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Vangelo e società
(08 ottobre 2006)
Ripartire dagli «esclusi»
di Umberto Folena
Chi può parlare di speranza meglio di tre ottantenni più vispi che mai? Sono gli ospiti principali dell’appuntamento veronese di ieri, quasi un’anteprima del quarto Convegno ecclesiale. Al centro la fragilità delle «pietre scartate». A parlarne, accanto all’economista Benedetto Gui, al fisico nucleare Fulvio Frisone e tanti altri, tre over 80: un formidabile costruttore di diagnosi e due testimoni «terapeuti». Chi studia e spiega l’esclusione, il sociologo Zygmunt Bauman, e chi lavora sul campo per colmarla, due fondatori: Jean Vanier (Comunità dell’Arca) e don Oreste Benzi (Comunità Papa Giovanni XXIII). Bauman è un volto sullo schermo gigante e una voce che esce dalle casse acustiche. È rimasto a Leeds accanto alla moglie Janine. Viaggiano sempre insieme. Se per un qualsiasi motivo lei non può accompagnarlo, il professore non parte. Ma la lezione – manco a dirlo magistrale – c’è ugualmente. «La tendenza all’esclusione – spiega, assaporando la pipa fedele – è propria della società di consumatori.
Nessun equivoco: tutti consumiamo oggi, tutti consumavano ieri. Ci mancherebbe. Ma la consumerist society è ben altro. È la tendenza, di questi anni "liquidi", ad applicare la legge del mercato e dei consumi ad ogni relazione umana». E la legge è sbrigativa: se qualcosa non funziona o non soddisfa, se si rompe o non procura più piacere, si butta e si cambia. «Accade così che, accanto a telefoni e frigoriferi, c’è un’ampia produzione di scarti umani». Non disoccupati, perché un disoccupato può un giorno rioccuparsi; quindi la disoccupazione non toglie speranza, non essendo definitiva. Oggi sono esuberi, veri e propri scarti: «Sei in soprannumero, non c’è più bisogno di te».
Bauman mette consapevolmente, e provocatoriamente, tutti nello stesso bigoncio: i portatori di handicap, ogni handicap, insieme ai «consumatori falliti»: «Sono coloro che, a vario titolo, non possono partecipare a pieno regime alla consumerist society. Sono coloro a cui la società dice: non ho bisogno di te». E invece? Jean Vanier ascolta, e quando tocca a lui ribatte: «Una delle grandi sfide della nostra epoca è l’affermazione che ogni persona è importante, qualunque sia la sua condizione. Ciascuno è allo stesso modo prezioso. La sfida, e la speranza, è costruire una società in cui non si stia semplicemente "con", ma soprattutto si stia "per"». Con, per... Sono altri echi baumaniani. I capelli gli stanno in capo come due candide nuvolette, al sociologo anglo-polacco con i piedi ben saldi per terra: «La società umana nasce in quanto tale nel momento in cui sa prendersi cura dei suoi membri. Nasce e cresce quando le persone accettano liberamente di essere responsabili l’uno dell’altro. Quando le persone sanno vivere non "con", ma "per"».
Bello, ma come? Bauman si schermisce: io faccio diagnosi e studio tendenze, non stilo terapie. Ma segni di speranza ce ne sono? Difficile stanare il professore. Se la situazione è complessa, lui certo non la semplifica a forza, anzi: «Segni? Noto segnali di mixofilia e mixofobia assieme. Mixofilia: incontrare altre persone, imparare da loro e divertirsi insieme, dà gioia. Chi è diverso da noi ci piace, mentre gli identici a noi sono noia e routine. Per questo le grandi città sono una formidabile calamita per i giovani, però...». Però? «C’è la mixofobia. Incontrare un estraneo è anche un rischio. Come si comporterà? Impossibile dirlo con certezza. E nelle grandi città sei circondato dagli estranei». Due tendenze endemiche, due spinte contrapposte. E la speranza? «Che la miscela sia positiva, arricchisca tutti gli attori della comunicazione».
La speranza è che la tendenza all’individualismo esasperato non riesca a prevalere sulla vocazione, incisa nell’anima, alla relazione. Sono le relazioni evocate da don Oreste Benzi nel suo intervento fatto di storie, ricordi, aneddoti, ciascuno con la sua lezione: «Me ne accorgo quando "inseguo" le prostitute e soprattutto i loro clienti – ah, mi scappano via quasi tutti...: abbiamo bisogno di relazioni limpide, prive di "prezzo", in un mondo in cui la domanda costante è: "Quanto costi?"». Benzi non ha dubbi: «La realtà vivente è mossa da un principio dinamico: la relazione. L’uomo esiste "per"». Ma l’uomo è complicato e quando tanti uomini fanno una società, questa società può rivelarsi un groviglio di contraddizioni: «Cerchiamo le relazioni stabili e le comunità solide – spiega Bauman – perché abbiamo bisogno di sicurezza. Ma oggi c’è anche paura, paura di restare bloccati nella stessa relazione, senza la libertà di andarsene e cambiare; e così la comunità si riduce a una rete che si può spegnere, fatta di rapporti fluidi non duraturi». Sicurezza o libertà?
La conciliazione è difficile. Jean Vanier lo sa: «La comunità ha come scopo non la sicurezza né la protezione, ma aiutare ciascuno a essere libero». Libertà dalle paure e dai pregiudizi. Libertà dal timore di sentirsi rifiutati: «Ciò di cui molti avvertono distintamente bisogno – è la conclusione "solida", molto baumaniana di Jean Vanier – è una relazione fedele». La stessa speranza sembra emergere anche tra i neolaureati in Economia che al professor Gui confidano: «Vorrei un lavoro in cui poter credere». La speranza sta nella determinazione dello scienziato siciliano Fulvio Frisone e della sua mamma (la Rai ne racconterà presto la storia straordinaria), che riesce a spiccare il volo vincendo i limiti di un corpo che mai si è ripreso da un parto troppo laborioso. Frisone è una pietra angolare, e che pietra, che altri avrebbero scartato.
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