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Il gesto
(17 ottobre 2006)
E sugli spalti si accende il Paese reale
di Francesco Ognibene
È quando l’orchestra e il coro dell’Arena intonano la Preghiera dal Mosé di Rossini – e già il freddo della sera fatta suggeriva a qualcuno di andarsene al caldo – che le grandi immagini dei santi d’Italia s’illuminano. Una magia che si materializza, attesa tutto il pomeriggio da una folla di 12 mila persone tra delegati, ospiti, relatori e semplice gente che dalla diocesi di Verona ha voluto prendere parte all’atto inaugurale del quarto Convegno nazionale della Chiesa italiana. Quei 206 santi, uno per diocesi (alcune Chiese han scelto la stessa figura), a un certo punto hanno preso per mano la gente raccolta in Arena che li stava invocando con la preghiera più diretta di un cristiano, la giaculatoria del cuore semplice: «Ora pro nobis».
Profeti e apostoli, poi i martiri, i santi e i beati: un lungo elenco di invocazioni che mescolavano figure celebri ad altre ignote ai più, Tommaso d’Aquino e Benedetto fianco a fianco con Frontiniano o Gianuario, Francesco d’Assisi insieme ad Allucio, Barsanofio o Eustochia. Il protomartire Stefano e Filippo Smaldone, canonizzato giusto domenica. Tutti italiani, duemila anni di santità sciorinati in un paio d’ore cariche di suggestione, dentro una cerimonia studiata con movenze e tempi teatrali ma col battito della preghiera di popolo.
Sentir scorrere quei nomi nella ripetizione delle litanie intercalate da brani della lettera di Pietro e da quel «prega per noi» corale rivolto al cielo di Verona poteva alla lunga quasi stordire. E invece, mentre su un lato dell’Arena le oltre duecento sagome s’illuminavano una dopo l’altra, prendeva consistenza a chi non si lasciava distrarre dai magnifici giochi di luce del tramonto tra le pietre dell’anfiteatro romano l’idea che quello fosse non solo il punto d’attacco dei cinque giorni della Chiesa italiana nella diocesi di san Zeno ma il loro stesso cuore. La santità contenuta dentro quelle sagome illuminate una a una, e poi tutte insieme solo nell’oscurità che ha concluso la cerimonia dopo l’omelia del vescovo di Verona Carraro e la prolusione del cardinale Tettamanzi, è una santità vera, non una collezione di immaginette buone per una generica devozione. È l’Italia dei testimoni in carne e ossa, e dunque non solo i grandi nella storia della Chiesa, ma tutti, proprio tutti: pastori e laici, medici ed eremiti, badesse e ragazze, sindacalisti e profeti, austere figure in vesti episcopali e giovanotti in maniche di camicia e cravatta.
«Ora pro nobis»: dentro la preghiera semplice del popolo di Verona si svela l’apparente singolarità di questa scelta, aprire un convegno della Chiesa italiana tutto proiettato dentro il primo decennio del Duemila guardandosi indietro a cercare una traccia di coerenza evangelica tra le strade delle nostre città. Nell’album di famiglia che si sfoglia nome dietro nome – Leucio e Bernardino da Siena, padre Pio e Alberto Marvelli, Gregorio Barbarigo con Gerlando, Costabile e Ormisda – c’è la vicenda di una Chiesa che mai ha perso la parola e la capacità di dare speranza al Paese. Non c’è stato secolo, né giro di pagina della nostra storia per quanto aspro, in cui sia mancata la santità, un fiotto che prorompe anche là dove sembrava ci fosse solo terra sterile. Il segno di una benedizione che non è mai venuta meno. E che certamente non è mancata, non manca nemmeno oggi.
Eccola, la scoperta della prima giornata di Verona, il passo giusto per cominciare, il messaggio chiamato a ispirare l’intero Convegno con la forza di un’immagine che chi ha avuto la fortuna di essere dentro l’Arena ieri sera difficilmente potrà dimenticare: quell’Italia dei santi che guarda la platea è uno specchio nel quale i convegnisti (e chi qui rappresentano, diocesi per diocesi) possono vedere se stessi, distintamente, se guardano bene. Di testimoni c’è bisogno oggi come sempre, e Tettamanzi viene interrotto più volte dagli applausi quando ricorda che chiave di una testimonianza credibile oggi è la comunione della Chiesa, e uno spazio più congruo per l’impegno dei laici. Ma sulla chiamata (l’«elezione», la chiama Carraro con le sue parole tagliate nella pietra) si può sempre contare, così come sulla grazia che non molla mai chi decide di rispondere.
«Orate pro nobis», allora, per noi che ci arrabattiamo per essere come voi, ma che al termine della prima giornata del Convegno sembriamo una cosa sola con questo spicchio di Paradiso riportato inaspettatamente tra noi. Quel laico, quel pastore, quella giovane lassù tra i gradoni dell’Arena in questa dolce sera veronese mi pare che un po’ mi somigli. Non stanno in un cielo inaccessibile. Sono santi, italiani, come noi.
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