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Introduzione all'ambito: cittadinanza
(18 ottobre 2006)
«Una "polis" più vivibile e umana»
di Umberto Folena
Un gruppo di cattolici italiani, qualificato, che discute di cittadinanza. Subito pensi a diritti concessi e negati, partecipazione, accuse di ingerenza, temi eticamente sensibili... Ed è solo l’inizio dell’elenco dei nodi. Nodi che ieri il sociologo Luca Diotallevi ha tenuto ben presenti, fornendo chiavi di lettura. Ma non ha dipanato. «La mia era un’introduzione al discernimento – spiega – non il discernimento in sé, che tocca ai delegati, alle parrocchie, alle aggregazioni, ai cattolici italiani tutti».
Cominciamo dal nodo più spigoloso, le accuse alla Chiesa e ai cattolici di "lesa laicità". «Posso fare io un paio di domande?».
Concesso. «Affermare che la speranza della Chiesa e dei credenti reca un contributo alla crescita della polis, significa violare il principio di laicità? Meglio: se, qui a Verona, affermiamo di voler testimoniare pubblicamente la speranza cristiana, stiamo per operare contro i valori della laicità?».
Si è fatto la domanda, si dia la risposta. «Dipende se vediamo la questione alla francese o all’americana».
Cominciamo con i francesi, che dopo i Mondiali... «Temo non darò un contributo al ristabilimento della simpatia reciproca. Scherzi a parte, la Francia fa i conti con la Guerra dei Trent’Anni, nella prima metà del Seicento; con la Rivoluzione e i Giacobini; con la legislazione del ’900. Qui il paradigma della laïcité è una variante del processo di egemonia della politica su ogni istituzione sociale. La ragione dello Stato sacralizza i propri principi e i propri testi, elabora e impone la propria etica».
E gli americani? «Il paradigma della religious freedom è del tutto diverso. Il suo riferimento originario è il Primo Emendamento, nel 1791. Sullo sfondo c’è la concezione di una società aperta e plurale, articolata in numerose istituzioni, religiose comprese, capaci di autocontrollo e riequilibrio. L’emendamento fissa due principi: le organizzazioni religiose non si integrino nel sistema politico (disestablishment of church); valore essenziale del contributo della religione alla vita pubblica (free exercise)».
Abbiamo il sospetto che lei non sia neutrale e propenda per il paradigma americano. «Nel caso francese, c’è una separazione con subordinazione; in quello americano, separazione senza subordinazione. In ogni caso, io sono per la via italiana, ossia per l’elaborazione originale che è in corso nel nostro Paese».
Passiamo a una variabile, tra le tante, che può rendere comunque ardua la cittadinanza. Le Chiese del Mezzogiorno ci ricordano di continuo i limiti imposti dalla malavita. «C’è un deficit civile, in tante aree del nostro Sud, e i poteri di mafia, camorra e ’ndrangheta ne sono i primi responsabili. Mi lasci dire che sarebbe incredibile che in un Convegno ecclesiale come il nostro, e proprio qui dove si discute di cittadinanza, venissero dimenticate parole fortissime e inequivocabili come quelle pronunciate da papa Wojtyla nella Valle dei Templi di Agrigento, o testimonianze come quella di don Pino Puglisi».
La paura è un nemico del discernimento. Possiamo dire che l’ideologia non è da meno? «La paura chiude la bocca, l’ideologia la fa aprire a sproposito. Chi è preda dell’ideologia sa sempre dove andrà a parare e si mantiene in allenamento ripetendo sempre le stesse parole. Chi si mette nell’obbedienza di un discernimento non sa mai esattamente dove andrà a finire e dovrebbe essere disposto a finire con i piedi, la testa e il cuore laddove non avrebbe mai pensato di finire».
Il cardinale Tettamanzi indica la speranza come metodo e strumento di lavoro. Vale anche per il discernimento attorno alla cittadinanza? «Noi cristiani speriamo così: mentre siamo in attesa della Seconda Venuta di Cristo, possiamo attendere alla città, per renderla più umana e vivibile».
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