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La lettera (15 ottobre 2006)
Cari convegnisti, sarà un tuffo nella vita

di Paola Ricci Sindoni

Carissimi amici convegnisti,

ancora qualche ora, e Verona, la città che ci ospita per il convegno ecclesiale, si riempirà dei nostri volti e delle nostre attese. Sappiamo bene come questo appuntamento, unico nel suo genere, si stacchi dagli usuali congressi nazionali, organizzati da sindacati o da categorie professionali. Questa volta infatti non è solo il Nord che si incontra con il Sud in un intreccio di esperienze uguali e diverse, ma è tutto il popolo santo di Dio che celebra la festa dell’incontro, che vedrà insieme la madre di famiglia e il cardinale, l’impiegato e lo studente, il vescovo e l’operaio, convenuti in una grande assemblea che, come sapete, si raccoglierà il primo giorno nell’incantevole Arena. Scenario suggestivo e simbolico, chiuso e al contempo aperto, raccolto al proprio interno per far posto a tutti e forato dalle tante finestre aperte sul mondo e sul cielo.

Si dovrà lavorare così, coniugando le due dimensioni dell’alto e del largo: dell’alto, benedetto dall’energia creativa dello Spirito Santo, e del largo affacciato nell’orizzonte dei tanti bisogni delle persone che, come tutti noi, dividono il peso di questo nostro tempo.

La Traccia di riflessione " Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo", che ci è stata consegnata e che per lunghi mesi è stata oggetto di meditazione e di approfondimento, ci ha offerto la trama appassionata del cammino della Chiesa secondo la prima lettera di Pietro, ed è su questo sfondo che, come sapete dal lavoro svolto in diocesi, si sono diversificati i cinque ambiti che ci troveranno impegnati nelle giornate veronesi: il ventaglio delle molteplici dimensioni affettive, le diverse forme della fragilità umana e poi ancora la sfera del lavoro, della cittadinanza e dell’esercizio della trasmissione della memoria, eredità preziosa da consegnare alle generazioni future.

C’è da aspettarsi che il dibattito franco e aperto su queste differenti modalità di darsi della nostra esperienza personale e sociale vada oltre le analisi strettamente psicologiche, sociologiche ed economiche per restituirci, dentro l’arcipelago complesso dei bisogni che premono su tutti noi, il quadro di una umanità accolta e guardata con gli occhi che non possono più pietrificare con la critica sterile o con la condanna, perché dovranno essere come quegli occhi che si sono chiusi sulla croce e che si sono riaperti all’alba di Pasqua.
C’è davvero da augurarsi che le contrapposizioni forzate, i malumori forieri di disimpegno, la chiacchiera pretenziosa e vuota, passatempi usuali di tanti convegni, sfumino via, come aria irrespirabile, per far posto al desiderio di costruire  segni potenti di resurrezione.

Vivremo così insieme, carissimi convegnisti, un modo robusto di essere Chiesa non come una forza sociale o politica, ma come prova di testimonianza e segno di speranza in una comunità serena e forte, impiantata su quell’humus liturgico, eucaristico, entro cui ciascuno di noi e tutti insieme ci nutriamo e ci trasformiamo. Nell’eucarestia, corpo sacramentale di Cristo, troveremo a Verona la vita al suo più alto grado di intensità, quando condivideremo il pasto dell’amicizia, o nei momenti in cui ci affaticheremo nel grave esercizio del pensiero, oppure quando la preghiera individuale e corale ci restituirà l’aria leggera per respirare.

Saremo tanti e non saremo soli: molti ci seguiranno da casa, grazie ai mezzi di comunicazione massmediale; poi ci accompagneranno, insieme a chi se ne è andato troppo presto e dall’alto ci guarda, le molte presenze umili e raggianti di santità, prove iconiche del pathos di Dio per il mondo.