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Intervista al fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi (15 ottobre 2006)
«Dai Convegni le svolta della Chiesa»

di Mimmo Muolo

E pensare che quello del 1976, a Roma, doveva essere un convegno di transizione. «A dire il vero – aggiunge Andrea Riccardi – anche Loreto 1985 fu definito nella stessa maniera. Ma di transizione in transizione, si fa la tradizione. E in effetti la tradizione dei Convegni nazionali ha segnato il dopo Concilio nel nostro Paese. Anzi, questi appuntamenti hanno fatto emergere il vero volto della Chiesa italiana. Volto pluralistico, comunitario e popolare». Storico della Chiesa, docente universitario, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Riccardi era a Roma nel 1976, a Loreto nel 1985 e a Palermo dieci anni dopo. Ora si accinge a partecipare a Verona 2006. Così, insieme con lui, tentiamo un bilancio del cammino fin qui percorso.

Perché lei attribuisce tanta importanza ai Convegni nazionali?
Sono convinto che il Convegno del 1976, insieme con la nascita della Cei di Paolo VI (perché, se è vero che i vescovi italiani avevano cominciato a vedersi fin dagli anni ’50, è con papa Montini che nasce la vera Cei), sia l’atto fondativo della Chiesa italiana. In quella occasione si riunisce per la prima volta la comunità ecclesiale nazionale.

A chi si deve l’"invenzione" di quell’appuntamento?
Monsignor Enrico Bartoletti, segretario della Cei dell’epoca, mi disse che l’idea nacque nel 1974 durante il Convegno sui mali di Roma. Quello era un tempo di forti polarizzazioni – progressisti e conservatori, gerarchia e base – e quindi l’appuntamento del 1976 fu pensato come uno strumento di comunione, pur nella pluralità delle esperienze. Bartoletti ne fu il principale architetto, ma purtroppo morì prima di veder realizzato il Convegno.

E l’idea riuscì a compiersi?
Il fatto importante fu il Convegno in sé. Vescovi, sacerdoti e laici per la prima volta insieme, cosa che non era scontata nel post Concilio. Soprattutto se si tiene conto del clima, anche politico, dell’epoca. La crisi della Dc e le discussioni sul partito unico, il tentativo di un gruppo di cattolici di rapportarsi direttamente con il marxismo. Tutto questo nel corso del Convegno fu riassunto nella formula della promozione umana.

Ma il titolo del Convegno era «Evangelizzazione e promozione umana». Che ne fu del primo termine? C’è chi ha definito Roma 1976 un appuntamento vivace, ma squilibrato.
E lo squilibrio, in effetti, era proprio la difficoltà a legare l’impegno di promozione umana con il primato dell’evangelizzazione e della spiritualità. Un grande aiuto venne dalla Evangelii Nuntiandi di Paolo VI e dalla sua analisi, precedente al convegno stesso, di un cattolicesimo italiano buono, ma forse un po’ stanco. Bisognava ridargli vigore attraverso l’evangelizzazione. Non a caso, come ho già detto, con il Concilio, la Cei di Paolo VI e i Convegni nazionali nasce la Chiesa italiana con la sua identità, il suo spessore e la sua complessità.

Complessità che sembra essere anche l’eredità, da taluni giudicata negativamente, del Convegno di Roma. Soprattutto per quanto attiene al confronto tra il cosiddetto cristianesimo della mediazione e quello della presenza. Qual è la sua opinione al riguardo?
Sì, è vero. Lasciò aperto questo confronto e molti altri, poiché vi era un pluralismo accentuato e a volte divaricante. Ma il dibattito fu fecondo, in particolare per gli sviluppi che avrebbe avuto a Loreto, il Convegno detto della "svolta" di Giovanni Paolo II.

Fu veramente così?
Sì, ma bisogna intendersi. Giovanni Paolo II, nei primi sette anni di pontificato aveva studiato veramente l’Italia, compiendo molte visite nelle diocesi e cercando di sintonizzarsi, come amava ripetere, con la santità del cattolicesimo italiano. Per cui, quando arriva a Loreto nel 1985, conosce la realtà della Penisola come pochi. Certamente più di quelli che la guardavano attraverso i propri occhiali "ideologici". Lui che, invece, ha visitato e ascoltato le diocesi, finisce per maturare una sua convinzione: ogni nazione europea ha una sua vocazione, l’Italia ha una sua vocazione e la Chiesa è memoria di questa vocazione nella comunità nazionale.

C’è differenza con la posizione di Paolo VI?
Ritengo che si tratti di un’accentuazione della dimensione dell’evangelizzazione, già posta con forza da papa Montini. Ecco perché a Loreto Giovanni Paolo II sottolineò che la fede cristiana doveva recuperare un ruolo guida, un’efficacia trainante nel cammino verso il futuro.

La vulgata di questo discorso fu, però, che era una vittoria di Cl e dei cattolici della presenza su quelli della mediazione? Oggi possiamo leggerla ancora così?
A me sembra che quella di Giovanni Paolo II fosse la linea di un Papa che si radicava profondamente nella complessità del cattolicesimo italiano. Karol Wojtyla è stato il Pontefice di un cattolicesimo sì di popolo, di pietà popolare e delle parrocchie, ma anche dei movimenti e degli intellettuali. Non ha mai scelto un solo modello di presenza, ma ha sempre creduto, e mi consta personalmente, che la ricchezza del cattolicesimo italiano fosse questa pluralità di segmenti. Purché, naturalmente, non impazzissero l’uno contro l’altro. Così a tutti egli ha indicato il bisogno di ritornare a Dio e di vivere il primato della vita spirituale.

Oggi, dunque, possiamo finalmente archiviare la lettura semplicistica e manichea di quel che avvenne a Loreto?
Intendiamoci. Il clima di contrapposizione c’era. Ma Giovanni Paolo II non è mai stato il Papa di una parte. «Sarebbe come affermare che sono per i francescani contro i domenicani o viceversa», rispose una volta, con tono anche un po’ piccato, a chi gli chiedeva una cosa del genere. E non perché il Papa deve essere imparziale, quanto perché aveva capito che la ricchezza era la complessità. Da non disperdere, ma da rivitalizzare. Tanto che la presidenza della Cei, dopo Loreto, è stata affidata a due figure (il cardinale Ugo Poletti e il cardinale Camillo Ruini) che non sono espressive della linea della mediazione, ma nemmeno di Cl. Anzi, mi sembra che da quel momento in poi il Papa assunse in maniera più diretta la leadership del cattolicesimo italiano, facendo davvero il primate d’Italia e chiedendo ai vescovi di riconoscere la complessità della nostra Chiesa, in cui non vi sono realtà di serie "A" e di serie "B".

Ma l’indicazione del ruolo guida ha avuto una ricaduta effettiva?
Sicuramente a papa Wojtyla va riconosciuto il merito di aver messo insieme le varie esperienze del cattolicesimo italiano, dando loro forza propulsiva per un lungo itinerario. Poi il contatto diretto tra i diversi "attori" della nostra Chiesa ha fatto un gran bene a tutti. Ad esempio, in quel periodo molto dell’impegno cattolico si era spostato sull’aspetto sociale, perdendo di vista il mondo politico. Quando arriveremo a Palermo vedremo, invece, che tante strutture avevano un po’ esaurito la benzina e necessitavano di una rifondazione.

Palermo è un’altra tappa fondamentale. Nel frattempo è cambiato tutto. Non c’è più il Muro, è iniziata la seconda Repubblica, e venuto meno il partito unico dei cattolici. Il Convegno del 1995 che cosa ha significato in questo panorama?
A me sembra che il Convegno di Palermo, pur in un clima differente, porti a maturazione la consapevolezza che nel cattolicesimo italiano vi sono vari volti e che tutti debbono agire in comunione. Da un lato, c’è un tentativo di fondare la carità su una salda spiritualità, per non ridurla ad agenzia di servizi sociali. Poi c’è la dimensione spirituale che è suggerita dal discorso del Papa. Infine, il lancio definitivo del progetto culturale, con la presa di coscienza che dopo la fine della Dc il cattolicesimo di casa nostra deve essere un soggetto pensante. Ed evangelizzante anche perché pensante. Così si compie, vent’anni dopo, la scelta di Paolo VI: la soggettività specifica della Chiesa italiana, che non è la Santa Sede, che non è il partito cattolico, che non sono le singole diocesi e organizzazioni.

Siamo alla vigilia di Verona. Che valutazione si può dare di questi dieci anni?
Secondo me si è accentuato in questo periodo il profilo multiplo, complesso, vivace del nostro cattolicesimo, che è componente importante della vita del Paese. Mentre altri interlocutori – si pensi alla sinistra marxista – sparivano o si trasformavano in senso radical chic, mentre sono quasi venute meno le reti del sindacato, nelle periferie urbane troviamo ormai solo la parrocchia. Siamo in una società che si è molto individualizzata. I poveri sono più soli e quelli che non sono poveri stanno davanti alla tivù e meno con gli altri. La Chiesa, invece, crede ancora che la comunità degli uomini sia un valore ed è una Chiesa che da Palermo in poi comunica di più attraverso i media e la cultura. Di qui nasce anche il Convegno di Verona.

In che senso?
Proprio perché comunica, la Chiesa italiana recepisce, attraverso la sua rete, le domande del Paese. E secondo me, accanto alla crisi, al grigiore di prospettive, alla debolezza del dibattito culturale e politico attuale, alla poca voglia di futuro, raccoglie una forte domanda di speranza. Certo non la sarà la Chiesa a dire alla politica quello che deve fare, ma vuole provare a dire le ragioni del suo sperare e a dialogare con le ragioni (o le non ragioni) degli altri. Per illuminarle con la luce di Cristo.

 

I precedenti

ROMA 1976. Il primo Convegno nazionale della Chiesa italiana si tiene a Roma dal 30 ottobre al 4 novembre 1976. Il contesto è quello del programma pastorale avviato tre anni prima sul tema: «Evangelizzazione e sacramenti», nell’intento – scrivevano i vescovi – di «imprimere una spinta vigorosa all’azione apostolica e missionaria della Chiesa in Italia». Sono passati solo dieci anni dalla conclusione del Concilio e la sua assimilazione è in cima all’agenda. A motivare l’assemblea è anche il rinnovamento della vita delle comunità e l’esigenza di imprimere una nuova unità alla vita ecclesiale. Il Convegno è presieduto dal cardinale Antonio Poma, presidente della Cei. Il 31 ottobre, Paolo VI accoglie i convegnisti in San Pietro. Nell’omelia, il Papa invita «ad un ripensamento della missione nel mondo contemporaneo, ad una coscienza religiosa autentica e nuova, ad un confronto col vertiginoso mondo moderno, anzi ad un dialogo di salvezza per chi assume la non facile missione di aprirlo, e per chi abbia la felice sorte di accoglierlo». Nelle sintesi dei lavori, pronunciate l’ultimo giorno, si parla di «una Chiesa in ricerca, in servizio, in crescita».

LORETO 1985. Sono passati poco meno di nove anni dal Convegno di Roma, e quattro dalla pubblicazione del nuovo piano pastorale decennale «Comunione e comunità», quando si apre a Loreto il secondo incontro nazionale della Chiesa italiana. È il 9 aprile 1985. L’11 aprile nel Palazzetto dello sport, sede del Convegno, arriva Giovanni Paolo II. Il suo discorso lascia il segno e orienta la riflessione. Il Papa invita a dare testimonianza di unità, a vivere in piena sintonia con la Chiesa, ad operare affinché la fede cristiana «in una società pluralistica e parzialmente scristianizzata... recuperi un ruolo guida e un’efficacia trainante nel cammino verso il futuro». La condizione perché ciò accada è che venga superata «quella frattura tra Vangelo e cultura che è, anche per l’Italia, il dramma della nostra epoca».

PALERMO 1995. Il terzo Convegno della Chiesa italiana si tiene a Palermo, dal 20 al 24 novembre 1995. Una scelta, quella del capoluogo siciliano, doppiamente motivata: qui – afferma la Traccia preparatoria – «sono accaduti alcuni degli avvenimenti più drammatici e inquietanti del nostro recente passato», ma da questa città sono anche «venuti al Paese inequivocabili segni di speranza e di risveglio spirituale e civile». Giovanni Paolo II arriva a Palermo il 23 novembre. Le sue parole danno un deciso orientamento ai lavori: «Il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente, ma della missione». Una parola chiara anche sulla presenza politica dei cattolici dopo la fine della Dc. «La Chiesa – afferma Wojtyla – non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito». Ma il credente non può «ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede». Il «Progetto culturale» è il frutto più maturo del Convegno. Il cardinale Ruini ne parla sottolineando la necessaria complementarietà tra la pastorale ordinaria, la vita e il lavoro delle comunità, e la dimensione cosiddetta "alta" della cultura e della ricerca intellettuale.

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