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intervista a Lorenzo Ornaghi
(21 ottobre 2006)
«Abbiamo visto nascere qui
la classe dirigente di domani»
di Paolo Lambruschi
Una nuova convergenza dei laici sui valori per preparare la seconda fase del progetto culturale e la vivacità dei giovani, segnale di una nuova classe dirigente nel Paese allenata al servizio e alla gratuità. Per il rettore dell’università Cattolica, Lorenzo Ornaghi, sono le principali novità emerse dalle giornate veronesi: «Il mio giudizio sul Convegno nazionale è molto positivo. Grazie anche al lavoro svolto in questi anni dal progetto culturale, i delegati sono riusciti a toccare aspetti nuovi e concreti, emersi anche nel dibattito negli ambiti».
Quali, professore? «Sottolineo almeno tre novità, colte nel suo discorso dal cardinale Ruini. Primo, la presenza di parecchi giovani, portatori di domande in apparenza uguali a quelle di alcuni anni fa, però poste in termini nuovi. Secondo, la convergenza sempre più ampia tra quelle che si sono sempre considerate parti diverse, e non sempre in rapporti amichevoli, del laicato. Li ho visti invece ritrovarsi uniti nei gruppi sul che fare per essere testimoni di Cristo oggi e per il futuro del Paese. Registro poi, secondo me in anticipo rispetto alla società italiana, una quota rilevante di cattolici intenzionata ad uscire dalla situazione di sfiducia e pessimismo rimboccandosi le maniche. Ho trovato particolarmente calzanti per loro alcune parole chiave risuonate nel discorso del cardinale come passione ed entusiasmo. Che portano con sé i concetti di dedizione e causa. Il presidente della Cei ha fornito ieri una sintesi davvero completa della Chiesa italiana e del suo cammino di questi decenni, rileggendo in chiave storica anche il percorso del cattolicesimo nel Paese».
Le giornate di Verona sono state segnate dal discorso di Benedetto XVI… «Si, l’ho trovato di un’importanza straordinaria perché, approfondendo il discorso di Ratisbona, ha messo i cristiani di fronte ai problemi reali dell’essere cattolici oggi».
Ha destato impressione, tra i convegnisti, quella parte del discorso papale sulla fede amica della ragione. Quali le ricadute per l’università Cattolica? «Per la nostra università il Santo Padre ha tracciato la rotta, pur sapendo che navighiamo in mezzo a grandi cambiamenti e in un mare di inquietudini culturali. Ma i giovani di oggi colgono con particolare simpatia questi concetti espressi dal Papa. Perché sono un po’ disabituati a ritrovare la fede nei suoi elementi costitutivi sentendola amica della ragione. Benedetto ha voluto mostrarci non solo la bellezza dell’essere cristiani, ma anche i motivi irrinunciabili che portano ad essere credenti».
Dal Convegno è emersa la necessità di una seconda fase del progetto culturale per rispondere alle esigenze di formazione. Che caratteristiche dovrà avere secondo lei? «Il progetto si realizzerà recuperando l’unitarietà dei diversi settori in cui si è lavorato a Verona perché, come hanno sottolineato il Papa e il cardinale Ruini, sono gli ambiti di vita che compongono l’unitarietà della persona. Più in generale occorre dare risposta alle esigenze della società italiana, di tutte le società occidentali dove viviamo in maniera sempre più segmentata. Apparteniamo a una pluralità di cerchie d’interessi, ma stiamo smarrendo la nostra identità. Credo allora che anche in questo balzo ulteriore del progetto culturale l’unitarietà sia fondamentale».
I volti nuovi che anche lei ha rilevato nel laicato possono essere definiti l’embrione di una nuova classe dirigente? «Si. In questi giorni si è realizzato che la Chiesa, come la società italiana, poggia su una sorta di crinale tra la pigrizia, che porta a conservare tutto, e la voglia di ritrovare l’entusiasmo per rispondere con coraggio alle novità. Soprattutto i giovani reagiscono bene, non usano più strumenti e concezioni del passato. Ne domandano di nuovi. Siccome sono convinto che la presenza cattolica in Italia sia più rilevante di quanto noi stessi crediamo, in particolare nei settori dell’impegno sociale, del volontariato e del non profit, stiamo già vedendo costituirsi la classe dirigente del futuro. Che manifesta passione, dedizione, attaccamento alla causa, elementi fondamentali della leadership uniti a lungimiranza e realismo. Insomma, da Verona vedo nascere nuova speranza per la Chiesa e l’Italia».
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