Il termine dipendenza oggi rimanda al fenomeno droga e sta a indicare il momento in cui una sostanza diventa indispensabile, e il consumatore deve usarla per non avvertire uno stato di malessere, una situazione di pericolo come se, senza, non potesse vivere. Questo allarme si chiama crisi di astinenza, malessere fisico e psichico che sparisce con la somministrazione della sostanza d’abuso. Nella dipendenza, la droga diventa parte essenziale della vita e il comportamento è tutto diretto a procurarsela, in qualsiasi modo, perché è una questione di vita o di morte: almeno questo è il vissuto del dipendente.
Oggi il termine dipendenza va oltre la droga e si estende anche a comportamenti e relazioni che non hanno una dimensione chimica: c’è dipendenza dalla televisione, da Internet, dai videogiochi, dai giochi d’azzardo, dal sesso. Ciascuno di questi elementi diventa il fattore chiave di un rapporto dentro il quale si può arrivare a una vera e propria sindrome da astinenza, tale da manifestarsi persino con disturbi somatici.
La dipendenza da computer (detta oggi anche dipendenza digitale), ad esempio, è particolarmente evidente in quei giovani che passano ore e ore davanti a uno schermo, ritenendo che la collegata tastiera permetta loro di cambiare il mondo che vi si rappresenta. Bambini e adolescenti che trascorrono le giornate così; mangiano cliccando sui tasti e si addormentano solo per la forza biologica che li fa cadere esausti davanti al video acceso.
E quando si cerca di toglierli da quella relazione, avvertono un malessere che va dalla confusione mentale ai tremori, persino alle convulsioni muscolari che richiamano gravi patologie cerebrali. Ma tutto passa, se si rimettono davanti allo schermo. È come se rifiutassero il mondo "reale" e scegliessero di vivere solamente in quello virtuale. E la motivazione è semplice: il mondo dello schermo è governabile, nel senso che se qualcosa non piace basta schiacciare un bottone e quella specifica rappresentazione scompare, mentre nella realtà del mondo concreto non si può con un tasto cancellare la propria madre o il proprio insegnante di matematica. Insomma, sono soggetti dipendenti da qualche bene strumentale e, se ne vengono privati, avvertono astinenza.
Il termine dipendenza si estende però anche a una dimensione meno strumentale, a un legame non fisico, a relazioni con idee, con comportamenti. Ed è di questo che vorrei parlare. Ho conosciuto pochi sacerdoti che abusano di sostanze (alcol in primis), e nessuno che avesse con gli strumenti digitali la forma estrema della dipendenza che - lo sottolineiamo ancora - si deve registrare quando non si ha più la libertà di poter dire di no. Di contro, conosco vari preti che diventano dipendenti da un certo modo di vivere, atteggiamento che scatta quando la vita viene ridotta a uno schema, a regole rigide e a comportamenti che, se non si ripetono, inducono ansia e talora un generale malessere anche fisico.
La dipendenza ha come riferimento clinico generale la ossessività, una condizione che abbiamo già incontrato in questo lungo viaggio, e che si manifesta con la ripetitività e con il bisogno di compiere le stesse azioni. Insomma, c’è una dipendenza dallo schema di vita che si può irrigidire, limitando notevolmente la flessibilità delle azioni e anche l’interesse verso nuove esperienze. Come se il nuovo facesse paura e immettesse in una condizione contrassegnata dal dubbio, fosse cioè in qualche modo un rischio che la ripetitività invece evita, poiché il fare ciò che si è già sperimentato è un segnale di buona previsione e di certezza.
La dipendenza si instaura quando a ripetersi sono quei dati gesti, quella sequenza di operazioni nel corso della stessa giornata, quando l’agire non va al di fuori di un certo ambito, come se si temesse che la variazione rispetto al consueto generi pericolo. Tale dipendenza in un sacerdote finisce per renderlo impoverito, così che non affronta le novità del mondo che cambia, non ha il coraggio di occuparsi di cose di cui non si è mai occupato e che sono invece il portato del tempo presente o esigenze inedite dei propri fedeli, in particolare del mondo giovanile.
Questa forma di dipendenza finisce per risultare particolarmente pesante perché si colloca in un tempo di grandi mutamenti, in una società accelerata, a contatto con una popolazione che chiede cose nuove, e lo fa mostrando comportamenti inimmaginabili fino a qualche anno fa. Ne scaturisce un distacco, uno scarto, che allontanano dal mondo vivo, il quale all’apparenza può sembrare magari folle perché lontano dai comportamenti tradizionali o abituali. Ma così ci si lega a quel dato gruppetto di fedeli, che si chiudono in attività che sono buone ma limitate, e che corrispondono ai loro bisogni senza aprirsi alle esigenze di tanti altri.
Questo atteggiamento talora lo si chiama "chiusura mentale", ma è un’espressione che reputo inadeguata. Il sacerdote è per missione aperto a tutti, aperto al domani, aperto agli altri: essendo proiettato sulla vita che non finisce non può non tenere aperte le paratie che gli si pongono dinanzi, non può non sforzarsi di uscire dagli schemi rigidi, dalla ripetitività che soffoca la speranza. Trovo che se c’è uno che non dovrebbe mai chiudere le porte, o il dialogo, o i rapporti, questi è il sacerdote.
E non perché, volubile, verrebbe a mancare di princìpi, ma perché - al contrario - poggiando sulle fondamenta che non smottano egli può, anzi deve protendersi in avanti, deve cercare gli altri, essere aperto al futuro. Di suo un sacerdote non può aver paura, e che cosa mai lo può atterrire? Lui ha con sé il Signore, e deve cercare le anime, spingendosi fin dove queste sono. Se un sacerdote finisce per legarsi a schemi asfittici, esclusivamente ripetitivi, e li segue come se ne fosse dipendente, allora c’è uno scarto non solo rispetto al momento storico in cui vive, ma anche rispetto - se posso dirlo io - allo stile richiesto ai discepoli del Signore.
Che sono chiamati non per rinchiudersi e trattare solo con questo o quel gruppo di fedeli, ma per rivolgersi a tutti, e per industriarsi a identificare le strade che portano a ciascuno.
Mi rendo conto che a volte ci può essere un processo di impigrimento progressivo che è come favorito e accelerato dalle circostanze, dall’ambiente particolarmente ostile, da una non risposta che proviene da coloro verso cui ci si butta. Altre volte questo meccanismo scatta per le incomprensioni o le scottature che la vita riserva e che provengono magari dai livelli superiori, verso cui pure ci si attenderebbe invece comprensione e aiuto. Altre volte per la solitudine fisica e morale in cui il soggetto viene a trovarsi in un determinato periodo del suo ministero e che finisce per rinchiuderlo in gesti che non danno più dolore.
La dipendenza dal già fatto rende asimmetrica, nel tempo che passa, la presenza del sacerdote, quasi che egli per molti non ci fosse, mentre sappiamo che il discepolo deve farsi uno con tutti per mostrare Dio a ciascuno, nella condizione data. Personalmente non avrei dubbi sul proposito dei sacerdoti circa l’opera di apostolato, credo che effettivamente si sentano legati a Cristo che ha iniziato la sua opera nel mondo e ora chiede a loro di continuarla, ma penso che in qualche caso siano come bloccati o limitati dalla dipendenza rispetto al già fatto, al già conosciuto, al già sperimentato. Quando penso al numero dei sacerdoti che operano ad esempio nel nostro Paese, e magari ne constato il calo rispetto a venti anni fa, non sono preso da un allarme di tipo quantitativo; mi pongo piuttosto la domanda circa la loro qualità.
Anche perché intuisco che è semmai a partire dalla qualità che può riprendere vigore il fascino di una missione. E per qualità, dal mio punto di vista, intendo la fede che riesce a filtrare dai comportamenti, intendo la capacità comunicativa verso tutti, e ancora la grande duttilità negli interventi, insomma dall’essere dentro il mondo senza lasciarsi da esso intrappolare, sapendo evocare e anzi annunciare la verità di Dio. Questa sfida, propria del prete, anche solo a ricordarla, per chi come me non ha l’illuminazione superiore, appare bellissima e insieme folle.
Chi sono io? Ma non mi lascerei lo stesso spaventare dal numero, che potrebbe anche essere un’ansia profana, simile a quella di generali che si chiedono in continuazione di quanti soldati dispongono per la battaglia; il problema dei sacerdoti è la loro efficienza, intesa naturalmente non solo sul piano materiale o fattuale ma anche spirituale. La qualità insomma a me appare come qualcosa di inversamente proporzionale al grado di dipendenza dai comportamenti stereotipati che imprigionano dentro piccole gabole, senza aprire al mondo. E quando ascolto discorsi - tra credenti o non credenti - in cui si invoca il ritorno di una spiritualità forte, di segni capaci di rinviare all’alto, e all’eterno, non posso non intenderli come l’affermazione del bisogno di preti maggiormente presenti nelle vicende della vita. Dunque, in un mondo storicizzato che si presenta con volti nuovi, con nuove mentalità, con comportamenti talora inaccettabili, ma che in tutto questo segnala un’esigenza di redenzione. So bene che ci sono testimonianze formidabili che possono venire, e che spesso provengono, da coloro che pur seguendo Cristo non sono sacerdoti. Ma la domanda che dinanzi a simili storie ci si pone è: costoro ci sarebbero stati se non avessero prima o dopo incontrato nel loro itinerario esistenziale un sacerdote efficace?
Voglio dire che occorre andare oltre al manipolo di fedeli, "drogati da prete", come oltre il modello di "prete drogato da un dato manipolo di persone": in entrambi i casi saremmo dinnanzi a dipendenze che bloccano qualunque progetto, per isterilirsi in qualcosa di paragonabile alla dose giornaliera di limitazioni reciproche. Guai a depotenziarsi in questo modo, a delimitare così il proprio raggio di azione, quando occorre invece continuamente osare. Ma, lo ricordavamo, le dipendenze sono malattie e vanno curate; lo sono soprattutto quando non se ne è consapevoli.