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Quarantasettesima puntata (01 gennaio 2009)
Se il sacerdote si innamora

di Vittorino Andreoli

Realismo. Senza accanimenti
Ed eccoci ai casi estremi. Il professor Andreoli li aveva per tempo annunciati, quasi a volerci preparare. Perché non avessimo a stupirci o allarmarci. Se il suo dev’essere un viaggio realistico attorno alla figura del sacerdote del nostro tempo, come si può tacere del tutto sulle situazioni più critiche? Non si può. L’importante è farlo in modo appropriato, senza accanimenti ma anche senza false indulgenze. Scegliendo un punto di vista preciso: che è quello dell’immagine che il sacerdote ha nella nostra cultura, ciò che da lui ci si attende, ciò che a lui è irrinunciabilmente richiesto. Così è nella puntata odierna, dedicata al caso del prete che si innamora ma non tronca l’emozione, anzi la asseconda, con ciò che ne consegue. Non è un’ipotesi lunare, lo sappiamo. E quando capita, i mass media fanno opera di devastazione. E noi come ci comportiamo? Soprattutto: cosa ne pensiamo? (db)


Il matrimonio non si coniuga con la vocazione del prete. Il Signore ha detto che per seguirlo occorre abbandonare ogni bene e ogni legame sulla Terra per diventare soltanto servus servorum. E in questa affermazione si può immediatamente cogliere la specificità della missione sacerdotale, e si intuiscono le rinunce che rispetto agli altri uomini il sacerdote deve fare. Certo, si tratta di rinunce che, secondo la promessa, aprono la strada al "di più", sono cioè condizioni per conquiste importanti nella visione del Cielo.

Naturalmente qui non è in discussione la nobiltà del matrimonio, istituzione umana che la Chiesa ha elevato alla dignità di sacramento e che lo Stato riconosce e promuove come cellula base della vita sociale. E mi pare conti relativamente poco che ci siano state epoche in cui era ancora possibile, da sacerdote, sposarsi. Importa invece di più, credo, che la Chiesa da un certo momento in poi abbia visto più chiaramente su quelle che sono le esigenze poste dalla vita sacerdotale, e abbia scelto per il proprio clero la vita celibataria, quale dimensione sponsale con Cristo e la Chiesa, come attesta la teologia e lo stesso rito di ordinazione al sacerdozio. Da qui è disceso un costume, dunque una prassi e una cultura che hanno segnato il modo di pensare dei Paesi a influenza cattolica.

Questo dato fa sì che ogni legame tra un prete e una donna venga visto non tanto come un fatto naturale, ma anzitutto come condizione di consumo sessuale. Anche se si tratta di vero amore, dal popolo viene percepito come altro, e questo fa scandalo. E lo scandalo non dipende anzitutto dalle intenzioni dei protagonisti, ma dalla cosa in sé e da come viene percepita dalla gente. Ma, si potrebbe obiettare, in realtà la gente oggi capisce, e anche la gente di Chiesa oggi è possibilista, appare disposta ad accettare che il sacerdote abbia una sua vita coniugale, dunque è inutile lanciare anatemi. Ecco, io su questo modo accomodante di pensare nutro qualche seria riserva. Non vorrei che fosse una volgare compiacenza, o peggio che fosse la conseguenza di una visione ormai secolarizzata da oltranza.

Ogni storia svelata, e dunque non più segreta, tra un prete e una donna è vista in genere come scandalo e getta su quel prete, che dovrebbe essere esempio di coerenza e amore per Dio, una luce obliqua. Ciò vale per una relazione che si consuma in attività meramente sessuale, ma è particolarmente sentito quando questa diventa more uxorio e dunque manifesta una certa continuità, si fa abitudine. E allora viene facile dire che nella Chiesa ci sono preti che predicano bene ma razzolano male, e che dunque più che annuncio della verità la Chiesa è casa della falsità. E questo fa ancora più scandalo, perché il tradimento verso Dio non si limita al consumo tra un prete e una donna, ma al tradimento del pensiero, della dottrina, come se la parola di Dio fosse mero flatus vocis e non la Parola che salva. Tutto questo potrà apparire eccessivo a taluni che non credono né in Dio né nella Chiesa, perché si fatica a pensare che un legame di donazione che dà sicurezza, che aiuta a vivere, possa essere deviato o falsato.

Di fatto, il problema diventa difficile proprio perché è interdetta al sacerdote un’esperienza umana che è straordinariamente bella e che nella storia di ogni laico cattolico diventa persino dono del Cielo. Ci sono delle attese che la gente nutre circa i requisiti che un prete deve avere per poter essere avvicinato, richiesto, stimato e amato dal popolo, quale intermediario del Padre celeste.

Lungi da me l’ipocrisia, e tuttavia pare persino evidente che un legame casuale, e comunque segreto, rientra nella sfera dei peccati personali, magari grave, ma non sfocia ancora nello scandalo. So bene che non esistono per la teologia cattolica peccati solo individuali, nel senso che ogni azione misteriosamente entra in un equilibrio generale. Però di un peccato personale il singolo renderà conto al suo Dio e al proprio confessore.

E siccome pure il prete è soggetto alla tentazione, e al peccato, anche lui può contare su un Dio misericordioso, che tuttavia richiede un pentimento e un progetto, una promessa di "non più commetterlo". Mi pare di poter dire che per la dimensione in cui stiamo mantenendo il nostro discorso, il tema centrale sia proprio quello dello scandalo che riguarda indubbiamente la persona ma lambisce anche l’istituzione, alimentando una serie di dubbi forti in chi è scandalizzato. Pone il problema di come un uomo di Dio possa essere un peccatore che usa sessualmente una creatura invece che aiutarla e sostenerla nello spirito.

Pone il problema di una Chiesa che mantiene in servizio chi non solo non compie la propria missione ma la tradisce. Insomma, lo scandalo allontana in genere i fedeli, che tenderanno a non vedere più in quel sacerdote il loro pastore; anzi cercheranno di allontanarsene, di non riconoscerlo nemmeno. In altre parole, è l’essere - il sacerdote - in conflitto con il suo Signore che viene qui evidenziato, ed è il suo trovarsi in contrasto continuo con la Chiesa.

Una conflittualità che rende impossibile, o quanto meno molto difficile, esercitare la missione in mezzo alla gente, giacché il conflitto non è mai fruttuoso. Come fa quel sacerdote salire sull’altare per l’Eucaristia, assolvere i fedeli dai peccati quando lui è in quella stessa condizione? Il fatto di non provare dolore e disagio non è ben’inteso una attenuante, anzi.

Insomma, ci si trova nella condizione per cui un prete che abbia una relazione more uxorio deve uscire dal proprio stato e abbandonare la propria missione. Una ferita, certo, ma che bisogna evitare di trasformare in tragedia, e per questo è richiesta in ogni caso un’assunzione di responsabilità. Il che, a ben guardare, vale per tutti, e vale anche per gli sposati, sui quali pure grava l’impegno della fedeltà alle promesse. Qualcuno, in parte celiando e in parte no, potrebbe dire che non tutte le ciambelle riescono fatalmente bene, e che la cosa dovrebbe non stupire più di tanto.

Ma questo evidentemente non può essere, per nessuno, un alibi a non fare sul serio. Se una scelta si preannuncia per la vita, occorre maturarla come tale, bisogna procedere senza riserve mentali circa una seconda chance. E tuttavia, i fallimenti non mancheranno mai nella storia dell’uomo, come della Chiesa; per questo è necessario fare in modo di non scandalizzare gli altri, o di circoscrivere al massimo il rischio, perché non venga intaccata la bontà di una missione, la sua santità. L’errore ammesso non fa scandalo, mentre la persistenza in una condizione fedigrafa che pare voler negare l’errore fa davvero scandalo; e per questo pagano tutti, si potrebbe dire che paga tutta la comunità dei fedeli.

Riflessioni, queste, non certo sistematizzate, che si potrebbero ritenere interessanti solo per i credenti. E invece no: io non mi scandalizzerei di un sacerdote che, dopo il dovuto discernimento, esce dallo stato sacerdotale e inizia un altro percorso di vita sempre come credente, mentre mi scandalizza una posizione di contrasto insanabile, di un prete che come se nulla fosse, vive con una donna come fosse la propria moglie. Mi scandalizza certo più questo che una storia, per quanto malinconica, di un’amante che si inserisce nell’equilibrio di una famiglia con tanto di moglie e di figli, e magari in nome del perbenismo cristiano. Dico così perché ogni non credente sa cos’è la sacralità, e sa che il prete è l’uomo consacrato a Dio, e ha bisogno di constatare che gli impegni presi con Dio sono dei fatti concreti, precisi, dirimenti. Allora si intuisce che Dio è una realtà concreta, è un’Esistente che non si può prendere in giro.

Vorrei anche aggiungere, a questo proposito, che conviene non dare troppo credito a chi proprio tra i non credenti è pronto a scusare qualunque pecca: forse sta cercando di trattare il prezzo anche per se stesso. Forse è alla ricerca di un alibi. Forse fa comodo oggi che il prete scenda a compromessi, perché questo tacitamente autorizza moralmente anche gli altri a fare altrettanto. Il sacerdote per missione sua deve educare ai princìpi, ma questi non possono nello stesso tempo coniugarsi con l’intemperanza, l’incoerenza e la dimostrazione da parte del prete di non credere lui stesso alla missione di cui è protagonista e alla Chiesa di cui è ministro.

Proprio per questo io reagisco, affettivamente, e non come farebbe un ateo che, guardando la cosa solo sotto il profilo di una razionalità lucida e fredda, conclude che non gliene importa nulla e che semmai il fatto è la prova inconfutabile che non c’è né un Dio né una Chiesa, ma semplicemente un sistema ben congegnato che punta sui creduloni per gabbarli.

Io prendo atto che la Chiesa non ammette l’amore umano per chi sceglie di dedicarsi a Dio con cuore indiviso, e che rinunciare a una donna significa amare tutto il popolo di Dio. Mi verrebbe anche da aggiungere che la condizione celibataria è quella che il Gesù storico, che è lo stesso dei Vangeli, doveva preferire se egli l’ha scelta per se stesso, rendendo così ancora più credibili le parole del «Vai, vendi tutto e dallo ai poveri» suggerito al giovane ricco. Mi pare di dover ancora osservare che si tratta di una condizione che per secoli è stata optata da quanti credevano radicalmente ad una missione ad esempio di dedizione educativa.

L’ho già ricordato che fino a qualche decennio fa gli insegnanti di Cambridge o di Oxford erano così riversi sulla loro comunità educativa che non si sposavano. Se essere prete comporta la scelta del celibato, è del tutto legittimo riconoscere che questa non fa per sé; al limite, anche se non è la via maestra, si può a un certo punto uscire da una  condizione che sembrava appropriata e poi non la si è più sentita tale. Ciò che non mi pare accettabile è fare scandalo. E il prete non è una figura da gossip o da paparazzi, poiché in gioco c’è molto di più, c’è la morale, l’etica maiuscola, quella che vuole guardare all’uomo dell’eterno e dunque con un destino al cui confronto gli anni di vita sulla terra si fanno nulla.

 

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Forse fa comodo oggi che il prete scenda a compromessi, perché questo autorizza moralmente anche gli altri a fare altrettanto. Ma il sacerdote deve educare ai princìpi. E questi non possono coniugarsi con l’incoerenza e la dimostrazione da parte del prete di non credere alla missione di cui è protagonista e alla Chiesa di cui è ministro.

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