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Intervista alla storica Marta Sordi (17 ottobre 2006)
«Dall'Arena un invito universale»

di Andrea Lavazza

«È l’incontro di due prospettive universali, quello che simbolicamente si è compiuto ieri sera all’Arena di Verona, in occasione dell’apertura del Quarto convegno ecclesiale nazionale. La scelta del luogo ha una valenza forte, perché riannoda le radici culturali italiane, ed europee, che dalla classicità, attraverso l’apporto fondamentale del cristianesimo, portano fino a oggi». Marta Sordi, docente emerita di Storia greca e romana all’Università Cattolica, classicista di fama, non ha dubbi quando è chiamata a individuare nella dimensione storica la cifra dell’evento scaligero.

L’Arena, famosa internazionalmente, è un’ambientazione non solo scenografica. Anche se venne eretta per spettacoli che noi disapproveremmo, rimane uno splendido anfiteatro il quale rammenta una civiltà che si incontrò e si scontrò con l’annuncio cristiano, dandogli una sua impronta. Oggi quale messaggio ci trasmette?
La vocazione universale che sta alla base della nostra storia, della nostra cultura e della nostra religione. L’Impero romano aveva un’apertura a tutto il mondo allora conosciuto, "assimilava" e accoglieva al suo interno popoli di ogni etnia e costume, come diceva Sallustio, trasformandoli in cittadini grazie alla concordia. Non c’era spazio per "ghetti" etnici nei confini di Roma.

Lo stesso può dirsi per la Chiesa cattolica, cioè universale. Però l’Impero romano, almeno in alcuni periodi, perseguitò i cristiani...
La storia è molto più complessa di come spesso la si divulga. I cristiani volevano essere cittadini al pari di tutti gli altri. Tertulliano, replicando a una classificazione comune nel suo tempo, contestava la presenza di tre gruppi, ovvero romani, giudei e cristiani, tertium genus, appunto. Il primo risponde a un criterio politico, il secondo a un criterio etnico-religioso, il terzo a un criterio esclusivamente religioso. Perciò l’apologeta rivendicava per i cristiani il diritto a essere "romani". Significava che la dimensione religiosa non confliggeva con quella politica. Le persecuzioni, dicevano altri autori dell’epoca, sono avvenute soltanto con imperatori "cattivi", ovvero non c’era un’incompatibilità di fondo. Lo scontro era "religioso", si imputava ai cristiani di non onorare gli dei della tradizione, di essere quindi, e paradossalmente, "atei" per i canoni di allora. Ma l’Impero aveva concesso agli ebrei di professare la propria fede, considerata religio licita...

Ciò vuol dire, riportando la storia all’oggi, che le leggi dello Stato non erano in conflitto con le convinzioni dei credenti?
Sì, è così. I cristiani lo sottolineavano anche in tempi di intolleranza: noi rispettiamo le norme dell’Impero, obbediamo all’imperatore, ma temiano soltanto Dio. Lo spirito universale che unifica le radici romane e il cristianesimo sta proprio nel rispetto di una legge universale, che è la legge naturale.

Si potrebbe obiettare che Roma ammetteva la schiavitù, patente negazione della dignità dell’uomo sottesa alla legge naturale...
È vero che la schiavitù era lecita tuttavia, a differenza del mondo greco, lo schiavo era per lo più un prigioniero di guerra asservito in base allo ius gentium, al diritto positivo, ma considerato per natura in tutto uguale ai liberi. I liberti, infatti, diventavano cittadini, con pari diritti. Lo stesso valeva, ad esempio, per l’aborto, praticato però ritenuto un male. E così per i "matrimoni omossessuali", che Nerone volle celebrare con grande scandalo degli scrittori pagani.

Pare invece che oggi i credenti debbano spesso fare sentire la loro voce nella sfera pubblica per contestare norme non armonizzabili con i loro convincimenti più profondi.
È una situazione che discende dal relativismo, prima filosofico-culturale, poi politico-giuridico, che domina attualmente. Se si perde il riferimento alla legge naturale, prende piede una serie di rivendicazioni di preferenze individuali, che possono degenerare...

Dunque, è questo il messaggio di Verona, che passa attraverso l’Arena romana?
L’universalità vuole dire anche unicità. Come cristiani non possiamo non essere consapevoli che vi è una sola Rivelazione autentica, benché dobbiamo avere rispetto delle altri fedi. Il tema del Convegno è proprio «Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo». L’idea delle radici classiche si accorda perfettamente al messaggio cattolico, come ha sottolineato più volte papa Ratzinger. Personalmente, io ritengo che altre comunità di fede siano incompatibili con una prospettiva universalistica, in quanto religiose e politiche insieme, quindi non facilmente integrabili in una più vasta cornice di regole condivise.

 

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