Avvenire Impegno Referendum

Trentanovesima puntata (05 novembre 2008)
Il sacerdote delle carte

di Vittorino Andreoli

Con il termine "prete delle carte" vorrei segnalare il sacerdote sommerso in qualche ufficio a sbrigare pratiche su pratiche inerenti la vita della Chiesa e i suoi dintorni. Qualcuno lo chiama anche "curiale", addetto ai problemi di gestione o prete d’ufficio. Tutte denominazioni che – almeno qui – non vogliono mancare di rispetto, ma semplicemente ricordare che la Chiesa è anche un’organizzazione talora complessa che ha bisogno, ai diversi livelli, ma soprattutto in ambito diocesano e centrale, di affidarsi a un buon lavoro organizzativo, e finanziario, al fine di assolvere compiti di relazione che richiedono dedizione ai documenti, alle carte. In alcuni casi il rapporto tra gli Stati, come quello tra Chiesa e Stato italiano, chiama la Chiesa a compiti che hanno anche effetti civili, come prevede il Concordato per quanto riguarda i matrimoni, e ciò comporta un certo disbrigo di carte, cui bisogna pur provvedere. Mi viene da fare un confronto, che a prima vista apparirà inadeguato, col lavoro burocratico che tocca alle forze dell’ordine: passaporti, certificati, raccolta di denunce, ufficio stranieri, mentre ci sono quartieri che godrebbero di maggiore sicurezza se gli agenti impegnati in ufficio potessero invece svolgere attività di territorio. In una certa misura e specialmente per talune situazioni, questo si potrebbe dire anche per il prete di carta. Il pensiero va subito all’attività pastorale che il sacerdote potrebbe svolgere se invece di occuparsi di segreteria o di economato fosse direttamente riverso sulla cura delle anime.

Ma qui voglio porre due questioni: la prima è se non sia più opportuno che negli uffici operino dei cristiani laici. Si ovvierebbe allo scotto che chi entra in un ufficio incontri un sacerdote intento a un’attività che solo in modo indiretto ha a che fare con lo specifico della missione ecclesiastica. La seconda è che, se quel lavoro non fosse completamente delegabile, sarebbe opportuno che almeno il posto venisse occupato a rotazione, proprio per non correre il rischio di soffocare o limitare troppo l’indole apostolica connessa alla missione sacerdotale. Domande che io mi pongo, a cui però non so dare risposta minuziosa, dal momento che per gran parte mi sfuggono le dinamiche gestionali della Chiesa. E già questa, lo ammetto, è una terminologia che potrebbe farmi venire l’orticaria. Immagino che sarà capitato anche a qualcun altro, oltre al sottoscritto, di imbattersi con un sacerdote saccente, e non troppo distinguibile rispetto a un impiegato scortese e saputello del Comune o delle Poste. Quello che io incontrai aveva un modo di fare chiuso, che rasentava la maleducazione, e finiva per allontanare da sé relazioni e interlocutori. Un prete verso cui ricordo di aver provato pietas, tanto più che poi seppi che aveva trascorso tutta la sua vita in mezzo ai conti correnti, esperto in borsa e mercati che, per quanto dinamici e mirabolanti, poco hanno a che fare con le meraviglie del Vangelo. Come non provare tristezza allora quando il rischio è di trasformare il sacerdote in un colletto bianco, e costringere un intelletto, che dovrebbe essere votato a una missione aperta sull’eterno, dentro le banalità del quotidiano, compresso tra affanni materiali e preoccupazioni mondane, piuttosto che affascinato dalle praterie dov’è lo Spirito a soffiare e preparare sorprese.

La Chiesa ha certo bisogno di persone capaci nell’organizzazione, e riconosco che l’idea di Provvidenza non disconosce il dovere di attivarsi nelle incombenze che una comunità richiede sul versante dell’efficacia organizzativa come di quella economica. Vedere tuttavia svilire una vocazione tra le carte mi addolora. Certo, ammetto che psicologicamente ogni uomo, e quindi anche il sacerdote, quand’è riverso sulle carte, tende a trovare un proprio luogo di certezza e permanervi, e so che la cronicizzazione di ogni piccolo potere è un’insidia per qualsiasi psicologia umana. E per qualunque professione. Compresa – per dire – quella medica, che conosco bene e alla quale appartengo. Ci sono medici anche molto preparati che per la gran parte del proprio tempo fanno i burocrati della sanità, e portano qualsiasi relazione sul piano burocratico, anche quando sono a contatto con pazienti gravi, le cui invocazioni dovrebbero pur perforare la corazza della loro apatia. E così si riducono anche taluni medici di famiglia, pure essi destinati a diventare medici di carta. Ma indubbiamente quanto più alta è la missione tanto più devastante è l’effetto che si determina. Il problema è che il prete burocrate, colui che in tal modo si concepisce e per anni si conduce, finisce per ammalarsi di burocrazia. Patologia la cui gravità consiste nel ritenersi importanti, anzi indispensabili, pur facendo poco di quello che dovrebbero loro fare. Anzi, il loro sforzo sta nel mostrare la propria indispensabilità senza mettere in campo alcuna inventiva pastorale, alcuna abilità relazionale, al di fuori dell’assillo per un rispetto formale, se non fiscale, della normativa e delle direttive comunque superiori.

In questo contesto, si potrebbe dire una parola anche sulla categoria dei segretari di monsignori ed eccellenze, là dove si incontrano in genere persone pregevoli, fra le quali tuttavia non mancano gli ottusi, pieni di sé e abbagliati da quel prestigio di riflesso su cui impostano i vari rapporti. Non sarebbero loro le persone importanti, ma questo finiscono per dimenticarlo, e allora anziché avvicinare gli altri al loro "capo", anziché essere dei ponti di comunicazione e di simpatia, sono degli allontanatori che rendono il peggior servizio a chi li ha scelti. E spesso il superiore non sa più come liberarsene, reso impotente da collaboratori tanto subdolamente intrusivi da apparire indispensabili. L’elasticità non è il loro forte, ma piuttosto la saccenteria, quando non l’arroganza. Si deve sapere che di per sé la burocrazia è parte della stupidità umana. E allora o si sta in guardia per non lasciarsi catturare o si fanno in partenza scelte che non potranno metterci o mettere altri in tentazione. So bene che i parroci hanno difficoltà a trovare laici disponibili e capaci di seguire le varie incombenze tecnico-giuridiche di un ufficio parrocchiale, e per questo mi parrebbe doveroso rivolgermi – per quel che vale – ai laici per incoraggiarli a non tirarsi indietro.

C’è un’epica del volontariato a cui io non credo, perché talora è una "bufala", una finzione per coprire un certo qual bisogno individuale, o qualche terapia comportamentale. Sono molti infatti gli psichiatri che arrivano a prescrivere ai pazienti di svolgere qualche ora di volontariato "perché fa bene": una sorta di voyeurismo riverso sulle disgrazie altrui o sui bisogni impellenti del prossimo. E dunque, benché io non creda affatto che in Italia ci siano nove milioni di volontari, ossia persone che danno se stesse in dono, non posso non augurarmi che ve ne sia a sufficienza per corrispondere ai bisogni della comunità cristiana, sollevando in tal modo i sacerdoti da pesi e lavori che loro, laici, possono benissimo svolgere con garbo ed efficacia, e nella stima generale. Deve essere chiaro che nessun aspetto criticabile – e a me pare che qualcuno ve ne sia – deve in ultima istanza turbare la fede in Dio e la fede nella sua Chiesa, anche quando mostra dei limiti e persino dei difetti. Ma la Chiesa è exemplum per tutti, anche per coloro che la fede non solo non ce l’hanno ma la stanno cercando. In questa chiave, mi pare arduo che il contatto con un sacerdote dedito alla vita di ufficio produca fede e voglia di seguire il Cristo, anche se so che non è impossibile, e che ci sono stati dei santi divenuti tali proprio attraverso la santificazione di un’attività di per sé arida. Certo, si tratta di figure eccezionali, che riescono a trasmettere l’imitazione di Cristo attraverso uno stile e una qualità di approccio che certo non è la freddezza e l’impersonalità del burocrate. Si vedono talora, negli ambulacri dei santuari, religiosi anziani che stanno dietro a degli sportelli a raccogliere prenotazioni per le messe i quali realmente trasmettono senso di pazienza e mansuetudine. E d’altra parte, anche se non pare, quello è un punto delicato in cui si può con lo stile educare alla donazione sincera e al sacrificio vero, anche se poi le tabelle più o meno aggiornate con i "prezzi" delle messe finiscono per non giovare, credo, alla Chiesa e alla sua immagine.

Un sacerdote dovrebbe essere comunque in relazione con il suo popolo, e quando questa relazione manca non ci si può stupire se viene a perdersi l’afflato tipico del pastore. In buona sostanza, ci si inaridisce e finiscono per emergere dimensioni personali povere di umanità. I cuori si induriscono in attività che diventano ossessive e che allontanano dalle emozioni e soprattutto dalla capacità di empatia con il dolore della gente. Voglio bene al prete delle carte ma lo considero a rischio di malattie interiori, tanto più gravi quando tendono alla dipendenza e all’assuefazione. So bene che anche questa tipologia di sacerdoti celebra messa, si confessa, amministra i sacramenti, recita il rosario e il breviario, ma umanamente – ripeto – sono a rischio, e aggiungo che se anche di carte deve essere fatta la loro giornata, lo sia almeno per una quota parte limitata, perché per il resto del tempo questi si dedicano al lavoro pastorale diretto, che tutto ridimensiona perché aiuta a vedere secondo un’angolatura diversa. Che forse è quella giusta. L’importante è aver chiaro ciò che anche un non credente intuisce, e cioè che tra un foglio di carta e un’anima c’è una distanza abissale. E comunque, se proprio le carte occorre trattare, sarà bene allenarsi per saper scorgere da sotto le righe la vita delle anime. È questo il legame vitale per un sacerdote, questa la relazione che lo sospinge alle fonti. Tacerlo per buona creanza o per convenienza non è un servizio, non è un atto d’amore. E siccome io amo i preti, allora consentitemi di essere schietto: le carte non lo deformino, non lo soffochino.

 

...

La Chiesa ha certo bisogno di persone capaci nell’organizzazione, e riconosco che l’idea di Provvidenza non disconosce il dovere di attivarsi nelle incombenze che una comunità richiede quanto a efficacia organizzativa ed economica. Vedere tuttavia svilire una vocazione tra le carte mi addolora. Il prete burocrate, colui che così si concepisce e per anni si conduce, finisce per ammalarsi di burocrazia. Il pensiero va subito all’attività pastorale che il sacerdote potrebbe svolgere se invece di occuparsi di segreteria o di economato fosse direttamente riverso sulla cura delle anime. Chi entra in un ufficio incontra un sacerdote intento a un’attività che solo in modo indiretto ha a che fare con lo specifico della missione ecclesiastica.

© 2008