Amo i cimiteri. Non esiste città che abbia visitato in cui non mi sia recato anche al cimitero. Certo, frequento in particolare quello della mia città, dove sono sepolti i miei cari. Ma ho vivissimo il ricordo delle visite fatte ad esempio al cimitero monumentale di Pisa, o ai cimiteri napoletani: così "vivi". Ricordo i cimiteri irlandesi con le croci celtiche, il cimitero di Père-Lachaise a Parigi, gli stupendi cimiteri di San Pietroburgo, i cimiteri della Scozia, e quello di Durness in particolare. Mi soffermo specialmente nei piccoli cimiteri, quelli che circondano le chiese e che sanno di antico. Nei cimiteri infatti non amo la monumentalità, i pennacchi messi alle tombe dei potenti, le scritte piene di titoli. Ricordo che alla fine degli anni Sessanta, quando ancora il nome di Churchill era particolarmente citato, mi recai a visitare la sua tomba. Mi aspettavo un mausoleo, e trovai solo una pietra bianca con su scritto: Winston Leonard Spencer Churchill, 1874-1965. In più, sono affascinato dalle pietre che portano inciso un nome in via di corrosione per opera del tempo, quasi a privare quei morti di ogni segno di appartenenza a questa terra.
Ammetto anche di preferire il seppellimento alla cremazione, oggi tanto di moda. Naturalmente so bene che c’è un problema di spazio e di urbanizzazione ma, lo confesso, non me ne importa nulla, proprio nulla, almeno fino a che le amministrazioni delle città continueranno a mostrare un maggiore interesse alla collocazione di garage di lusso, invece che trovare spazio per allargare i cimiteri o per urbanizzarli. In altre parole, non mi impressiona la morte fatta di ossa. E considero i cimiteri luoghi della città, della sua storia; spazi in cui continuano a esistere cittadini, con una presenza, con una testimonianza, con un diritto ad avere un posto anche da morti. Tuttavia so bene che il cimitero vero dei nostri morti è dentro di noi, e ripeto spesso – data la mia età – di vivere più di morti che di vivi, di essere pieno di morti, di portarli dentro di me, perché mi servono per vivere, mi aiutano a vivere. Ecco in che senso, per me, il morto aiuta a vivere. Peccato che i nostri cimiteri siano sempre più vuoti. Semmai si animano nelle ricorrenze che diventano un obbligo, come chi paga l’una tantum per poi non pensarci più, almeno per un anno. Può sembrare un paradosso, ma la morte nella nostra cultura è morta. E l’evento è veramente luttuoso perché significa che viene a mancare una delle meditazioni più profonde e vitali dell’umanesimo, di quell’insieme di percezioni che si legano al senso della vita che scorre con la morte addosso, e alla speranza nel mistero di una morte che si fa vita: la certezza del credente.
Bisogna insegnare la morte, far vivere i morti, sentirli nel loro silenzio. In quel passeggiare al cimitero di Verona, la mia città, andando da uno e poi dall’altro dei miei cari, e passando vicino a tante lapidi di morti che non conosco ma che saluto, mi accorgo quanto la memoria sia una grande funzione della mente, e scopro quanto importante sia quella parte della città, spesso dimenticata. Perché là dentro si percepisce il limite della condizione umana e si assopisce il piccolo delirio di onnipotenza, il senso del proprio rilievo e della propria importanza nel mondo. Leggo sempre, come fanno i bambini, le due date che definiscono la vicenda di un uomo, e faccio la differenza, pensando a quel verso di Ungaretti: «L’uomo.../ attaccato sul vuoto/ al suo filo di ragno». E allora guardo al filo di ragno cui è attaccata la mia vita, e medito sulla bizzarria che talora risulta da quelle sottrazioni, e mi pare tutto tremendamente ingiusto. In questi miei pellegrinaggi tra i morti mi capita talora di intercettare anche qualche sacerdote in visita al cimitero. Quando non è lui stesso – si dice così – "il cappellano" di quel dato cimitero, colui che provvede al culto che lì si celebra, e dunque è un habitué del luogo, che sovente si aggira e per tutti prega. Per quel prete quella è una città viva, una città piena di misteri, e di desideri. Un incontro tra morti e vivi che si fa ricco di emozioni, e attiva sentimenti che non vanno mai sepolti. La voglia di tenere in vita quei morti. Mi piacerebbe in particolare vedere i giovani al cimitero, ma non ci vanno mai, come nessuno li porta a vedere i morti. Eppure, sarebbe uno spettacolo così istruttivo.
Mi sono chiesto tante volte perché mai non sia possibile giungere in Cielo andandoci a piedi, senza cioè passare attraverso la morte: se amo i cimiteri infatti, non amo però la morte, e non la desidero, anzi la temo, perché il mistero mi spaventa e la soluzione del mistero non l’ho ancora trovata. E allora penso che si potrebbe da vecchi mettersi in cammino lentamente e raggiungere, senza il trauma della morte, la casa del Padre. E l’immagine mi richiama i vecchi eschimesi che, raggiunta una certa età, non sentendosi più utili, aspettano che i ghiacci si sciolgano, salgono su uno di quei lastroni che si allontanano trascinati dalla lieve corrente galleggiando per un po’; partono silenziosi per raggiungere il Paradiso. Capisco che molti ci andrebbero in elicottero e altri con un carro armato, issando le insegne e segnalando lo scarto tra chi si muove in bicicletta e chi con un transatlantico. Ma io preferirei andare a piedi. La morte, dice la teologia cattolica, è necessaria per mettere l’uomo davanti al mistero della vita, necessaria per conoscere la verità dell’Amore. E a proposito di morte, colgo perfettamente la differenza drammatica tra credere e non credere. E ne parlo talvolta con i preti che incontro sulle tombe dei cimiteri. E trovo in quel loro sorriso, in quella speranza soffusa che sanno trasmettere, e che a me pare così forte, che il cimitero può essere luogo di serenità. I preti del cimitero sono straordinari. Potrebbero apparire come i più inutili, secondo certa logica, e invece sono come una segnaletica di luce, che aiuta a scorgere un futuro in luoghi che per qualcuno sono solo buio. Bisogna insegnare a guardare in faccia la morte per insegnare davvero a vivere. E a questo scopo la liturgia dei morti può essere una strada importante. Come lo sono le musiche secolari composte per tali liturgie. Basterebbe citare il Dies Irae. Conservo tutte, credo proprio tutte, le composizione musicali del Dies Irae, le ascolto spesso, e sono arrivato a ipotizzare un I-Pod adatto ad ascoltarne alcune mentre cammino tra le tombe. Per condividere con loro le parole del peccatore che di fronte alla morte ricorda al Giudice eterno che proprio il peccato è stata la causa che ha rivelato l’amore del Signore, la sua morte e la sua risurrezione. Senza il mio peccato, Cristo non sarebbe venuto sulla terra e non sarebbe risorto mostrando il più grande dei prodigi. Ricordati, Signore, che sono causa della tua morte e quindi sono la fonte della tua resurrezione gloriosa. E allora il Dies illa... Dies illa si unisce all’Osanna, in una contrapposizione che sembra folle, ma è destinata a fondersi nel mistero che si intreccia dentro di noi e ci coinvolge.
Oltre alla morte attaccata a ciascuno di noi, occorre vedere la morte nell’altro, e quindi la sua fragilità, la sua precarietà, la considerazione che per ora uno c’è ma poi non ci sarà. E su questa percezione egli acquista una maggiore dignità, e dovrebbe essere trattato con maggior rispetto, proprio perché è uno che muore. Se ogni uomo fosse recepito in quella fragilità del proprio esserci ancora per un poco soltanto, le relazioni umane cambierebbero, e forse anche le relazioni sociali.
Vivo negli ospedali e purtroppo sento affermazioni come «sta per morire, non c’è nulla da fare», come un senso di deresponsabilizzazione, di abbandono dall’attenzione delle cure, un peso, uno che occupa un posto che andrebbe liberato. E invece sento che proprio per questo la definizione «sta per morire» richiede una dignità maggiore poiché si riveste di mistero. Proprio perché muore io gli sto più vicino. E ricordo le agonie, quel tempo prima della morte che sa di morte, in cui si guarda il proprio padre o la propria madre come chi è ancora un poco e poi non ci sarà mai più. E ti prendono i rimorsi per non avere fatto tutto quanto potevi, per non avere dedicato a lui o a lei il tempo che invece hai sprecato per inseguire i lustrini in questa società che – quando vuole – sa essere piena di invidia e di cattiveria.
Oggi non c’è più l’esperienza dell’agonia, un po’ perché si muore per eventi acuti come un incidente stradale, o un’overdose di droga; un po’ perché non c’è tempo di stare ad aspettare che uno muoia: lo si manda in ospedale o nei luoghi per morire. Un rifiuto della morte, che fa credere che sia una malattia e dunque che si possa sempre curare, e allora si chiama il pronto soccorso e così scompare l’angoscia e non si vive quel lutto seriamente sperimentabile quando si accompagna da vicino chi ci sta lasciando. Così i morenti restano soli e chiudono gli occhi senza poterli riempire dell’ombra dei propri figli. Il dispendio di tempo, la follia del tempo, il delirio di una corsa forsennata che sempre e comunque porta al cimitero. E al cimitero c’è il becchino; ma io so che c’è anche il prete, il prete della morte, il prete di compieta, il prete del Dies Irae e nello stesso tempo del Magnificat. Non occorre che sia il prete a tempo pieno per il cimitero. Basta che, una volta in cura d’anime, non snobbi quel luogo, ci vada appena può e non solo quando deve, magari cominci il suo parrocato anche da lì, perché pure quelli morti sono suo gregge, la porzione di Chiesa che gli è stata assegnata, nella comunione dei santi.
Ho l’impressione tuttavia che anche la Chiesa abbia complessivamente allentato la cura dei defunti. Magari non è vero, ed è solo un’impressione suggerita da un certo vitalismo, da una certa ostentazione di normalità. Ma se fosse così, non mi piacerebbe questo atteggiamento. Io credo che occorra che la Chiesa sappia trasmettere gioia proprio attraverso la consapevolezza della morte e il senso che Cristo le ha dato. Perché nessuno più di Lui ha illuminato la morte, e questo è di consolazione anche per chi non crede. Ci sono molti passi evangelici che bene esprimono questo, ma più di tutti mi commuove l’episodio del calvario con il Cristo sofferente e morente che rivolto al ladrone trova la forza per dirgli: «Tu oggi sarai con me in Paradiso». L’ho ripetuto spesso: il mio sogno, o forse la mia speranza, è riposta tutta in quel ladrone.
Ricordo che quando facevo il chierichetto – e ho cominciato presto – andavo volentieri a "servire" i funerali. Non so perché, forse mi affascinava la benedizione della bara con l’acqua santa e l’incenso nel turibolo. Ma è curioso: questi viaggi diretti in Paradiso sono stati i miei primi viaggi.