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Intervista all'arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi (08 ottobre 2006)
«Cattolici, testimoni di speranza»

di Francesco Ognibene

Nemmeno il tempo di disfare la valigia, ed è quasi ora di prepararne un’altra. Il cardinale Dionigi Tettamanzi è appena rientrato dal suo viaggio ecumenico a Mosca, e tra pochi giorni sarà a Verona per il quarto Convegno ecclesiale nazionale del quale ha presieduto il Comitato preparatorio e che inizia lunedì 16 proprio con la sua prolusione. Ma l’incontro con Alessio II è di poche ore fa, ed è inevitabile che l’intervista in Arcivescovado parta proprio da lì.

Eminenza, cos’ha trovato a Mosca?
«Ho ricevuto un’accoglienza molto fraterna e cordiale, piena di premure e attenzioni nei miei confronti e della delegazione diocesana di Milano. Sono stato invitato ad assistere alla divina liturgia celebrata dal Patriarca Alessio II nella cattedrale della Dormizione al Cremlino e ho potuto visitare luoghi ricchi di spiritualità come la "Lavra" di Sergiev Posad e il santuario del poligono di Butovo dove sono state uccise migliaia di persone durante il periodo staliniano. Particolarmente intenso e significativo è stato l’incontro con Alessio II, dove è emersa la reciproca volontà di proseguire sulla strada dell’approfondimento della conoscenza vicendevole e del dialogo».

Da un appuntamento all’altro: al centro del Convegno di Verona, ormai alle porte, c’è la speranza come dono della Chiesa al Paese. Quali "segni di speranza" offrono i cattolici oggi all’Italia?
«La stessa preparazione al Convegno – come ampiezza, capillarità, condivisione, serietà ed entusiasmo d’impegno nelle diocesi e nelle varie realtà di Chiesa – è già un non piccolo segno di speranza. La "Traccia" poi, oggetto di preghiera e di riflessione, ha spinto a un’analisi dei diversi àmbiti di vita – la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità, la tradizione dei valori, la cittadinanza o partecipazione alla vita sociale – che ha mostrato la ricchezza spirituale, pastorale e culturale di una testimonianza di speranza cristiana offerta da tantissime persone, gruppi e comunità, spesso in forme umili e nascoste ma nel segno della credibilità e dell’incisività. È vero che la speranza è dono della Chiesa al Paese, ma c’è anche una realtà più sorprendente e nuova, che dovrebbe plasmare la più gioiosa consapevolezza e insieme il più forte senso di responsabilità dei credenti: ed è che la speranza cristiana stessa è dono divino, grazia del Signore, fortuna immeritata, frutto dell’amorosa comunicazione di Gesù, il Crocifisso risorto, la speranza fatta carne umana come principio e forza di rinnovamento e di salvezza piena».

Cosa si attende da Verona?
«Che la Chiesa italiana, in tutte le sue espressioni, parli non solo "di" speranza ma anche "con" speranza, riconoscendo che questo nostro mondo è lo spazio storico dell’incontro tra Dio e l’uomo e che ogni tempo – anche quello della società "postmoderna" – è un’opportunità preziosa per la fede e la sua comunicazione. Ma non basta parlare di speranza: occorre viverla nei gesti quotidiani, testimoniando concretamente la speranza donata dal Risorto, secondo l’originalità e la novità del suo contenuto, ossia la vita eterna, mostrandone la sua risoluzione escatologica o finale e proprio per questo la sua forza di attualità nel promuovere la vera umanizzazione di tutti gli spazi dell’esistenza terrena, in particolare quelli propri dei fedeli laici. L’augurio, o meglio la preghiera, è che il Convegno rilanci e intensifichi il cammino pastorale programmato per questo primo decennio di secolo: Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia».

Dopo il Convegno di Palermo, nel 1995, prese forma il Progetto culturale. Cosa potrebbe nascere da Verona?
«Non posso ovviamente prevedere quali saranno i frutti del Convegno. Certamente l’emergere in termini sempre più acuti della questione antropologica impone un’azione pastorale efficace nel campo culturale, ponendo al centro la persona».

Il Percorso triennale che ha appena tracciato per la sua diocesi ha nella famiglia la priorità pastorale da onorare e vivere. Una scelta maturata a quattro anni dal suo ingresso a Milano come arcivescovo, il 29 settembre 2002. Quali argomenti l’hanno convinta a puntare proprio su questo tema?
«Non una serie di argomenti, ma una certezza: che la famiglia, al di là di molteplici difficoltà, crisi, smarrimenti, rimane una risorsa formidabile per la Chiesa e per tutta la società. È la stessa esperienza quotidiana della famiglia a condurla alla consapevolezza di essere posta nella storia come un segno forte e credibile che "l’amore di Dio è in mezzo a noi". Questo è il messaggio che sta al centro della fede del cristiano e della missionarietà della Chiesa. Di questo messaggio ogni famiglia, nella concretezza della vita, può diventare testimone e offrirlo a tutti, perché per tutti è l’amore di Dio».

La testimonianza cristiana oggi dunque passa anzitutto per la famiglia?
«Solo se uno desidera la verità, la ama e la fa sua riesce a dar vita a una circolarità tra verità e vita, tra affermazione del valore e sua incarnazione. Dalla parola si arriva alla testimonianza, e da questa nasce poi una parola più persuasiva. Non riesco a concepire la famiglia se non come luogo nel quale ogni persona conosce questa verità trovando la possibilità di realizzarsi nel rapporto con gli altri».

A Milano si è consumato il sorpasso numerico dei matrimoni civili su quelli religiosi. Cosa dice questo dato, che lei stesso ha definito allarmante?
«Sì, è allarmante, ma forse lo sono ancor più le tante coppie che vivono esperienze di affetto, di vicinanza, di convivenza caratterizzate da provvisorietà e da grande insicurezza, come se prevalesse la paura d’impegnarsi per un amore definitivo. Mi pare che sia proprio questo il problema che attualmente interpella tutti, in particolare i credenti, chiamati a "dire con la vita" che anche nella complessità e nelle difficoltà della società odierna è ancora possibile ed è bella la scelta definitiva dell’amore. Su questa testimonianza concreta devono agire – anzitutto con una lucida e coraggiosa opera educativa – le comunità parrocchiali, le nostre realtà di Chiesa e le famiglie cristiane, anche se i loro valori sono talora contraddetti e irrisi».

Il matrimonio è anche insidiato dalla richiesta di veder codificate per legge forme di convivenza prive di vincoli pubblici per stessa scelta di chi le compone. Lei esorta i cattolici ambrosiani a "mettersi in ascolto" anche di queste situazioni: cosa significa?
«L’aspetto problematico del riconoscimento per legge di uno statuto per forme di convivenza diverse dal matrimonio non è tanto quello di tutelare in modo giuridicamente corretto i diritti delle persone che hanno legami stabili con altre – ciò è possibile e si risolve con altre strade già esistenti –, quanto di proporre un modello alternativo al matrimonio che, tra l’altro, non corrisponde ai princìpi della nostra Costituzione. Certo, dico di "mettersi in ascolto" di tutti, senza distinzioni ed esclusioni: è richiesto dalla missionarietà universale della Chiesa ed è esigenza di amore verso le persone. Parlo di "amore nella verità", il che comporta di non cambiare i connotati del bene e del male ma anche e soprattutto di avere il coraggio di mettersi accanto per mostrare, con l’esempio della propria vita, che il bene e il giusto se sono strade talvolta faticose – e non poco, e per tutti – tuttavia sono sempre aperte alla vera libertà, all’autentica crescita delle persone e alla loro felicità».

La vita in una città come Milano sembra uniformare ogni esperienza e scelta personale, quasi scoraggiando la ricerca di un dato etico oggettivo, valido per tutti. Come rispondere a questa sfida relativista, che va penetrando negli ambiti decisivi della vita?
«Il criterio di scelta pare oggi essere uno solo: la mia libertà, intesa a modo mio, col rischio che ciò si trasformi in arbitrio, capriccio, dispotismo. Sono convinto che la risposta adeguata debba passare non semplicemente attraverso il doveroso rifiuto del relativismo etico (che è inaccettabile negazione della "realtà data") ma attraverso il recupero e il rilancio di una vera soggettività. Ciò esige un grande impegno di educazione della persona, per recuperarla nella sua autenticità: una formazione della coscienza morale ai valori oggettivi e universali del vero, del buono, del bello e del giusto in piena corrispondenza con la dignità della persona. Una simile formazione richiede, da un lato, la scoperta e l’accoglienza di quei valori fondamentali che sono condizione ineliminabile per scelte di autentica "libertà responsabile" e, dall’altro, non solo l’affermazione astratta di tali valori ma anche la loro traduzione nella vita. A decretare la vittoria su soggettivismo e relativismo è la testimonianza della vita che genera e diffonde la convinzione – o comunque pone almeno l’interrogativo – che anche oggi, nonostante tutto, è possibile, anzi è bello e affascinante, vivere determinati valori, come l’amore autentico. La famiglia nella concretezza dei suoi gesti quotidiani rimane il primo "grembo educativo" della persona. È la sua vocazione, la sua missione. Tocca a noi tutti riconoscerla, incoraggiarla e sostenerla».

La denatalità soffoca ancora la nostra società. Non si attenua la pressione politica e mediatica per adottare liberamente l’aborto chimico. Eppure mai come ora la vita è stata desiderata (si pensi al ricorso alla fecondazione artificiale). Eminenza, cosa chiede ai cattolici, alla classe medica e alla politica per difendere e promuovere la vita?
«In questa contraddizione tra vita "minacciata" e "desiderata" c’è una sfida per noi: partire dal desiderio della vita per mostrare che esso suppone il riconoscimento che la vita umana è una cosa giusta e bella, è un valore, è un bene... E su questa strada si incontra, presto o tardi, il passo decisivo, quello della vita come dono da accogliere, e dunque come gratuità: una gratuità che rimanda alla fonte della smisurata e insuperabile gratuità, ossia all’amore di Dio Creatore e Padre, e alla radice stessa della vera libertà dell’uomo, quella che lo costituisce non come arbitro e despota ma come amante e servo della vita. Non sembri, questo, un discorso sentimentale o intimistico. È estremamente serio e coinvolge le responsabilità di tutti, perché fa della vita umana non uno dei tanti valori della persona, bensì il "valore fondante". Il rispetto della vita umana è valore non negoziabile. Lo riaffermiamo con forza e nella convinzione che qui la "non negoziabilità" ha un significato chiaramente positivo e quanto mai esigente e operativo. Positivo, perché dice il bene dell’inviolabile dignità personale di ogni essere umano in quanto tale. Esigente e operativo, perché sollecita la responsabilità di lavorare seriamente nei vari àmbiti della convivenza sociale per assicurare le condizioni necessarie perché il diritto alla vita non sia semplicemente affermato, ma reso concretamente possibile, anzi facilitato e promosso».

I "valori non negoziabili" sono entrati ormai stabilmente nel dibattito pubblico...
«Di per sé ogni valore, se è tale, non è negoziabile. La non negoziabilità è affermazione di un valore ma nello stesso tempo è una sollecitazione per chi, ritenendolo un bene per tutti, vi si deve sentire più vincolato, responsabile di preparare il terreno perché il seme di Dio possa germogliare. Non negoziare poi è cosa diversa dal non toccare come se si avesse a che fare con un tabù: rimanda anzi all’impegno per mettere a frutto il bene che si ha, perché il suo valore cresca. Vuol dire esigere tutti gli interventi necessari a rendere più prezioso quel tesoro affidato alle nostre mani».

Cosa pensa del riaccendersi in questi giorni del dibattito sull’eutanasia?
«Bisogna impegnarsi con riflessioni serie e responsabili, evitando le semplificazioni, i facili equivoci, la stolta pretesa di voler stabilire il vero e il bene con le statistiche di chi difende o meno determinate posizioni. Sì, invece, a radicare il dibattito sull’interrogativo di fondo, che è "il senso del morire umano", inscindibilmente congiunto con "il senso del vivere umano". Anzi, si deve andare ancor più in profondità per cogliere la vera posta in gioco, che è la stessa questione antropologica, ossia la "verità" dell’uomo e dell’esercizio della sua libertà. Ritengo che la gente – uso il termine cogliendone tutto il valore di nobiltà e di saggezza – riesca a vedere la differenza tra l’accanimento terapeutico e l’eutanasia: il primo, se veramente tale, non può essere moralmente accettato; la seconda, come soppressione di una vita umana, risulta categoricamente illecita. Certo, ci sono le persone nella concretezza delle loro situazioni, talvolta penosissime. Qui l’esperienza ha tanto da insegnare: ciò che viene instancabilmente invocato è un’autentica "compagnia" umana, solo antidoto alla disperazione e alle sue conseguenze. Va rilanciato il tema del senso della vita in queste situazioni estreme, che sembrano umanamente indecifrabili».

 

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