Il tema della presenza del male occupa da sempre il pensiero degli umani. E basterebbe richiamare, nel filone laico, Dostoevskij e Hannah Arendt, e in quello religioso Padre Pio da Pietrelcina, per intuire la rilevanza del tema stesso, che resta quanto mai vivo in filosofia come in teologia.
Ma continua a rimanere anche aperto, nel senso che è assai difficile dire una parola conclusiva, non fosse altro per la serie infinita di maschere che il male continuamente assume. Se c’è qualcuno però che possiamo ritenere esperto in materia è l’esorcista, figura ecclesiastica incaricata dal vescovo di trattare le persone e le cose "possedute" dal maligno.
Ogni diocesi ha in genere almeno un esorcista, ruolo che negli ultimi anni ha conosciuto una certa riconsiderazione, dopo che all’indomani del Concilio era andato quasi scomparendo. Dunque, che nel nostro viaggio sul prete & noi ci si soffermi sul profilo del sacerdote esorcista mi sembra del tutto plausibile. E merita forse che dica subito la mia convinzione riguardo a questa figura, che considero molto importante.
Lo faccio ripetendo una frase che dissi a conclusione di un incontro privato che un giorno ebbi – su sua iniziativa – con Paolo VI: «Santità, nella mia pratica di clinico psichiatra non mi sono mai spinto a pensare al demonio, ho piuttosto avvertito il bisogno di capire di più il cervello e il comportamento dell’uomo, che è qualcosa di carente in psichiatria».
Eravamo agli inizi degli anni Settanta, ma ripeterei ancora oggi quell’affermazione. Oggi come allora infatti la questione del rapporto tra indemoniati e malati di mente è qualcosa che si impone con tutta evidenza. E devo ammettere che gli esorcisti sono in genere molto attenti a non definire una persona indemoniata, dunque bisognosa di pratica esorcistica, prima che sia valutata la portata psichiatrica del caso. Peraltro, lo stesso Codice di Diritto canonico (al can. 1172), come il Catechismo della Chiesa cattolica (al n. 1673), chiedono all’esorcista di accertarsi, prima di celebrare l’esorcismo, che si tratti effettivamente di una presenza del maligno e non di una malattia.
A mia volta mi sono occupato a lungo, sotto il profilo psichiatrico, di casi definiti di indemoniati, e pur non essendo un credente non mi ha mai meravigliato che si potesse parlare, sia pure per situazioni particolari, di possessione demoniaca, e in questa chiave si parlasse del rito degli esorcismi come di una pratica finalizzata a "tirare fuori il male", cioè il demonio, dalle persone sventurate che cadevano in possesso degli spiriti maligni.
Mi ricordo, per assonanza, che fino a qualche decennio fa molti interventi medici erano a loro volta tesi a "tirare fuori il male", e lo potevano testimoniare i salassi, gli espettoranti, i farmaci che aumentavano la sudorazione, i purganti. Il principio empirico a cui si rifacevano era appunto quello di "far uscire" il male che in una delle sue varie forme aveva invaso il corpo. Ma un riferimento alla psichiatria si rende necessario anche per ricordare le cosiddette terapie della morte, delle quali fanno parte l’elettroshock, l’insulinoterapia e la malarioterapia: e non si pensi che sono buffonate, se la malarioterapia è stata giudicata meritoria del premio Nobel per la medicina. In buona sostanza, l’idea era che la malattia fosse da attribuire a uno spirito cattivo, che sarebbe fuoriuscito una volta che il corpo veniva portato vicino alla morte e poi rianimato: il male se ne sarebbe andato e il corpo liberato.
Analogamente l’insulinoterapia consisteva nel portare il paziente in coma per risvegliarlo poi al regno dei vivi, attraverso la somministrazione di glucosio. L’elettroshock invece è un genere di morte vera: il malato viene tenuto in vita con la respirazione artificiale fino a ripresa spontanea, dunque al ritorno in vita. Sono numerosi i casi citati in cui un malato entra maniacale in terapia ed esce normale dopo anche solo uno shock.
C’è da dire che durante la sua vita terrena Gesù Cristo stesso ha scacciato i demoni, e in tale veste è raccontato infatti nei Vangeli. E la Chiesa ha a sua volta ricevuto da Cristo il compito di esorcizzare. In una forma semplice l’esorcismo è praticato durante la celebrazione del battesimo di ogni nuovo cristiano. Mentre in forma solenne può essere praticato solo da un sacerdote che abbia ricevuto il mandato dal vescovo. In tal caso ci possono essere delle fasi di forte suggestione, nelle quali l’indemoniato ha un grande coinvolgimento.
Sul piano della fede si sa che la preghiera dell’esorcista, le sue formule e i suoi segni di croce, determinano l’avvio di allontanamento degli spiriti maligni dalla persona posseduta. Naturalmente non voglio dire che la suggestione del soggetto possa causare, essa da sola, una metamorfosi vera, cambiando cioè la persona e i suoi comportamenti per il solo fatto di svolgersi. Capisco piuttosto ciò che la religione cattolica ammette su insegnamento della Sacra Scrittura, ossia che il demonio può in alcuni casi impadronirsi delle forze nel corpo e della stessa struttura fisica di una persona, e che il sacerdote esorcista invocando il nome di Gesù Cristo, e recitando alcune preghiere, libera quella persona.
E capisco perché la celebrazione di un esorcismo possa a momenti apparire come una sorta di guerra tra bene e male. Anche per questo il sacerdote incaricato deve essere non un teatrante ma un uomo profondamente religioso. Di quelli che anche solo a vederli lasciano intendere che comunicano direttamente con Dio. Non un visionario quindi, ma un profondo credente, uno che crede a tal punto da vedere la presenza quasi fisica di Dio, e per questo riesce a capire quando un soggetto è in balia quasi fisica del demonio. Voglio dire che è la qualità spirituale qui, più forse che in altri casi, a fare la differenza.
Insomma, l’esorcismo – per quel che ne capisco – si inserisce all’interno di una visione precisa della realtà e di una interpretazione coerente dell’influenza del demonio nella vita del persone e del mondo. Dove il problema semmai diventa quello di una corretta applicazione. Che non può essere minimalista, fino al punto da rendere meramente recitativo il tutto. Né deve essere, al contrario, caricata di accenti pan-demoniaci, che per le loro esagerazioni non possono essere credibili. Sì, oso dire che oltre al "contenuto" specifico, nell’esorcismo conta anche il modo in cui viene compiuto. E conta pure l’ambiente, lo scenario esterno, che non può esso da solo incupire fino a terrorizzare. Già l’atto in sé ha la sua tragicità, occorre non renderlo ulteriormente macabro.
Per questo mi piacerebbe anche che accanto al prete esorcista ci fosse un centro di spiritualità solare, invitante, aperto alla natura, e capace di coinvolgere le persone di oggi, per quello che sono. Come sarebbe bello che qua e là sul territorio si attivassero pure dei centri-studi attenti alle dinamiche della vita, pronti a dibattere sui fenomeni attuali, aperti alla ragionevolezza e all’apporto delle diverse professioni. Voglio dire che l’esperienza del male, del diavolo, deve essere contrastata da evidenti esperienze del bene. E deve trovare un’interpretazione culturale generale, per cui il peccato dell’uomo viene incasellato per quello che è, dentro la teologia della Pasqua.
Tra i laici non credenti c’è talora così tanta superficialità, intrecciata forse a una componente di arroganza, da non riuscire ad accettare che il "peccato" è per tutti un elemento sostanziale della vita, perché in tutti c’è quel principio morale che ci fa distinguere ciò che è bene da ciò che è male, quel che si deve fare da ciò che bisogna evitare. L’esorcismo insomma va letto come strumento di liberazione, e secondo questa chiave a mio avviso va presentato ai credenti ma anche ai non credenti.
Forse che non tutti facciamo prima o poi esperienza di fatti o momenti in cui viene spontaneo sussurrare vade retro, Satana? Ebbene, ci sono persone che sfortunatamente per loro fanno un’esperienza più forte e ossessiva del male, e perché queste non dovrebbero avere uno strumento di liberazione a cui appellarsi?
Sarebbe bello che la figura dell’esorcista rappresentasse un punto di riferimento dottrinale e spirituale nella comunità più ampia. Questo aiuterebbe a sottrarre l’immagine di questo prete da quel contesto oscuro in cui talora viene confinato, quasi fosse una sorta di mago contorto o di persona pericolosa. Come se chi caccia il demonio dovesse essere anche contaminato dal demonio. Al pari di chi cura maldestramente l’Aids e finisce per perderla, e dunque va tenuto lontano esattamente come colui che ne è vittima. Insomma, bisogna rendere questa figura più in linea con la dottrina in cui si inquadra.
Ma c’è un altro aspetto che merita di essere sottolineato: il rischio che l’esorcismo possa a qualche livello danneggiare colui che vi viene sottoposto. Si tratta in fondo di neutralizzare quegli effetti collaterali che esistono per ogni trattamento, e varrebbe la pena che i preti esorcisti, oltre a frequentare corsi della specifica qualificazione teologica, si informassero anche sui potenziali rischi psicologici ed educativi.
Lo so che già lo fanno, ma è bene allargare questa strada, soprattutto renderla più aperta, e per quel che la materia consente più trasparente. In questo, certo, occorre preservare il carattere proprio dell’esorcismo, dove lo spirituale, non coincidendo con l’etereo, è invece una dimensione interna a tutta la persona, nella sua struttura complessiva.
Ma non sarà male che l’esorcista si apra nel contempo alla scienza e alla collaborazione medica e psichiatrica, arrecando con ciò un grande beneficio allo sviluppo delle stesse terapie cliniche. In particolare, sarà importante che la scienza psichiatrica veda con maggior senso critico alcuni comportamenti che le possono essere sottoposti e che, a osservare bene, non appartengono alle categorie cliniche più comuni. Ci sarebbe finalmente un confronto serio sui comportamenti ritenuti specifici della possessione demoniaca e si darebbe al sacerdote esorcista la possibilità di conoscere a fondo gli strumenti di una eventuale diversa lettura.