difendono dicendo che così possono aiutare senza darlo troppo a vedere. Per la verità, io non so quali siano le strategie migliori per aiutare a dare un senso al dolore, e da attuare da parte di chi deve testimoniare quella figura straordinaria che è Cristo, ma certo occorre interrogarsi. Conosco alcuni preti di ospedale e li stimo, ma leggo talora sui loro volti una certa difficoltà a intessere una relazione, per andare oltre le frasi fatte e gli auguri di maniera. Occorre invece saper trasmettere speranza, che a me pare sia qualcosa di più di una mera consolazione.
Di questo tipo di prete non so dire molto se non che è necessario e che deve trovare le modalità giuste, adatte all’oggi, per mostrarsi parte di quel dolore. Non basta scimmiottare una presenza, non basta entrare e impartire la benedizione. Forse una preghiera talora comunica di più la presenza di Dio, per questo deve essere proposta e fatta in un certo modo. Bisogna promuovere occasioni nelle quali i sacerdoti possano chiedersi come aiutare il dolore. E studiare un approccio che avvicini all’ammalato non in generale o in astratto ma, ogni volta, a quella data persona, che vive quella data situazione, che deve affrontare quella data prova. So bene che i miracoli sono cose molto concrete e difficili, che non dipendono dagli umani; quello che dipende da noi invece è saper condividere il dolore. E il risultato è già un miracolo. I preti che entrano in una corsia non sanno nulla delle storie, delle paure dei malati lì presenti, e dunque danno testimonianze troppo vaghe per riuscire davvero a entrare dentro i bisogni che il dolore provoca in colui che soffre. Il prete del dolore deve amare il dolore, e nelle corsie degli ospedali – fermandosi nelle diverse stanze – deve percorrere una via crucis che ha a che fare con quella di Cristo. Il dolore è una porta che si apre sull’amicizia, la confidenza, ma per aprire quella porta c’è bisogno di una chiave specifica che non si individua nella fretta, in una ritualità convenzionale
Ecco, per riuscire ad aprire quella porta mi permetto di suggerire – come avvio di riflessione – un paio di atteggiamenti. Il primo è l’atteggiamento dell’amore, perché quando uno soffre ha antenne più sensibili per cogliere la qualità dell’atteggiamento altrui. E quando uno soffre bisogna amarlo di più, per sostenerlo nelle evidenze che in quella condizione maturano, compresa quella del destino e del mistero della fine. Amare colui che soffre, come lo ha amato Cristo. Il secondo atteggiamento riguarda la fiducia. Che ha, lo si ricordi sempre, un effetto terapeutico, tanto da farmi concludere che è ancora il " farmaco" più usato e più efficace. E questo non meraviglia certo uno psichiatra, il quale sa bene che la speranza è terapeutica in sé, rispetto all’attesa di una catastrofe o della fine. La sola possibilità di intravedere un futuro migliore stimola le nostre difese immunitarie e ci fa reagire meglio e rispondere meglio alle cure. I depressi, che non hanno speranza, si ammalano più facilmente e fanno più fatica a guarire. Sono senza speranza e non vedono nessuno a cui rivolgere la propria supplica o preghiera. Sembra che non avvertano più alcun legame con il presente, e con la vita. Esiste – chi non lo sa? – un rapporto stretto tra mente e corpo, e dunque lo stato mentale influisce sul soma e, viceversa, una buona salute degli organi incide sul benessere psicologico e mentale. Oggi ci sono i dati scientifici per poter dare ragione all’adagio antico mens sana in corpore sano, e anche all’altro adagio, meno noto, corpus sanum in mente sana. E non mi meraviglio affatto che la preghiera – quale che sia la nostra religione – abbia un’efficacia terapeutica. Quando poi, come succede nella religione cattolica, credere significa entrare in una relazione speciale con Dio attraverso suo Figlio incarnato, si hanno come delle chances accresciute, e tra queste figura senz’altro il prete. Un prete vero, che sa vivere la relazione con il dolore, perché lui è, e in maniera niente affatto ironica, il "prete del dolore"
Ma dopo aver parlato del prete del dolore, sento il bisogno di accennare al dolore dei preti. È un capitolo cui dovremmo tutti porre un po’ più di attenzione, perché ci sono i preti che accusano tutti i dolori di cui abbiamo parlato, indicandoli nel contempo come impegni della missione del prete. Ci sono preti soli, ci sono case del clero che sanno di abbandono, preti malati gravemente che hanno bisogno di affetto. La fragilità del prete va considerata proprio mentre si guarda al prete che aiuta la fragilità di tutti, e soprattutto di chi sente il dolore fisico o esistenziale. Ci sono preti che stanno male e lo nascondono per non frapporre barriere al donarsi agli altri, come una mamma che nasconde il proprio malessere per sorridere al figliolo che sta male. E sorride mescolando le lacrime del proprio dolore. A questi preti, di statura grandiosa, non possiamo non pensare con gratitudine, quale che sia la nostra posizione davanti a Dio.