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L'intervista che conclude il viaggio
(04 febbraio 2009)
«Il sacerdote? Indispensabile, per tutti»
Francesco Ognibene
Si fatica a crederci, ma il viaggio di Vittorino Andreoli attorno alla figura del prete è durato un anno intero: dal 13 febbraio 2008 a oggi, termine della corsa. Le pagine che compongono questa singolare cartografia "laica" del sacerdote nella nostra società – più di cento – documentano una passione e un affetto che nel grande psichiatra ci è sembrato di veder crescere di settimana in settimana. La conferma è in questo lungo colloquio nella sua antica casa veronese: l’incontro con un viaggiatore felice del continente che ha esplorato con tanta generosità.
Professore, cosa le resta di questa lunga avventura? «È stato un viaggio per me straordinario e, sebbene sia durato così a lungo, se ripenso a tutte le puntate mi sembra di non aver detto tutto quello che era necessario. Mi succede proprio come quando si conclude uno splendido giro, e malgrado la soddisfazione per le cose viste resta sempre un po’ di rammarico per il molto altro che c’era da visitare».
Per lei cos’ha significato parlare di preti per un anno intero? «Ero partito con l’idea che il prete sia uno dei personaggi più significativi e interessanti della nostra società, forse l’unico che ha fatto la scelta di guardare al cielo, rivolto a Dio, capovolgendo le logiche umane (il senso terreno della vita, le logiche della relazione, lo sguardo sugli altri...) mentre tutti gli altri uomini fanno scelte per la terra. Di un personaggio che vedevo come puramente sociale, storico, questo viaggio mi ha fatto scoprire la dimensione "sacra", cioè il fatto di voler rappresentare non se stesso ma un Altro. E questo è assolutamente unico».
Cos’ha scoperto, strada facendo? «All’inizio in me prevaleva la voglia di scoprire un personaggio che recita la sua parte dentro il teatro della contemporaneità. Volevo studiare questo mondo strano, immerso in una crisi da fine di una civiltà, secondo l’angolo di visuale dell’uomo dei princìpi. A viaggio concluso, mi accorgo di avere del prete un’idea diversa. È un personaggio del tutto originale, un vero "unico": il sacerdote ha il coraggio di negare che il proprio senso sia solo di questa terra, ubbidendo a Dio. La sua è una presenza concreta di Dio, comunque la si voglia giudicare, e questo mi affascina. Una volta identificata questa struttura, che forse per un credente è scontata, le fragilità dell’uomo-prete diventano persino ovvie».
Eppure proprio sulle fragilità si è concentrata qualche attenzione non del tutto benevola... «Mi hanno colpito le reazioni di fronte a quel che ho scritto in alcune puntate sulle fragilità. Il prete oggi è l’unico personaggio di questa società che, invece di pavoneggiarsi orgogliosamente, riconosce apertamente di essere peccatore. Qualche volta ho l’impressisone che del prete si voglia invece offrire un’immagine di perfezione irrealistica, quasi che in lui dovesse condensarsi il meglio. La società stessa finisce col pretendere una perfezione che lui – uomo del servizio, peccatore, umile al punto da chiedere aiuto a tutti – non può dare. Il prete non è un dirigente d’azienda: siccome la sua vita si spende nel confronto continuo con Dio, egli è il più povero di tutti. Per questo mi piace molto la figura del prete che prega, con l’atteggiamento di chi riconosce la propria debolezza a tal punto da mettersi nelle mani dio Dio. Ecco perché ho scelto di concludere il mio viaggio con una serie di approfondimenti sulle debolezze umane».
A volte in questa società così "imperfetta" c’è chi manifesta insofferenza verso la presenza del prete, andando persino a caccia dei suoi difetti. Perché? «Per un motivo molto semplice: il prete è uno specchio fastidioso, è la coscienza della società. L’uomo che vive per la missione è un giudizio vivente sul mondo. Lo è anche per gli atei, che ultimamente vedo agitarsi goffamente. La loro è un’arroganza insopportabile, ma persino a chi proclama il proprio ateismo la presenza del prete parla in modo provocatorio. E la prova è che ne sono infastiditi».
Studiandoli da vicino, che idea si è fatto dei sacerdoti? «Ho sempre pensato che la fede si lega all’incontro con Dio. Ma è stato bellissimo vedere come le lettere che hanno accompagnato per tutto l’anno i miei articoli abbiano portato sulla ribalta storie di preti, la gran parte dei quali ha riferito di un incontro, talvolta vissuto con fatica ma sempre gioioso. Ho letto con grande interesse questi racconti, che spesso legano la vicenda di un sacerdote all’incontro decisivo con un altro. Qui però subentra uno scarto, che cambia la visuale. Trasformando il pane e il vino nella presenza stessa di Dio, il sacerdote consente di incontrare Cristo. E questo arricchisce il significato della sua presenza: egli non è più solo la coscienza della società, ma un uomo che opera in nome di Dio».
A viaggio concluso, che aspettative ha oggi verso il sacerdote? «Mi attendo che sia prete fino in fondo, che sia l’uomo della preghiera, che mi parli di Dio e non di sociologia. Spero che sia uomo vero, e quindi anche fragile, ma con il grande progetto della salvezza. E oggi la salvezza per l’uomo si chiama "senso"».
Dunque preferisce il prete del sacro a quello "impegnato"? «Ho amato più di un prete schierato sulla scena pubblica. Ho fatto un tratto di strada con loro, ma ora alcuni preferisco non vederli perché manifestano un protagonismo che li porta a usare Dio per farsi più grandi. Da non credente sono allergico al prete che anziché essere colui che rappresenta Dio interpreta un altro ruolo. D’accordo, deve vivere dentro la società: ma questa stessa società ha bisogno di Dio, non di altro. E dal prete mi attendo che si inginocchi davanti a tutti, che sia uomo interamente di Dio, e che me lo mostri. È anche per questo che capisco bene la disciplina ecclesiastica del celibato».
Che ruolo può avere il sacerdote oggi? «C’è una società che mi sembra abbia smarrito del tutto il senso della vita e delle cose. E c’è una figura in questa società, quella del sacerdote, che tiene a cuore proprio la questione del senso. Il prete oggi con la sua sola presenza pone questioni inquietanti e dà una risposta alla ricerca del senso perduto, in un tempo poi nel quale è caduto anche il vitello d’oro del denaro».
Leggendo le sue riflessioni, è impossibile non farsi conquistare dalla figura del sacerdote come uomo di Dio tutto dedito agli altri. Ma allora perché pochi giovani avvertono il fascino di questa vocazione? «Il sacerdozio fa paura, anche perché il prete sembra dover essere titanico, perfetto, iperattivo. E questo credo abbia l’effetto di scoraggiare. Eppure sappiamo che anche i grandi preti santi si sentivano indegni del loro ministero, e ricorrevano di frequente alla confessione. Occorre stare attenti a non declinare la figura del sacerdote in base a criteri di impeccabilità e di efficienza. Il prete più grande non è il sapiente ma chi si sente un "rottame". Per intenderci: a un giovane che vuole diventare cineasta non possiamo dire che dovrà essere Luchino Visconti. A chi aspira al sacerdozio andrà forse detto: "provaci, il Signore ti aiuterà". Tanti miei amici sono diventati preti, e non tutti erano intellettualoni. Aiutiamo i giovani a distinguere, tra tante voci, quella che li sta chiamando: se è davvero Dio che chiama, dubito che ne chiami pochi...».
In un anno le ha scritto un gran numero di lettori, sacerdoti e non. Vuole rispondere a tutti, collettivamente? «Ho sperimentato che tanti mi vogliono bene, preti in testa. Il confronto tra l’affetto di molti sacerdoti e quello dei miei colleghi psichiatri è imbarazzante... Ecco perché tante volte, di getto, ho parlato dei "miei preti", e ora posso dire che è stato anzitutto il loro sostegno a dare un senso al mio viaggio. Oggi ho verso di loro una stima e un affetto ancor più grandi. Ho seguito tutte le lettere e le testimonianze che sono state pubblicate come un completamento ai miei articoli. Spero che questi interlocutori abbiano letto la puntata di congedo e di bilancio della settimana scorsa per quello che era: un ringraziamento, per tutti».
Abbiamo sempre invitato i lettori a dialogare con lei, e la risposta è stata al di sopra delle aspettative tanto da rendere stabile l’appuntamento con la doppia pagina. Che impressione ne ha ricavato? «Con Avvenire ho fatto un’esperienza che non è solo quella dei miei interventi ma di entrambe le facciate. Si può dire che il giornale ha composto un grande "messaggio" alla società e alla Chiesa sui preti, del quale il mio contributo è stato solo una parte. E il titolo che avevo individuato ("I preti e noi") si è rivelato calzante: i preti – e non solo loro – hanno rivelato di aver tanto da dire e da raccontare. Leggendo quel che hanno scritto ho imparato molto. Il calore che ho colto in questi scritti è stato a volte commovente».
Cosa l’ha colpita delle testimonianze che sono apparse ogni mercoledì, in fondo a entrambe le pagine? «Sono letture che ho fatto con un chiodo fisso: vediamo cos’è stato l’"incontro" per questo sacerdote, per questo giovane. Perché a me è proprio quell’incontro che manca. È straordinario che in tutti questi articoli fosse riferito lo stesso fatto: una vita trasformata, spesso rinunciando ad altre prospettive molto gratificanti».
Professore, non è un mistero che ormai molti la considerino "uno dei nostri"... «Devo dire che non mi dispiacerebbe! Con l’età il tema del senso diventa più importante, ma vorrei confessare un mio problema: innamorarsi di Cristo è facile, accettare la Chiesa per me è più difficile. A parte qualche narciso anticlericale, non c’è chi non si senta affascinato da Cristo. Chi ha tanta fede, poi, riesce a dare un senso anche a situazioni che a un non credente risultano ostiche. Ma come si deve porre oggi la Chiesa per costituire un richiamo alla fede, all’enorme bisogno di Dio che c’è in giro? Parlando di Cristo, mi trovo in sintonia con molti cristiani: posso dire di esserne innamorato. E dal prete mi attendo sia un testimone di quel Cristo che deve poter specchiare il proprio volto nella sua Chiesa. È questo volto che noi "del sagrato" vogliamo vedere».
Nelle ultime righe dell’articolo che, sette giorni fa, ha concluso la sua avventura, lei ha fatto intendere che non solo questo viaggio ma tutto un ciclo era da considerarsi esaurito. A cosa alludeva? «Sono stato per molti anni a casa di amici, che mi hanno accolto con una gentilezza davvero "sacerdotale". Ma adesso prendo le mie cose e torno nel silenzio. Lo dico con tristezza, ma stavolta sento il bisogno di fermarmi. Ho capito che i preti mi vogliono bene, questo mi basta».
Arrivederci professore.
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