Avvenire Impegno Referendum

Quarantatreesima puntata (03 dicembre 2008)
Il sacerdote del carcere

di Vittorino Andreoli

Ogni comunità, per reggersi, abbisogna di leggi. Delle quali la giustizia si incarica di garantire il rispetto, punendo i trasgressori. In tal modo, il concetto di legge è indissolubilmente associato al concetto di pena. La quale però deve avere in sé il fine primario della riabilitazione. Per questo la pena non è mai una violenza, e la stessa privazione della libertà mira non all’annientamento del reo ma al ripristino dei princìpi che il delitto ha offeso. È il motivo per cui non è ammessa la pena di morte e neppure l’ergastolo, in quanto né l’una né l’altro danno una speranza alla riabilitazione, per quanto remota. Questi presupposti trovano un fondamento sull’idea che il colpevole, oltre che pentirsi, possa modificare profondamente la propria personalità, specie se aiutato attraverso un piano di rieducazione. Il che non è una mera utopia, in quanto si basa piuttosto su certezze scientifiche.Una delle più grandi scoperte della fine del Novecento è la plasticità dell’encefalo. Si capì allora che il cervello ha due componenti: la prima, organizzata fin dalla nascita, sovrintende ai comportamenti difensivi e necessari alla sopravvivenza – un tempo si chiamavano istintivi – che non si apprendono, ma sono ereditati dall’appartenenza alla specie; la seconda componente invece, più plastica, ha le capacità di strutturarsi sulla base dell’esperienza, e così promuove comportamenti che spontaneamente non ci sarebbero. Insomma, c’è nel nostro cervello una componente che agisce meccanicisticamente, e un’altra che invece si lega all’esistenza del soggetto.

Ebbene, molti comportamenti sono appresi ed è possibile sostituirli modificando le strutture che li regolano. C’è una certezza cioè persino biologica che il comportamento possa modificarsi, e che un individuo sia in grado di cambiare considerevolmente, si potrebbe dire anzi strutturalmente, biologicamente. Questa acquisizione non solo assegna un’importanza straordinaria al processo educativo durante gli anni della crescita, ma dà possibilità concrete all’ipotesi del rieducare, poiché il comportamento non è cementato all’origine, ma si lega a ciò che viene appreso. In questo senso, l’educazione è la via per apprendere nuovi princìpi e nuove modalità di comportarsi. Si può dunque cambiare, e da un comportamento criminale si può passare a uno che invece è rispettoso delle regole della società.Nessuno deve stupirsi se arrivo ad affermare che, alla luce di quanto pur schematicamente richiamato, il sistema carcerario italiano appare del tutto inadeguato a riabilitare. Le figure che sarebbero necessarie per un lavoro continuo con il singolo carcerato mancano, e l’organizzazione dell’ambiente non è in grado di permettere delle esperienze di socializzazione che si inseriscano in un simile processo. Non si tratta infatti di metter in campo semplicemente qualche buon gesto, in quanto l’educare come il rieducare hanno bisogno di continuità, di coerenza, di determinazione nel perseguire quello stile che permette prima di raggiungere il pentimento e poi la modificazione della personalità di chi ha commesso un reato. E che il carcere al presente non sia così lo si può capire da come è gestito, ma anche dalla percentuale dei recidivi. Bisogna inoltre tenere conto del fenomeno del sovraffollamento, e quanto questo condizioni qualunque ipotesi rieducativa. Per non parlare della droga che puntualmente arriva oltre le sbarre. E dell’esistenza poi di trattamenti discriminativi in base alle possibilità economiche del carcerato.

Naturalmente questa è una valutazione di tipo generale: ci sono istituzioni carcerarie che non rientrano in questa cupa descrizione, e che ospitano infatti gli unici esperimenti oggi condotti sul piano dell’impegno riabilitativo.Frequento da troppi anni ormai le carceri dislocate sull’intero territorio nazionale; e ciò che puntualmente mi colpisce è il lamento che quasi ogni detenuto esprime come se fosse lui la vittima, e come non avesse proprio lui compiuto il reato per il quale è stato condannato. Casi, questi, i quali stanno a dire che non viene nemmeno percepito il senso di colpa, e che il detenuto continua a sentirsi vittima, e dunque a vivere in condizioni di frustrazione, quella che sovente è all’origine dello stesso comportamento criminale. Una simile disamina vuole essere l’occasione per richiamare i bisogni del carcerato, la sua condizione esistenziale che, pur dura – come sempre è la privazione della libertà –, deve essergli utile per ricostruire la sua personalità relazionale.

Non ha senso alimentare verso il carcere una mentalità da discarica: una volta che i malfattori vi sono cacciati dentro, rimuoviamo il pensiero stesso del carcere. Che si arrangino: hanno fatto solo del male, ora possono starsene lì anche sepolti vivi, non importa in quale condizione.Occorre aver chiaro che una simile mentalità, anziché risolvere i problemi, li accresce. Quegli uomini e donne (di tutte le età) che sono in carcere, per continuare ad appartenere agli umani e cessare di considerarsi una calamità hanno bisogno di essere ascoltati e seguiti. Ed è in questo scenario che si fa importante dentro il carcere la presenza del sacerdote.Si chiamano "cappellani", e quelli che ho conosciuto mi sono parsi davvero straordinari, capaci cioè di farsi carico con grande umanità di un ruolo difficile e oneroso. Seppur sento il dovere di invitare tutti i sacerdoti a far visita ai loro parrocchiani detenuti, e a inserirsi in tal modo nel programma della loro rieducazione. Anche questi fanno parte del loro gregge, sebbene si tratti di pecore che non si erano mai fatte vedere né avvicinare dal pastore. La condizione carceraria ha infatti bisogno di umanità assai più di altre.

Non sta a me ricordare i precetti che suggeriscono di visitare i carcerati, anche se pare un invito che abbia poco seguito. Io desidero solo sottolineare che il carcerato ha bisogno di sperare, di attaccarsi a un futuro, di ricostruire di sé una immagine buona proprio ora che invece è relegato tra la feccia sociale. Il carcere infatti è un’esperienza che scuote, che sconvolge, che domanda aiuto, e benché un progetto di rieducazione non scatti mai da solo, c’è da considerare che il supporto di un sacerdote acquista comunque un significato umano straordinario.Insomma, da una parte mi sento di elogiare chi accetta il compito di cappellano del carcere, e dunque accetta come propria parrocchia quella popolazione speciale che sta dentro un carcere, dall’altra credo ancora di più all’intervento del sacerdote che va a trovare quel suo parrocchiano e stabilisce con lui una relazione che magari prima era mancata o aveva motivazioni troppo esili.I sacerdoti sanno che non vengono mai rifiutati dai carcerati, sono accolti e attesi. E quando ci sono le condizioni per colloquiare, e dunque quando è permesso di parlare come in un confessionale senza gli occhi delle guardie e le orecchie della ressa delle persone con cui divide la cella, il carcerato facilmente si apre ai sentimenti e si dischiude alla voglia di cambiare.Io non so dire come un sacerdote si debba comportare con un carcerato, mi pare però che egli debba fare solo il prete, un prete che si pone dinanzi a un uomo che ha sbagliato e che soffre. Un dolore che è profondo e che tante volte si presenta con la maschera della rabbia, e con la "voglia di distruggersi e di distruggere il mondo". Anche questo è dolore, dolore senza speranza.

Il sacerdote ha i mezzi e l’esperienza per stabilire una buona relazione, e poiché egli s’intende di peccati e di perdono, ecco che sa dare speranza. Per questo dico che non c’è bisogno di un prete speciale, ma di un prete e basta. Che nasconde un uomo fatto, equilibrato, capace di coinvolgersi senza rimanere invischiato. La maturità, nel suo caso, è un fattore dirimente: guai se l’esperienza del carcere lo squassa, guai se vi si avvicina con atteggiamento schifiltoso.Nella loro missione, i cappellani delle carceri hanno problemi specifici. Ad esempio, devono stare attenti a non creare ingiustizie visitando alcuni e non altri. Non devono dare importanza al rifiuto momentaneamente opposto, ma ritentare ancora, perché sovente il primo no nasconde solo una voglia bruciante di essere in realtà considerati. Inoltre, si guarderanno bene dall’interessarsi solamente di quelli che chiamano; talora infatti coloro che non chiedono hanno addirittura più bisogno, ed è il silenzio a urlare per loro. È bello poi che si fermino anche davanti alle celle dei duri, come dei dimenticati da tutti i parenti, di coloro che non hanno nessuno che va a trovarli, ma proprio per questo possono almeno dire che hanno vicino il "loro" prete.

Certo, si guarderanno bene dall’essere strumentalizzati. Sono in genere pressati da richieste della quotidianità, tese a sedare le ansie di chi sta dentro come dei familiari che sono fuori, e che vivono nella vergogna e nella paura. Sotto però ci sono bisogni più profondi per i quali la figura del prete diventa necessaria. Anzi, situazioni in cui questa figura assume i contorni del vero missionario, di chi va in un paese dove Dio pare proprio non ci sia.Il carcere ha tutto l’interesse ad aprirsi ai preti, per questo è importante che i giudici di sorveglianza snelliscano le pratiche per permettere ai pastori di visitare i propri fedeli come se fossero parte del sistema educativo. Mi piacerebbe che capissero che la rigidità delle norme carcerarie non può impedire alle relazioni rieducative di esplicarsi. La visita ad un carcerato del proprio parroco può diventare la base di un legame capace di portar frutto non solo sul piano della vita cristiana, ma anche su quello della metamorfosi nel buon cittadino.

A quel punto, persino il carcere potrebbe rivelarsi quella "provvida sventura" in grado di rendere obiettivamente migliori le persone, ma per questo occorre che i preti vadano in carcere. Io penso che il carcere abbia bisogno del prete, di un prete che vada non a fare l’esperto di qualcosa ma che racconti la vita di Cristo. E di questo racconto non dimentica mai l’episodio dal ladrone che sulla croce, all’ultimo momento, diventa buono.

 

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Da una parte mi sento di elogiare chi assume il compito di cappellano del carcere, e dunque accetta come propria parrocchia quella popolazione speciale che sta dentro un carcere, dall’altra credo ancora di più all’intervento del sacerdote che va a trovare quel suo parrocchiano e stabilisce con lui una relazione che magari prima era mancata o aveva motivazioni troppo esili. Io non so dire come un sacerdote si debba comportare con un carcerato, mi pare però che egli debba fare solo il prete, un prete che si pone dinanzi a un uomo che ha sbagliato e che soffre.

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Quegli uomini e donne che sono in carcere per continuare ad appartenere agli umani e cessare di considerarsi una calamità hanno bisogno di essere ascoltati e seguiti. È in questo scenario che si fa importante dentro il carcere la presenza dei sacerdoti. Si chiamano "cappellani", e quelli che ho conosciuto mi sono parsi straordinari, capaci di farsi carico con grande umanità di un ruolo difficile e oneroso.

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