Scandalo deriva dal greco skandalos, e in origine significava ostacolo; infatti "pietra dello scandalo" sta a indicare proprio ciò che impedisce un’azione, ma anche ciò che può far inciampare, e che pertanto rappresenta un’insidia. A questo significato iniziale si è nel tempo aggiunta una dimensione psicologica, come di qualcosa che turba la serenità e la coscienza.
Qualcosa che non ci si aspetta, come succede quando all’improvviso ci si para dinanzi una sorpresa. Ma al di là delle origini del termine, e del suo significato sorgivo, merita considerare come al tempo d’oggi gli scandali siano diventati una sorta di racconto continuo, o di colonna sonora di questa società. Lo si può verificare guardando gli scandali quotidiani che ci giungono dalla cronaca, e dalle prime pagine dei giornali, ma anche dall’oscurità della vita privata delle famiglie e di ciascuno di noi. Un tipo di scandalo, questo, che in genere non affiora sui mass media, eppure ugualmente urla da dentro una disperazione soffocata.
Io credo che il senso più attuale dello scandalo sia il tradimento di un’attesa, la constatazione che ciò che doveva svolgersi in un certo modo per dare realizzazione a precisi propositi si è invece sviluppato lungo altri parametri, in vista di un risultato opposto. Pensiamo al tradimento di un padre, che avrebbe il compito naturale e istituzionale di educare, e invece sfrutta la fiducia del figlio per violarlo, per asservirlo, per distruggerne la personalità e non per farla crescere.
Ma pensiamo al tradimento perpetrato dai politici, verso i quali si indirizzano le attese dei cittadini e di tanta povera gente. O al tradimento delle banche, che da garanti dei depositi, e dunque delle fatiche di una comunità, diventano società dell’azzardo, alle mercé di incompetenze e dei disegni di potere di taluni vertici di gestione. Ma pensiamo anche al tradimento della fiducia da parte di una moglie o di un marito rispetto al proprio coniuge, il quale viene così a trovarsi nei panni dell’ingannato e del tradito.
In tale quadro, si può inserire lo scandalo che talora provoca anche il sacerdote che, pur indossando un abito che è segno di una scelta totale fatta con Dio, tradisce la propria missione puntando su azioni finalizzate all’interesse egoistico: dall’appropriazione indebita alla violenza sessuale. Circa l’animo con cui parlo di queste cose - voglio precisarlo - lascio al lettore indovinare: egli sa a questo punto quanto io stimi il sacerdote, e dunque con quale atteggiamento interiore possa parlare delle sue magagne.
Vorrei farlo con mano leggera, perché so bene che la gente da una parte non ama che si tocchino i suoi preti, dall’altra quando scopre che sono indegni diventa essa stessa, e più di me, inesorabile. E dunque non serve che proprio io calchi la mano. Anche se parlarne è inevitabile, diversamente il nostro viaggio attorno alla figura del sacerdote oggi sarebbe non del tutto onesto. Peraltro, non voglio neppure lasciare intendere che il marcio sia in quantità maggiore di quanto a ciascuno capiti di rilevare. Non c’è da esagerare: è sufficiente talora un solo caso per provocare uno sconquasso incredibile. Se in mezzo a centinaia o migliaia di sacerdoti ve n’è uno solo che non si comporta bene, che crea scandalo, quello finisce sulla bocca di tutti. Certo, perché i media cavalcano lo scandalo, ma anche perché la gente si stupisce davvero e prende infine atto con scalpore di ciò che non va.
Parlo insomma del prete e lo scandalo perché, giunti a questo punto, non posso far finta di nulla. E poi considerando il fragore che il singolo sgradevole fatto provoca, mi illudo che il discuterne qui possa all’occorrenza aiutare a elaborare il disagio. Dunque da una parte c’è l’attesa, la proiezione positiva, e dall’altra la scoperta del tradimento, quando il prete sotto la veste nasconde le sembianze del lupo. Sepolcri imbiancati, sono costoro. Anche di recente si è avuto qualche caso di consacrati che esercitavano il ministero di Cristo facendo in realtà affari in proprio, che si proponevano di fare il bene dei giovani in situazioni che servivano invece a coprirne vizi innominabili.
Lo scandalo nella nostra società incute paura, genera insicurezza perché porta a non credere più, a perdere la fiducia nell’uomo; e se si tratta del prete, induce a perdere spesso la fiducia in Dio, a metter in crisi la fede, che è l’afflato che unisce a Dio e dove il sacerdote funge da mediatore; ma - ovvio - se questi tradisce, diventa più difficile credere in quel Padre che il prete invoca mentre lo "svende".
È "grazie" allo scandalo che si avverte la spinta a distinguere Dio dalla "sua" Chiesa. Poi magari un salvataggio in extremis capita pure, ma a quale costo! Per tentare di razionalizzare le cose, in questi casi succede che qualcuno sentenzi: le mele marce ci sono dappertutto, e dunque un’immagine di Chiesa bacata non necessariamente significa che Dio ne venga intaccato. Ma è una difesa o una giustificazione molto debole, perché per la dottrina cattolica come per il sentire profondo delle persone la Chiesa non è mai separabile da Cristo, come Cristo da Dio, e dunque un danno a cascata viene fatto.
Non deve stupire che lo scandalo tenda ad allontanare le persone e produca diffidenza perché ci si chiede dove sia Dio in quel momento, dov’era mentre un bambino veniva violato in qualche ambiente ecclesiastico. Il prete dello scandalo è l’antitesi del prete santo. Certamente occorre vedere sempre l’insieme, da una parte la grandezza e dall’altra la miseria; ma quando un sacerdote dà scandalo nasconde Dio e quindi diventa - lo dico con la mia sensibilità - un anticristo. E il termine rimanda a Nietzsche e all’immagine di una chiesa dello sfruttamento e dell’inganno che si trova nella sua riflessione. Attesa tradita, fiducia ferita, illusione caduta, certezza messa al bando e sensazione di paura. Lo scandalo dei preti è tremendo, e non si può accettare la salomonica sentenza secondo la quale anche il prete è un uomo.
Verità indubitabile, ma allora diventa difficile sostenere che si tratta di un prescelto da Dio, perché con questa affermazione si ammette che Dio ha sbagliato. «Meglio sarebbe per lui (per chi cioè ha commesso scandalo) che non fosse mai nato» (Matteo 26, 24): questa frase del Vangelo, se in altri tempi era ritenuta proporzionata, appare ora eccessiva perché la società sta andando verso un’assuefazione allo scandalo, è come se lo scandalo fosse diventato un evento banale, simile alla banalità del male. Ma in una società che si regge su princìpi, sul valore del singolo dentro la comunità, sul significato dell’uno per l’altro, lo scandalo è un disastro di umanità e una piccola apocalisse dei princìpi e della dignità dei ruoli comunitari. Un padre che abusi della figlia che gli si butta tra le braccia perché si aspetta di essere difesa è uno scandalo che grida vendetta agli occhi di Dio. Ci sono mancanze e peccati che rientrano nel privato, e hanno effetti relativi sugli altri e sulla comunità, ma ci sono comportamenti e peccati che colpiscono l’altro, che altri pagano, e che dunque appaiono immensi nella loro gravità: per questo sono da scongiurare, sono da bandire.
Non è possibile arrivare all’assuefazione del male. Una società che accetta tutto e che giustifichi tutto è una società in agonia. E la nostra società sta morendo. Quando in un relativismo totale si giustifica tutto e quando non esiste alcuna etica, come insieme di princìpi insostituibili, allora non c’è più comunità, vuol dire che si è giunti all’homo homini lupus. Quando la giustizia diventa suo malgrado una struttura di ingiustizia e di corruzione, allora una società è finita. E di nuovo la Chiesa, se giunge a compromettersi con l’ingiustizia e con il potere immorale, non può più avanzare pretese di santità.
E appare agli occhi dei semplici un’istituzione malata. Chi non ricorda le immagini offerte in televisione della baruffa tra religiosi di due comunità cristiane diverse nella chiesa della Natività di Gerusalemme? Lo ammetto: a quello spettacolo ho avvertito un senso di paura, come se la crisi di una fede - che io non ho - mi stesse per cadere addosso. Ho capito in quel momento come si possa arrivare a farsi la guerra in nome di Dio o di un profeta.
Ma ci sono anche scandali piccoli, li chiamerò micro-scandali, che sono riscontrabili nella vita feriale delle comunità cristiane quando i preti, che dovrebbero essere i più convincenti indicatori della strada per Dio, diventano dei segnali contraddittori, se non controproducenti. Quando ad esempio si assiste all’abbandono di chi è bisognoso, di chi non può più guardare all’uomo che lo ha rifiutato, quando la porta resta chiusa e fuori chi bussa si sente abbandonato, anche allora si è davanti ad una condotta sconveniente e traditrice. Si potrebbe dire che in questi casi si tratta più di peccato che di scandalo, ma non sarei così sicuro. Dipende anche dal contesto.
Ma certo lo scandalo va distinto dal peccato, almeno nel senso che si tratta di un peccato pubblico, che fa male alla gente, che la delude. È un esempio distruttivo del credere. Fatto da un prete, è per la mia sensibilità il peggiore gesto contro la fede, e contro la sua stessa sorgente, perché non è concepibile deludere chi crede e chi ormai è attaccato a quell’appiglio come unica certezza per non precipitare nel nulla. Credevo di aver trovato un padre e invece mi ha abbandonato o addirittura violato. Mi ha tradito.
Per la precisione che le parole chiedono, occorre osservare che c’è anche un significato tendenzialmente buono, o positivo, del termine "scandalo". Non a caso, questo diverso significato lo si trova anche nel Vangelo, là dove si parla della necessità dello scandalo (cfr. Matteo 18, 7), il che succede quando la parola sta a indicare un segno di differenziazione in fin dei conti benefica, una distinzione che porta vantaggio. I cristiani nei primi secoli erano di scandalo per i gentili, il loro comportamento era spesso incomprensibile ai pagani. Insomma, se lo scandalo è una delusione, quando esso è tale per il potere o per il perbenismo, allora può significare vera grandezza.
E in questo senso, si capovolge la scala dei valori, e bisogna «perdersi per ritrovarsi» (cfr. Matteo 10, 39), diventare folli di Dio per esser da lui benedetti. Si potrebbe dire, pur con la prudenza che sento di dover usare, che c’è uno scandalo mortifero, che uccide, e uno scandalo benefico, che serve a cambiare il mondo, e talora anche a rinnovare la Chiesa. Noi tuttavia, nel prosieguo, torneremo a occuparci solo di un significato, quello negativo.