«Pedofilia» ha un’etimologia greca e significa «amore per i bambini». In realtà, è un significato inaccettabile, dovrebbe essere sostituito da «pedofobia», perché nei comportamenti di cui parliamo non c’è nulla che ricordi neppure vagamente l’amore. Tuttavia, questo è il termine in uso.
La pedofilia è una malattia: l’Organizzazione mondiale della Sanità la include nell’ambito dei disturbi del comportamento sessuale. È una parafilia, una di quelle particolari anomalie del comportamento che si basano su fantasie, impulsi, eccitazione... legati a situazioni e oggetti del tutto particolari o anomali. In quello stesso gruppo troviamo il feticismo, il voyeurismo, il masochismo, il sadismo sessuale. Nel caso della pedofilia però, l’oggetto del desiderio è il bambino.
Secondo la classificazione del Dsm-4 Tr (Diagnostic statistical manual), manuale di riferimento della psichiatria americana ma anche di quella italiana, il pedofilo è, per cominciare, un individuo che ha compiuto i 16 anni. Indicazione che rileva come ne sia esclusa tutta la prima adolescenza, periodo in cui si verificano dei particolari comportamenti nello stringere legami di amicizia e nel manifestare affetti, che possono coinvolgere anche bambini. Il soggetto inoltre deve esprimere un comportamento di attenzione reiterato nel tempo: il Dsm 4 precisa che debba permanere almeno sei mesi. Non nascondo che questo tipo di procedimento diagnostico possa suscitare perplessità, apparendo riduttivo, eppure ha una sua utilità nel suggerire cautela e impedire il rischio di abusi diagnostici. In altre parole, bisogna stare attenti a non considerare pedofilo - che so - un fratello affettuoso.
Inoltre per configurarsi come pedofiliche le fantasie e le attrazioni di tipo sessuale devono essere rivolte a un bambino, ossia a un soggetto prepubere, che non abbia raggiunto la maturità sessuale. In altre parole è necessario l’insieme di un soggetto - che ha fantasie e desideri ancor prima di compiere azioni -, e di un altro, che è un bambino prepubere. Ciò significa che in questa relazione esiste un bambino coinvolto, il quale - succede spessissimo - dopo una prima esperienza facilmente ricerca il proprio abusatore.
Vorrei qui inserire subito un rilievo sul profilo sociale dei bambini a rischio: sono coloro che trovano nell’attenzione anomala e orrenda del pedofilo l’unica modalità per sentirsi "oggetto di amore". Si tratta spesso di bambini abbandonati affettivamente, che si sentono soli all’interno della famiglia o all’interno della comunità, che finiscono per aspettare con ansia l’incontro già accaduto con il pedofilo, in quanto è l’unico che in qualche modo gli chiede e gli dà attenzione.
Non bisogna stare a pensare alla famiglia in maniera unica, come una protezione certa, quando è proprio quello il contesto in cui più spesso si consuma il dramma della pedofilia. Peraltro non è difficile immaginare una famiglia costretta a vivere in un monolocale, trattenuta insieme più dalle mura che dall’affetto, con tante solitudini che si sfiorano, e tra esse quella del bambino che si abitua a non trovare attenzione né ascolto. Se accade che qualcuno ricerca in lui qualcosa o qualche aspetto del suo corpo, si sente d’un tratto amato. Tremendo, tristissimo, ma anche molto importante: se c’è un bambino a rischio, è quello non amato.
Naturalmente non intendo creare degli stereotipi ma bisogna che, nello stesso momento in cui ci occupiamo del pedofilo, cioè di colui che agisce, si tenga conto anche delle caratteristiche dei bambini che possono esserne attratti.
Se si parla della pedofilia come malattia ciò implica che ci si possa interrogare sulla terapia, quella possibile in questo momento. Pur correndo il rischio della schematizzazione, richiamo i tre trattamenti possibili, nessuno dei quali ha un significato terapeutico se preso isolatamente, ma lo acquista nell’interazione con gli altri.
Innanzitutto dobbiamo tenere conto della biologia e quindi bisogna valutare qual è, nel pedofilo, l’assetto ormonale. Sappiamo che il testosterone ha la forza di incrementare il desiderio sessuale e quindi l’impulso all’azione.
Se riscontriamo che in un soggetto quest’ormone è alterato, abbiamo gli strumenti per poterlo normalizzare in maniera farmacologica. Questo, tuttavia, non basta a ridurre il rischio sociale prodotto dalla pedofilia, né ad aiutare il malato.
A questa forma di intervento, infatti, deve associarsi un’attività terapeutica rivolta non all’organismo ma alla ideazione. Prima di agire nel teatro della cronaca, dove si compiono i reati, il pedofilo si muove nello spazio mentale e lo fa ripetutamente. Luigi Chiatti, il pedofilo che usò due bambini e nel piacere giunse ad ucciderli, incontrò la prima vittima, di 4 anni, il 4 di ottobre del 1992 . Quella data rappresentò un elemento importante perché disse che era un devoto di san Francesco, celebrato in quel giorno. Per Chiatti quella coincidenza acquistava una luminosità particolare, perché sosteneva di amare i bambini. Ogni giorno usciva in macchina alla ricerca di qualcuno di essi. Il che rileva il ruolo cruciale della ideazione: un’elaborazione della fantasia che viene sollecitata da gesti che preparano il reato. Chiatti mi raccontò che spendeva i propri soldi per comperare oggetti da bambini e durante le indagini, nella sua abitazione, venne rinvenuta una cassa piena di biancheria intima per bambini, perché lui immaginava la propria vita con un bambino. Sappiamo peraltro che ogni attività di tipo sessuale è vissuta prima di tutto dentro la mente.
Dobbiamo allora fare in modo che l’elaborazione fantastica del pedofilo venga interrotta: solo quando il desiderio sarà controllato, avremo la certezza che si potrà evitare anche il comportamento, perché non si tratta, in questi casi, di un gesto impulsivo, nel senso del raptus , ma è invece l’ultima tappa di un percorso ben programmato.
Nel pedofilo il pensiero del rapporto sessuale con un bambino è ossessivo, come un’idea coatta che spinge a immaginare continuamente quell’azione sessuale. Bisogna dunque applicare tutte le tecniche che si userebbero di fronte a un ossessivo: la farmacologia e le terapie della relazione.
Ma accanto all’aspetto organico e a quello dell’ideazione, c’è un terzo elemento che va preso in seria considerazione per approntare una terapia: l’affettività. Freud sosteneva che un pedofilo è un bambino che cerca un altro bambino. Oggi sappiamo che il 45% di coloro che mettono in atto abusi sessuali su bambini sono stati a loro volta abusati nell’infanzia. Il che dice pur qualcosa a coloro che sono ancora restii a considerare la pedofilia una malattia. Insomma, se i pedofili provengono per il 45% dei casi da una storia infantile di abuso, ciò significa che, in qualche modo attraverso questi comportamenti il pedofilo ritorna a essere un bambino, quasi rivivesse l’infanzia, quell’infanzia traumatica. Spessissimo nel pedofilo convivono le due nature di vittima e carnefice, un uomo che si vede contemporaneamente come colui che abusa e come colui che viene abusato, cioè come l’oggetto dell’abuso. Per affrontare questo aspetto della terapia occorre applicare tutte le tecniche di relazione analitiche della personalità che, rimuovendo ostacoli (nuclei traumatici) alla crescita, permettono di portare il pedofilo a una maturità affettiva.
Avere presente il pedofilo come malato, con una sua specificità clinica e terapeutica, non significa considerarlo un irresponsabile, e dunque uno non punibile: il pedofilo infatti è sempre in grado di controllare la propria pulsionalità ed è capace di promuovere l’incontro con un bambino designato lentamente, con molta prudenza sia per conquistarlo sia per stabilire con lui quella complicità che non lo indurrà a richiamare l’attenzione dei propri genitori e a non alimentare sospetti. Dunque, pur sentendo l’attrazione, controlla il desiderio e lo sposta al momento in cui il pedofilo pensa che sia possibile attuarlo. La categoria della malattia pertanto non interferisce con la concezione del reato, e di uno dei reati contro la persona più gravi e abietti. E se è un reato, occorre che ci sia una pena, e che essa venga applicata.
Ma al contempo, poiché di malattia si tratta, è auspicabile che s’investa nella ricerca e, dunque che, oltre alla punizione, si sviluppino nuove tecniche terapeutiche e che nel frattempo si applichino quelle possibili allo stato attuale delle conoscenze scientifiche. L’intervento auspicabile è quello preventivo, da attivare quando il soggetto avverte segnali clinici di malattia seppur non messi ancora in atto.
La terapia di chi ha già compiuto abusi va sempre applicata, poi, anche in carcere. La detenzione deve essere un’occasione di cura per impedire che, terminata la pena, il pedofilo ritorni nella società come pedofilo.
La pedofilia è un comportamento sempre più frequente e colpisce anche i sacerdoti: i preti pedofili. Su questo specifico profilo, doloroso e drammatico, c’è poco da aggiungere, se non che è motivo di scandalo dentro uno scandalo più grande. Il sacerdote, che è uomo della sacralità, si rivolge ai bambini ma come oggetto di piacere sessuale. Il che produce l’immagine peggiore che possa venire da un prete e dà il senso proprio della degenerazione.
Non lo nascondo: quando mi raggiungono notizie di questo tipo, specie poi se non si tratta di un caso sporadico, resto letteralmente sgomento. Lo stesso immagino succeda ad altri: non si è mai pronti dinanzi a simili scenari.
Per questo credo che nel caso dei preti pedofili sia fondamentale poter intervenire presto, se ciò è dato; e che in ogni caso la pena sia applicata con severità. E, assieme, gli sia accordata la cura. La terapia prima accennata è efficace, anche se richiede i tempi della psichiatria. Non posso tuttavia non sperare che i pedofili si sottopongano alle cure necessarie: la sola maniera razionale perché una malattia non diventi tragedia, e non finisca nella criminalità.