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Quarantesima puntata (12 novembre 2008)
Il sacerdote intellettuale

di Vittorino Andreoli

Se dovessi suggerire a un "nemico" la maniera più efficace per offendermi gli direi di chiamarmi "intellettuale", e se volesse farlo in maniera tale da colpirmi duramente aggiungerei di attaccarvi la specificazione "di sinistra" o "di destra". A quel punto gli urlerei, affranto dal dolore, che non sono un intellettuale, e non intendo esserlo. E non mi riferisco di certo all’etimologia della parola, ma al senso che la parola stessa ha assunto nel contesto in cui viviamo. Un certo tipo di intellettuale che va per la maggiore è quello che crede di poter fare con il cervello cose straordinarie: non troppo diversamente dal bullo che reputa di riuscire nello stesso obiettivo usando l’organo attaccato al pube. E che crede di possedere un organo cerebrale di potenza fuori del comune, in grado di esibire performance sconvolgenti a tal punto da lasciare stupiti quanti lo ascoltano, a partire dalle donne, se è un intellettuale maschio o dagli uomini, se è un’intellettuale donna. Spesso invece è un lacché asservito al potere, che indossa la maschera dell’indipendenza come se questa si potesse dimostrare col sussiego, quando invece gli è più indicata la funzione che un tempo era del buffone di corte, quella cioè di mettere il buonumore al principe suo signore. Ricordo un intellettuale – ero agli inizi della mia esperienza universitaria – che ogni mattina si presentava per primo nello studio del direttore d’Istituto, lo salutava con riverenza e gli raccontava una storiella per rallegrargli la giornata. Smise solo quando raggiunse il livello oltre il quale non poteva andare grazie ai buoni uffici di quel capo. Ma immagino che se ne sarà cercato un altro, perché chi è servo dentro non smette mai di esserlo. Conosco intellettuali che cambiano barzelletta a seconda del padrone, e dunque del filone di potere a cui variamente aspirano, e così spaziano con naturalezza dai carabinieri ai preti, dai fascisti ai comunisti, e lo fanno con grande flessibilità, che è un’attitudine specifica della categoria, solitamente aliena da scrupoli di coerenza e fermezza. Ed è anche per questo che non accetto di essere offeso tanto gravemente.

Dovevo fare questa premessa prima di inoltrarmi nel tema del "prete intellettuale". Qui non ho bisogno di nascondermi dietro a eufemismi: i sacerdoti che si beano di passare per intellettuali davvero non li sopporto. Non so pregare, eppure se lo faccio ugualmente è per loro, perché sono quelli che più facilmente stanno ai bordi dell’abisso. I preti sedicenti intellettuali non solo sanno tutto, ma sanno anche qualcosa in più. E oltre alla verità rivelata, sanno la loro verità, e la misurano a quintali, scrivendo libri che valutano più dei vangeli, meravigliandosi anzi che non raggiungano tirature di quella sorta. La mia proposta sarebbe di mandarli nel deserto come eremiti, affinché possano invece trovare il Signore, che nella sua totale indigenza si presenta soltanto come amore: lui non accampa pretese, si offre e basta. Insomma, mi avete capito, sto parlando di una figura che trovo semplicemente insopportabile. Tanto più che costoro non disdegnano una certa leziosità e affettazione, hanno i polsini sempre inamidati e i gemelli puntualmente in mostra. Nei salotti poi si trovano a loro agio, e amano circondarsi di persone ossequiose, soprattutto signore di un certo rango, quelle che convocano per il tè e vanno in visibilio per un sorriso o una degnazione ecclesiastica.

Sono preti che in genere viaggiano molto, hanno le mani sempre curate, e il taglio di capelli sempre fresco. I certificati di laurea troneggiano nei loro studi, insieme ai premi ricevuti e ai trofei delle loro vittorie. Non manca lingua nel loro repertorio, e se ti devono per qualsiasi motivo inviare il curriculum ti troverai dinanzi a un lenzuolo interminabile, da lasciarti con la lingua fuori, e farti sentire un verme. Loro navigano in altissimo, e non c’è spazio per i poveri di questo mondo, per gli sprovveduti, per gli incauti che tendono la mano con una richiesta. Se poi hanno fondato qualcosa, stai certo che quello è un centro di eccellenza, dove la mobilia appare dapprima casuale e rara, disseminata qua e là, ma guai a non accorgersi che anziché roba vecchia quella è semplicemente antica, collocata da mano esperta, e la tappezzeria in tinta. La cosiddetta "arte povera" trova lì la sua cornice d’incanto. E allora, per quell’armadietto scovato per caso in un polveroso ripostiglio parrocchiale, è – avvertono, con sorriso accattivante – la morta sua.

Sto esagerando, vero? Lo riconosco. Però se vi dicessi che almeno per cinque volte mi è capitato di imbattermi in soloni che, sottovoce e con fare complice, mi hanno confidato che sì, proprio loro hanno scritto gli appunti per questa o quella enciclica papale, allora forse mi capireste. E conosco preti intellettuali che regolarmente mi raccontano dell’ultimo volume ricevuto in visione, ma mai un accenno alle letture del breviario del giorno. Che mi mandano i loro libri che io, povero non intellettuale, nemmeno provo a leggere per i limiti intrinseci che mi caratterizzano e che sono tipici dei signor nessuno, al cui novero mi onoro di appartenere. Credo che, in genere, siano preti che pregano poco perché loro non hanno bisogno di nulla, se non di se stessi. Non stanno a contatto con la gente, con il gregge, perché è roba da preti addetti alla pastorale minuta mentre loro spaziano dentro la verità, e semmai incontrano intellettuali loro pari; e in campo religioso, se parlano volentieri con qualcuno, lo fanno con sua eminenza, raramente con sua eccellenza. Le foto con le loro facce troneggiano nelle pubblicazioni, da cui pontificano senza ritegno. E non pensate che siano necessariamente romani; no, ce ne sono qua e là dappertutto. In provincia anzi se la passano meglio, perché sono incontrastati. Per questo posso dire che nel mio girovagare ne ho incontrati spesso. Voglio dire che ne ho fatto una certa diretta esperienza.

Vi sembrerò esagerato, ma io penso che un vero uomo di Dio non possa ambire a qualificarsi "intellettuale", avendo piuttosto per preziosa la sequela di Cristo, che non privilegiava le corsie degli onori ma i sentieri dell’umile servizio, in compagnia dei poveri. Credo che un prete debba stare con gli ultimi prima di mescolarsi con i primi, ma soprattutto sappia che Cristo le gerarchie umane le ha capovolte. Capisco che accompagnarsi alla gente danarosa possa far comodo, magari per strappare un aiutino da destinare a questa o quell’opera, però stare sistematicamente con i ricchi non è neppure elegante. Infatti, c’è stato un periodo in cui l’intellettuale vestiva con i jeans, ma era al potere come lo è oggi che certe finzioni non sono più di moda. Non auspico – ben inteso – una Chiesa di ignoranti, semmai una Chiesa con preti pieni di misericordia. Come non auspico una Chiesa di straccioni, semmai una Chiesa con preti che conoscono il soffrire, e sanno stare con tutti, mettendo a proprio agio qualsiasi interlocutore. D’altra parte chi veramente sa, solitamente non ama dire di sapere, semmai risponde con la famosa sentenza socratica del "sapere di non sapere". O comunque che il vero sapere fa aumentare la cautela, e dunque mai chi sa si percepisce come intellettuale.

Insomma, l’intellettuale è una forma se non di patologia almeno di mania che si esprime dentro i miti del sé, l’autoreferenzialità, che esclude in maniera sofisticata l’altro, tendendo a riconoscersi solo tra pari. Naturalmente va stimata la presenza di credenti che nei diversi campi puntano all’eccellenza, ma – sarà un mio deficit – non credo all’intellettuale prete che faccia il mestiere dell’intellettuale puro. Semmai nell’università c’è bisogno di preti che, pur insegnando e facendo ricerca, testimonino la loro missione. Pare sparita dai vocabolari correnti la parola saggezza, come se non avesse più senso, come se non fosse un termine sufficientemente preciso. Saggio è colui che sa ma che attinge a un sapere che non è solo quello dell’intelletto, e dunque della ragione o della scienza, in quanto si riferisce anche agli ideali e all’esperienza. E per paradosso saggio può essere persino chi sa per intuizione, per ispirazione, perché attinge da fonti che non sono nobili.

La saggezza attinge anche dalla sofferenza, dal dolore e dagli insegnamenti che si acquisiscono attraverso un’attività povera e lontana dalle professioni nobili e intellettualistiche. Il sapere di fronte a ciò che si vive nel rapporto con Dio. Il sapere degli apostoli che deriva tutto dallo stare con lui, dall’imitare Cristo. La saggezza che in campo umano si acquisisce attraverso i maestri di vita, non i giullari delle cattedre umane e delle camarille del potere. Credo che servano preti saggi, non preti intellettuali. Preti maturi, non preti che come adolescenti devono farsi valere per le piume che indossano. Preti della meditazione, non preti narcisi. Preti testimoni dell’assoluto, non preti con la prosopopea tipica dei saputelli. Il saggio insegna con il proprio esempio, e non vuol salire mai in cattedra. Non si mostra tanto per mostrarsi, ma appare quel tanto che è connesso al suo compito. Non teme di prendere posizione pubblica, ma quando lo fa non è per se stesso, quanto per Dio. Non snobba la scienza e l’esercizio nobile dell’intelletto, ma quando lo esplica non è per attirare luce su di sé. Sì, occorre pregare per tutti i preti intellettuali e chiedere al Signore di renderli almeno un poco saggi.

 

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L’intellettuale è una forma se non di patologia almeno di mania che si esprime dentro i miti del sé, l’autoreferenzialità, che esclude in maniera sofisticata l’altro, tendendo a riconoscersi solo tra pari. Naturalmente va stimata la presenza di credenti che nei diversi campi puntano all’eccellenza, ma non credo all’intellettuale prete che faccia il mestiere dell’intellettuale puro. Semmai nell’università c’è bisogno di preti che, pur insegnando e facendo ricerca, testimonino la loro missione. Credo che servano preti saggi, non preti intellettuali. Preti maturi, non preti che come adolescenti devono farsi valere per le piume che indossano. Preti della meditazione, non preti narcisi. Preti testimoni dell’assoluto, non preti con la prosopopea tipica dei saputelli. Sì, occorre pregare per tutti i preti intellettuali e chiedere al Signore di renderli almeno un po’ saggi.

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