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Quarantaquattresima puntata (10 dicembre 2008)
Il sacerdote di scuola

di Vittorino Andreoli

Da un prete mi aspetto che insegni a vivere nel mondo alla luce del soprannaturale, e dunque prospettando la vita eterna, e che lo faccia sulla base di un esempio, quello di Cristo. 

Il prete è un vero magister che insegna a vivere, e non il docente che spiega la entomologia o la fisica del cielo. Immagino che ogni sacerdote sia in possesso anche di un sapere di questa terra, scaturito da una propensione e da interessi particolari, e dunque che esistano campi specifici in cui egli è in grado di leggere il libro della natura quale riflesso del Dio che l’ha creata.

Ma i sacerdoti professori di matematica o di storia dell’arte sul tipo di quelli del Settecento francese non riesco bene ad inquadrarli, e per me finiscono per perdere presto la dimensione di ciò che cerco in loro. Conosco sacerdoti esperti in campi che sono oggetto di insegnamento nella scuola media o superiore o nell’università, e che vi si buttano cogliendo ogni occasione buona per mostrare meglio la presenza di Cristo nel mondo e di Dio nello specifico sapere umano. Tuttavia non riesco a concepirli meramente come insegnanti di una data materia, perché la vita non si fonda su una disciplina, ma su una sapienza ben più profonda, fatta di conoscenze e di mistero, di fede e di dimostrazioni causa-effetto.

Certamente la figura di prete più ricorrente nella scuola è quella dell’insegnante di religione, almeno secondo la vecchia esperienza. Una figura che ora è in gran parte sostituita dal laico insegnante della stessa materia e appositamente qualificato. Ebbene, io credo che le due figure siano in certa misura anche diverse. Il laico esprime un sapere e anche una convinzione, una fede ¿ dal momento che questi insegnanti sono indicati dalle diocesi ¿, ma non è lì in nome di una testimonianza indivisibile com’è quella di chi si consacra completamente a Cristo, e dunque Lo incontra quotidianamente nei sacramenti e soprattutto nell’eucaristia.
Il prete di religione nella scuola affronta i programmi della materia, con la disponibilità in ogni momento di portare il discorso anche su sentieri delicati della vita e della crescita, del destino e della morte, esponendosi in prima persona come testimone di Cristo, e come un suo discepolo. Il laico è una persona preparata, che ha studiato, e che racconta ciò che sa e ciò in cui crede, ma secondo una modalità di vita diversa. Eloquente pure, ma diversa.

So bene che l’inclusione dei laici nell’insegnamento della religione è venuta nel momento in cui hanno cominciato a mancare i sacerdoti. E dunque quando la Chiesa ha dovuto chiedersi quali fossero le incombenze da preservare imprescindibilmente ai propri sacerdoti, e quali invece si potessero delegare a laici preparati e addestrati. E so bene che per i laici che si accingono a questo insegnamento non c’è improvvisazione.

Si parla non a caso di professionalità, ed essa è da stimare. Ma è proprio qui il punto che io vorrei apprezzare. Il sacerdote nella scuola, per quanto si prepari, non va in nome della professionalità, non va applicandosi con le stesse modalità che si usano per insegnare la filosofia o la matematica. L’andare a scuola è un segmento della sua vita ministeriale. Per quanto egli rispetti la laicità del "luogo", non può mettere tra parentesi ciò che è.

E non si tratta, si badi bene, di squalificare l’apporto degli insegnanti laici, io almeno li rispetto moltissimo e so che molti di loro leggono questo giornale; dico però che benché entrambi - il prete e il laico - insegnino religione, l’uno non è mai completamente sovrapponibile all’altro.

Che poi un’affermazione di questo tipo possa suonare a taluno stravagante quando ogni giorno sentiamo di persone che vanno ad esempio nel Tibet, a visitare i monasteri lì dislocati, per poter assaporare in modo diretto, attingendolo dai monaci, l’insegnamento di quella religione, è un segno dei tempi. Che deve far pensare. Ripeto: non per dequalificare chicchessia, ma per apprezzare nel giusto modo il contenuto specifico delle singole testimonianze.
Magari i tempi che viviamo non consentiranno di ripristinare alcunché, ma questo non è un motivo per non sapere distinguere e apprezzare la diversità.

Tanto più che, nell’epoca in cui siamo e per gli stili di vita ormai invalsi, ci sono giovani che rischiano di non imbattersi proprio mai nella figura del prete. In chiesa non vanno, dalla parrocchia non sono mai stati attratti, a casa i loro genitori non invitano certo l’amico prete, che non hanno, per strada poi, chi se ne accorge quando passa un prete? Ripeto, oggi si rischia di trascorrere i propri anni formativi più importanti senza mai imbattersi in modo serio in un sacerdote, senza sperimentarne la singolarità di ministero, il suo essere segnale per l’aldilà.

Si può insegnare religione in maniera fedele ai programmi, si può farlo interpretando correttamente il proprio compito alla luce dei regolamenti scolastici come delle istanze della Chiesa, si può proporre la materia in modo interessante e sapendo ricavare tutti gli spunti possibili per la riflessione e l’approfondimento, ma mostrare il senso di una vita, questo è tipico del sacerdote, lui che per quella vita aperta al cielo ha consacrato interamente se stesso. Lo so che in classe anche il sacerdote ha i programmi da seguire, ma - ripeto -  egli li interpreta da prete, col portato della sua missione.

Mi si potrebbe obiettare che tante volte il prete insegnante di religione lascia a desiderare. E non mancano certo gli aneddoti su certi modi di stare in classe da parte di qualche prete svogliato, o ridotto a caricatura di sé. Ovvio che, a confronto di questi, l’opera di un insegnante laico può essere decisamente più benefica.

Ma, attenzione, occorre rendersi conto che stiamo facendo una comparazione impropria. Figure poco impegnate, anzi ridicole, possono sempre esserci, tra i preti come tra i laici. Se decidiamo di fare qualche paragone, dobbiamo farlo a condizioni paritarie. E per quanto riguarda l’insegnamento della religione, ci può essere un bravo sacerdote come un bravissimo laico, e tuttavia, tra i due, una differenza rimane circa l’influsso che si può giocare sui giovani. Ripeto, forse la condizione di un tempo in cui tutti i proff. di religione erano esclusivamente preti non si potrà mai più ricostruire, ma ciò non può comportare che non si sappia capire ciò che un sacerdote può fare in una scuola.

Insegnino pure i laici, ma se il prete entra a scuola lo deve fare come prete che parla di Dio e della vita eterna che già segna la sua esperienza terrena. E proprio per questo è giustificato il dibattito sulla natura curricolare dell’insegnamento della religione: ovvio che sia una materia da offrire al curriculum di ogni studente, ma non per questo essa diventa una materia qualunque.

Insomma, scopro ricorrente in me la tendenza a pensare al prete come testimone specifico, irripetibile e necessario, e per questo avverto una certa delusione quando lo vedo applicato in compiti che non gli sono specificatamente propri, in una stagione poi in cui mancano sacerdoti per le cose a cui solo loro possono accudire. Mi sembra, in questi casi, che si vada verso un grande spreco, uno spreco che non ci si può permettere.

Quello che vorrei insinuare è che il campo dell’educazione anche scolastica è troppo prezioso e troppo delicato perché un sacerdote vi si sfili completamente. Se non fosse così non si spiegherebbe a pieno d’altra parte il senso delle scuole parificate che nascono in ambito cattolico. Non è che l’aritmetica lì insegnata sia diversa da quella insegnata nelle scuole statali: è che nella scuola parificata si respira un’aria, c’è una tensione, una concezione della scuola che fanno la differenza. L’ora di religione non è un segmento di scuola parificata immesso dentro la scuola pubblica, questo no. Ma ad accostare le due realtà, l’insegnamento della religione e la scuola parificata sorta in ambito cattolico, è il fatto che entrambe, seppur in misura molto diversa, offrono una testimonianza di vita aperta all’assoluto.

Ovvio che questa possa essere interpretata anche da insegnanti laici, ma nessuno può disconoscere la forza intrinseca alla presenza del prete.

Cosa voglio dire? Che se anche la situazione creatasi a proposito dell’insegnamento della religione negli ultimi anni è destinata a non cambiare, si deve aver chiaro che la presenza di un prete, che faccia il prete, è importante per ogni giovane. Non al fine di conculcargli qualcosa, e neppure per sottrargli un palmo della sua libertà, quanto per offrirgli un’opportunità che lui potrà raccogliere se lo vuole: ma in ogni caso gli sarà stata proposta.

Ricordo che in uno dei miei viaggi, un bel giorno sono capitato in Polonia, nella Polonia nuova e democratica. Ebbene, lì sentii definire come un punto decisivo che tutta la gioventù almeno a scuola si incontri con un sacerdote. Poi, per carità, non ci sono automatismi miracolosi, e tutto ha bisogno di essere costruito con impegno e fatica. Tuttavia, ci sono delle strade che ogni collettività sceglie di percorrere, e che sono come le grandi direttive sulle quali un Paese si costruisce. Che i giovani nel loro palinsesto scolastico si imbattano con la testimonianza di un sacerdote la considero una scelta importante. Che non solo non porta nocumento alla laicità di uno Stato, ma può far sì che tale laicità non sia un simulacro vuoto.

Non è realmente possibile che il sacerdote svolga a scuola un intero programma annuale e per questo si deve ricorrere a figure laicali preparate? Ce ne faremo una ragione, ma questo non rende la mia convinzione meno solida. Semmai procureremo che, nel rispetto della scuola, vi siano occasioni per l’incontro con la figura del prete. Soprattutto, ogni sacerdote in cura d’anime riserverà alla scuola o alle scuole che sono sul territorio della sua comunità quella considerazione e quella stima attive che fanno ritenere provvidenziali tutte le circostanze che si presenteranno per un contatto e per una presenza rispettosa del contesto ma coraggiosa nei confronti dei giovani.

 

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Nell’epoca in cui siamo e per gli stili di vita ormai invalsi, ci sono giovani che rischiano di non imbattersi proprio mai nella figura del prete. In chiesa non vanno, dalla parrocchia non sono mai stati attratti, a casa i loro genitori non invitano certo l’amico prete, che non hanno, per strada poi, chi se ne accorge quando passa un prete? Ripeto, oggi si rischia di trascorrere i propri anni formativi più importanti senza mai imbattersi in modo serio in un sacerdote, senza sperimentarne la singolarità di ministero, il suo essere segnale per l’aldilà.

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