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I nostri emigrati nel mondo
(19 ottobre 2006)
L'«altra Italia» torna alle radici
di Salvatore Mazza
Venti. Una pattuglia sparuta. Anzi, un’avanguardia. Con alle loro spalle un esercito di milioni di persone. I milioni di italiani all’estero che, per la prima volta, sono rappresentati a un Convegno ecclesiale nazionale della loro «Chiesa madre». Chiesa di una patria mai dimenticata, neppure dalle seconde e terze generazioni.
Una realtà che travalica ogni idea che ci si possa essere formata al riguardo: «Sono sessanta milioni le persone all’estero che si proclamano italiani», spiega Luigi Papais, vice presidente dell’Ucem, l’Unione cristiana degli enti tra e per i migranti italiani. I delegati presenti qui a Verona «sono venuti a portare la loro esperienza di emigranti e aiutare gli italiani a capire come si fa ad accettare lo straniero, contro ogni forma di chiusura e di xenofobia». Ma se questo è il motivo che ha suggerito questa «apertura» ai delegati degli italiani all’estero, per loro, per i delegati, di motivazioni ce ne sono anche altre. Perché l’emigrazione è una realtà che vive di testa e di cuore, sempre in bilico tra voglia di andare avanti e il desiderio insopprimibile di potere, un giorno, tornare indietro.
E così «per noi è importantissimo essere qui, sentire che abbiamo l’appoggio della Chiesa italiana», dice Giovanni Di Sanzo, emigrato piccolissimo in Argentina con i genitori. «È un legame che, per noi, è fondamentale», insiste. Perché, appunto, «si parte per cercare lavoro, per un futuro migliore – spiega Milva Caro, missionaria scalabriniana e operatrice di pastorale giovanile nata in Germania da genitori italiani – ma sempre con l’idea di tornare indietro. Per questo non vuoi mai perdere il legame con la tua terra, perché perdere il legame significa perdere il sogno. E questo vale anche per le seconde e le terze generazioni e quel sogno è ormai sfumato: non si dimenticano mai le radici, anche se si perde la cittadinanza». Così, lontanissimi da quelle radici, si perpetuano tradizioni antiche mantenute vive nel segno di quel sogno. Antonella Cucuruto, responsabile di pastorale giovanile da 41 anni in Australia, racconta delle processioni, delle feste patronali italiane rivissute laggiù a Brisbane, agli antipodi dello Stivale: «Coi nostri ragazzi parliamo in inglese, ma la Messa è in italiano, la nostra cultura è ancora legata alle nostre origini».
E così, se qui a Verona oggi, «diciamo a chi ci sta vicino: "Ecco, adesso voi potete vedere quello che noi abbiamo sofferto" – osserva Di Sanzo – quando torneremo a casa potremo dire ai nostri amici che la Chiesa in Italia si ricorda ancora di noi. Vivere questa settimana qui, accanto a tanta gente, a tanti vescovi, è per noi una vera benedizione di Dio».
Milva, Antonella, Giovanni. Emigrazione «classica», la loro. David Donat Cattin è invece «figlio» di un altro tipo di emigrazione: direttore dei programmi dell’associazione Parlamentarians for Global Action che promosse tra l’altro nel 2000 la campagna per l’abbattimento del debito estero), vive dal 2000 negli Usa e, si schermisce, «forse non rappresento nessuno». Ma alla fine «quello che mi sembra importante – afferma – è di poter condividere con i cattolici italiani qui a Verona l’esperienza che abbiamo maturato, quella di persone impegnate in Paesi dove siamo emigrati».
Martedì sera i venti delegati degli italiani del mondo hanno avuto in incontro con monsignor Lino Belotti, presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale. La Chiesa, ha detto loro il presule, «è riconoscente per il lavoro prezioso che svolgete. Il vostro impegno deve essere quello di saper trasmettere ai nostri migranti il messaggio di speranza che in questi giorni stiamo ascoltando e vivendo qui a Verona, mettendo al centro dei nostri messaggi i valori cristiani e morali».
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