Mi ricordo dei tram di un tempo, quando sferragliando sulle rotaie giungevano al capolinea con qualche viaggiatore che, restando seduto, era invitato a scendere dall’annuncio che la corsa finiva. Lo confesso, anch’io come quel passeggero distratto, non vorrei scendere. E sono triste perché il viaggio è finito, e da oggi non potrò rinviare alcunché alla puntata successiva. Mercoledì prossimo, I Preti & noi non ci sarà: è terminato. E mi pare impossibile, perché c’è ancora tanto da dire, tanto anche per me che il prete non lo conosco a fondo: un mondo sconfinato il suo, di chi su questa terra vive di eterno e vi coglie lo spirito là dove l’uomo comune riconosce spesso solo rovi e sassi. Il prete, l’uomo dell’invisibile. E con questa nostalgia, come di un tempo che fu, non mi rimane che salutare quanti mi hanno seguito, i miei compagni di viaggio. Con loro mi scuso per le tante mancanze; ma ancor prima per non aver detto quanto sarebbe stato possibile dire ancora; mi scuso per aver detto tante cose in maniera inesatta e forse non con la giusta efficacia; scuse avanzo per essermi occupato di una realtà che avrei voluto vivere dall’interno invece che come osservatore, seppure sempre con molto rispetto e tanto amore.
Ricordo di aver detto all’inizio che amavo la figura del prete; ora dopo tante tappe posso dire che lo amo di più. Quando l’amore si rivolge a un Dio che ti ama, l’amore di per sé grande e meraviglioso, mi pare lo diventi ancora di più. Oggi voglio più bene ai preti; e quando ne incontro uno ormai lo guardo come una persona amica perché immagino che anch’egli abbia partecipato al nostro viaggio, o almeno mi sarebbe piaciuto che si fosse unito a noi. Una sorta di grande pellegrinaggio dentro il mondo del prete: e qui il termine mi pare più appropriato perché sacro è il sacerdote, e sacro lo è anche quando si sente non adeguato, o peccatore, e lotta per essere migliore. Io li amo tutti. E vorrei, lo ripeto, che fossero felici. Il che non è un’utopia o un sogno irraggiungibile, perché diventare preti e assolvere a quella missione significa avere già ricevuto tanto e trovarsi nella condizione per avere moltissimo ancora, perché il prete può contare su Dio.
Non vorrei scendere dal mio tram perché sono sicuro di aver detto poco e di aver dimenticato molto, o di non averlo detto semplicemente perché non ne ero a conoscenza. Io non ho iniziato questo viaggio da esperto, come una guida turistica con patente. Sono partito senza sapere dove andare, semplicemente con una destinazione e il desiderio di scoprire il prete in rapporto a me, in relazione a un uomo che vive nella stessa comunità. Un viaggio che se è stato utile a molti – lo devo confessare – lo è stato innanzitutto per me, perché attraverso il prete credo di aver conosciuto un po’ meglio Cristo, una figura bellissima e drammatica, un esempio che, anche visto solo come uomo, è insuperabile. E questo lo devo ai preti, ai miei preti, ai preti che incontro per la strada, e che saluterò con quel piccolo inchino che sa di rispetto e di devozione, di devozione a un uomo che ha scelto il cielo, non la vanità di questa terra. Non vorrei scendere perché adesso ho bisogno di ripensare agli incontri, di rivedere certi luoghi, di approfondire alcune impressioni che meritano di diventare conoscenza e sapere vero, utili per vivere. Perché è difficile fare il fedele, ma lo è persino fare l’infedele.
Molte volte in questo viaggio nel mondo del prete e con il prete, ho ricordato i religiosi e le religiose, che sono parte viva della Chiesa, e mi sarebbe piaciuto fare qualche deviazione dal cammino intrapreso per entrare in un monastero o vivere il silenzio di un eremo, di un cenobio. Un mondo che meriterebbe un altro viaggio. Un viaggio straordinario. Devo ringraziare i molti che mi hanno scritto, le cui lettere ho voluto che diventassero testimonianza e coprissero il resto delle due pagine a segnalare che quello non era un giorno qualsiasi, ma un mercoledì, il mercoledì di Avvenire. Ci sono stati giorni in cui la parte principale, più bella, non era legata alle mie parole, ma alle testimonianze di sacerdoti, giovani e vecchi, davvero bellissime. Loro sono sacerdoti, io un semplice osservatore, e ora anche un poco testimone della loro vita. Voglio ringraziare tutti coloro che, anche se non sacerdoti, si sono rivolti a me con parole di stima e di affetto, di sostegno per un viaggio difficile, come accade sempre quando si cammina fuori delle vie più battute e ci si inerpica per sentieri impegnativi, magari in giorni di nebbia o di pioggia battente. Ho trovato la forza per proseguire nella sincerità, nelle mie piccole verità, nella coerenza che non ho mai tradito. Del resto se uno odia il compromesso, e non fa fatica a evitarlo perché non sarebbe capace di accettarlo, allora trova anche il coraggio di fare cose per le quali non si é preparati; ma forse preparati non si può mai esserlo. Ecco perché sono partito, ecco perché sono arrivato. Il coraggio della propria fragilità, il coraggio dei propri limiti, la percezione della condizione umana, di un’esistenza vissuta nel dubbio e nel limite dei grandi eventi che sconcertano e che rimandano alla fede, a una fede. Il coraggio di chi usa la ragione, ma sa che è soltanto ragione, e che non è la depositaria della verità. Quid est veritas? Ego sum... . Ecco il Cristo, ed ecco il prete che ne è la testimonianza storica, l’immagine vivente.
È stato importante per me fare questo viaggio su un giornale cattolico, su fogli di carta avvezzi al vangelo, e che prima di tutto portano rispetto delle parole di Dio, e le onorano più di quelle degli uomini. Un luogo che mi ha portato non a compromessi, nemmeno a quelli tra detto e non detto, ma mi ha spinto a essere ancora più vero, se fosse possibile, perché mi rivolgevo a lettori che il prete lo conoscono bene, perché sono preti o perché sono legati al prete, che per un cristiano non è colui che dà consigli – anche questo – ma chi celebra l’eucaristia e amministra i sacramenti, dunque agisce in nome di Cristo. Per conoscere a fondo un prete credo che occorra guardarlo mentre depone il corpo di Cristo nella tua bocca o nelle tue mani in preghiera, in accoglienza. Io non ho questo privilegio e per questo chiedo scusa, perché forse non ho detto del prete proprio ciò che lo rende una figura ancora più straordinaria. E non è che sto usando parole forti per scivolare in una comoda retorica, è che parlando del sacerdote non si possono non scomodare concetti forti, che incutono soggezione.
Non sono capace di scendere da questo tram, anche se il guidatore mi ripete che la corsa è finita e il tram deve andare in deposito; fingo di non udire, perché mi sembra impossibile di non dovermi preoccupare nei prossimi giorni di scrivere i miei pensieri sul prete in relazione all’uomo del tempo presente. E mi prende un senso di smarrimento perché adesso che sono solo, senza il conforto dei preti della mia immaginazione, ho paura. Perché io un prete nella vita non ce l’ho, e da adesso ne sentirò ancora più la mancanza. E mi chiedo come farò senza i preti del mio viaggio. E penso anche al mio futuro che ormai non ha traguardi umani di eccessiva importanza, ma certo ne ha uno con la morte che si riempie di mistero e forse di un incontro con il Signore che qui, sulla terra, non è ancora avvenuto. Ma quando avverrà, saprò cosa dirgli? Gli dirò che ho fatto un lungo viaggio con tutti voi, i miei preti; gli dirò della vostra forza e delle vostre debolezze, e del grande amore che ogni giorno mostrate verso questa umanità derelitta... e poi starò zitto, sperando che apprezzi l’onestà e la sincerità di quanto ho scritto.
Devo proprio scendere dal tram. Ma io starei ancora qui, seduto, e non importa se tutto è fermo e comincia a fare freddo. Non mi dispiacerebbe assopirmi, sedare la mia malinconia, addormentarmi. Perché sarebbe bello fare un sogno, un sogno che non posso raccontare perché non l’ho fatto, ma molti di voi avranno intuito già il luogo dove si svolgerebbe e con quali figure: è un sogno sofferto. Molti mi hanno scritto di pregare per me; ecco se vorranno spendere ancora preghiere che altri meriterebbero di più, le rivolgano non perché io abbia questo o quello, ma perché si concretizzi il sogno. Non ho nulla più da chiedere a questo mondo, che non mi piace e che mi spaventa, ormai posso chiedere solo ai sogni. Grazie di essere stati con me, grazie di avermi accolto come fossi uno di voi, grazie per la cortesia e per l’amore che mi avete manifestato. Mi sono alzato in piedi, guardo con gli occhi un po’ velati il tram vuoto, e rivedo le facce delle persone che lo riempivano. Sono come delle visioni. Sono tutti preti, e li obbligo in questa fantasia a un sorriso, a un sorriso che mi rincuora, che mi sorregge nel momento in cui la solitudine aumenterà ancora di più; ormai vivo più di ricordi che di concretezza; più di morti che di vivi; più di Dio che non ho fin qui incontrato sulla terra che di un qualcuno che la agita.
Cari sacerdoti, perdonate qualche considerazione che vi sarà sembrata eccessiva, ma sappiate che ero solo sollecitato dal bisogno che la società ha di voi, e voi dovete per questo essere sempre migliori, mai contenti, perché voi avete scelto di imitare Cristo – obiettivo impossibile, ma degno di rispetto e di grande coraggio. E allora mentre scendo e mi sembra di scorgervi ancora in piedi, permettete che mi inginocchi, e anche se siete delle ombre chiedo la vostra benedizione. Ora sono sceso, e mi pare di essere uscito persino da una casa che mi ha accolto come un amico da ormai sei-sette anni. La casa di Avvenire. Sono stato ospitato per molto tempo, sono un ospite che ormai non può più restare, mi sembrerebbe di approfittarne, ricorderebbe uno che giunto per una sera a cena da un amico si è fermato prima una notte e poi un’altra. Io me ne vado, ma quel luogo rimarrà nella mia memoria. Lo dico a tutti voi che mi avete ospitato, ora mi ritiro in silenzio dentro la mia casa. Prendo con me gli abiti che avevo portato, le mie carte, e lascio che questo spazio venga occupato da altri, da chi ne ha più diritto.
Un ringraziamento sento di dovere al direttore, Dino Boffo, che mi ha lasciato una totale libertà e che mi ha trattato come immagino si trattano i preti, anzi i vescovi: gli sono grato per la fiducia dimostratami che posso soltanto ricambiare inadeguatamente con la mia amicizia. Voglio dire a tutti che il diario di questo viaggio I Preti & noi verrà raccolto in un volume che servirà a me per rileggere un diario di bordo, il racconto di un viaggio, e spero che anche a voi possa servire per rivivere sia pure nel ricordo qualche giornata particolarmente felice.