Noi c'eravamo (08 giugno 2006)
I referendum continuano a parlare. Basta ascoltarli

Un anno fa ampie parti della legge 40 sulla procreazione assistita furono sottoposte a referendum abrogativo. Vinse il "non voto" e la legge non cambiò. A distanza di 12 mesi, abbiamo chiesto ad alcuni delle firme di «è vita» di riflettere sull’eredità di quel referendum.

Un impegno decisivo per la sopravvivenza di una civiltà
Proprio oggi che s’intensifica il pressing contro la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, e che qualcuno liquida come insignificante il record del "non voto" finora mai raggiunto nella storia dei referendum (74,1%), diviene di attualità una riflessione sul processo politico e culturale che ha portato all’approvazione di quella norma e che ha animato la campagna referendaria. È necessario ricordare che per la legge 40, nata da un’iniziativa popolare, si è realizzato un esemplare processo di partecipazione democratica. In contrasto con ogni dirigismo e manipolazione della verità, intorno a quella norma si è attivata una virtuosa sinergia tra la società civile e uno scrupoloso, ampio, trasparente esame parlamentare. Ancor di più la campagna referendaria ha dato modo di esaltare una positiva interazione tra uno spontaneo pluralismo mediatico (radio, siti Internet, blog) e reti dell’associazionismo, permettendo così che il senso comune, il valore della dignità umana, ancora presenti nella nostra gente, trovassero una rappresentazione mediatica. Tuttavia il confronto tra le corazzate della tv e della carta stampata allineate sulla posizione referendaria e la esiguità dei canali di cui disponeva il popolo del "non voto" sembra confermare una frase di Arnold J. Toynbee, che Joseph Ratzinger ama citare: «Il destino di una società dipende sempre da minoranze creative». Un’asserzione che acquista tutta la sua valenza – anche in prospettiva futura – se si guarda al cammino percorso da quel 32% di "sì" ottenuti nel 1981 sul referendum contro la legge 194 sull’aborto. È un dato che in questi ultimi decenni in Italia si è acquisita una crescente consapevolezza del valore della vita. E ciò non è avvenuto, certo, grazie all’approvazione di quella norma, ma a dispetto di essa. La Chiesa con il suo magistero, da Paolo VI a Giovanni Paolo II, quest’ultimo coadiuvato dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata dal Cardinale Ratzinger (decisivo il documento Donum vitae del 1987) è stata una delle poche (se non la sola) istituzioni internazionali capaci di elaborare un sistema di pensiero in grado di affrontare le radicali sfide della postmodernità, salvaguardando i valori che appartengono alla nostra comune umanità, e in fin dei conti la stessa razionalità. Mentre la ricerca rischia di seguire invece che la logica dell’intelletto, quella della potenza economica. È del tutto fuorviante perciò interpretare la campagna referendaria facendo ricorso al trito concetto di clericalismo. «Occorre accettare pacatamente che siano i cattolici oggi ad apparire meglio titolati a parlare di vita e di morte», scriveva due giorni dopo il referendum un osservatore imparziale come Oscar Giannino su il Riformista, in un editoriale dal significativo titolo «Cara sinistra prova a capire la nuova Chiesa». E infatti il dato più significativo, al di là del risultato, è che la campagna referendaria ha fatto emergere posizioni dal fronte laico, ecologista, femminista che, comprendendo la reale posta in gioco, sono autonomamente arrivate a sostenere che andava difesa una legge che tutela al tempo stesso la vita umana nascente e la donna. Quanto è avvenuto, insomma, dovrebbe aiutarci a superare il luogo comune – del tutto falso – di un gap culturale del nostro Paese. Ciò che ha animato di più il popolo del "non voto" è stata infatti la consapevolezza di non combattere una battaglia di retroguardia, ma di anticipare un approccio che sarà decisivo per la sopravvivenza della nostra civiltà. Altrimenti non c’è che un’altra strada per scoprire i rischi di una deriva eugenetica: pagare lo scotto delle sue mostruosità. Non è un caso che in Europa i Paesi di lingua tedesca siano tra i più sensibili alla tutela della vita umana fin dal suo inizio.

Pierluigi Fornari

Un patrimonio che non va disperso per costruire un’Italia più umana
La vicenda referendaria ha lasciato addosso a me, impegnato sul fronte della comunicazione, una profonda tristezza e una forte speranza. Come si fa a essere allegri quando senti sbucare, da qualche misterioso percorso carsico della storia, un anticlericalismo viscerale e violento, di pancia, un rigurgito ottocentesco grottesco, un incubo? Per fortuna abbiamo resistito alla provocazione e non abbiamo replicato per le rime... Beh, qualche volta abbiamo replicato suppergiù per le rime. Porgi l’altra guancia. Ma le guance sono solo due. È triste scoprire che una porzione minoritaria, ma ragguardevole, della nazione è sensibile alle sirene del più bieco ideologismo. Il timore era che nel mondo cattolico ci fosse qualche manifestazione di indifendibile clericalismo. Che i toni da follia ideologica potessero averci contagiato. Ammettiamolo: ai tempi del referendum sul divorzio qualcuno – le cui intenzioni non vanno giudicate – aveva esagerato. Ma stavolta no. Sia pure pesantemente provocato, il mondo cattolico ha mantenuto un aplomb encomiabile. La speranza? È sorta a poco a poco un’alleanza, una comunanza d’intenti, una speciale sintonia tra persone di buona volontà, non importa quanto cattoliche o come. Persone che sono giunte alle medesime conclusioni, e si sono trovate dalla stessa parte, provenendo da percorsi ideali, culture, tradizioni diversi. Si è generato così un momento di elaborazione culturale originalissimo, straordinariamente fecondo, di grande modernità, in cui è vita è stato brillante protagonista (felice io di avere avuto una parte, sia pur minima, in questa avventura). È un patrimonio che non va disperso e, in positivo, può costituire un contributo per un’Italia più umana e ragionevole, quindi cristiana.

Umberto Folena

Alle urne ha fatto flop anche l’idea dell’uomo fai-da-te
L’esito dei referendum del giugno 2005 è stato una straordinaria risposta alla "questione antropologica", così come il cardinale Ruini l’aveva posta durante la Settimana sociale di Bologna. Per questione antropologica s’intende la ricerca della risposta a una domanda antica: chi è l’uomo? Già mille anni prima di Cristo Davide cantava a Dio: «Chi è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Sal 8). Questa domanda era palesemente retorica, perché Davide ne conosceva la risposta: «L’uomo è nostra immagine e somiglianza», dunque soprattutto libero e perciò responsabile. Però con alcuni limiti ben precisi («Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché certamente moriresti»), che l’uomo immediatamente trasgredì. Scriveva Giovanni Paolo II per la Giornata della pace 2005: «Il male passa attraverso la libertà umana. Proprio questa facoltà, che distingue l’uomo dagli altri viventi sulla terra, sta al centro del dramma del male». La stessa domanda di Davide si pone oggi in modo non più retorico, bensì sostanziale. È la pretesa dell’uomo di essere egli stesso il proprio autore, con il conseguente "diritto" di decidere che cosa è bene e che cosa male, chi debba vivere e chi morire, chi nascere e chi no e come si debba nascere e morire. Le leggi su eutanasia, aborto, fecondazione artificiale, manipolazioni genetiche, clonazione manifestano un mutamento radicale dell’idea di uomo, che arriva all’uomo-fai-da-te, così negando la propria somiglianza a Dio e, dunque, Dio stesso.
La risposta ai referendum è stata un "no" al rifiuto del concetto stesso di limite, senza sapere che proprio il limite fa l’uomo grande e diverso da ogni altra creatura, perché gli dà la capacità di guardare oltre e di riconoscersi simile a Chi ha pensato a lui dall’eternità. Che gli dona – unico nell’universo – la capacità di adorare il Senza-limiti insieme all’attesa dell’eternità. I limiti lo fanno consapevole di essere "simile" a Dio, ma non a Lui uguale. Lo rendono capace di comprendere la sua "dipendenza", oltre che dal Creatore, anche dalle creature, persino dagli animali e dalle cose. Il limite, insomma, è costitutivo della umanità dell’uomo. La gente lo "sente", e i referendum hanno fatto flop.

Piergiorgio Liverani


Noi giovani, «svegliati» dalla vita
Diversamente da come si poteva temere, la mobilitazione intorno alla legge 40 è continuata anche dopo il referendum. Anzi, è cresciuta. Un anno dopo, è questa la prima constatazione positiva. La mia personale esperienza di conferenziera su questi temi in giro per l’Italia mi ha fatto scoprire una realtà interessante: l’anima dei nuovi gruppi che si sono raccolti in difesa della vita sono giovani che spesso non si erano mai avvicinati alle organizzazioni cattoliche o ai movimenti. Giovani che hanno capito come la difesa della vita e della dignità dell’essere umano sia la battaglia più importante e necessaria in questo momento storico, e come la Chiesa cattolica sia l’istituzione che ha compreso per prima, e con lucidità, la gravità della situazione. Su questi nodi ho verificato spesso un divario generazionale: chi ha più di quarant’anni, anche tra i sacerdoti o i religiosi, è in genere il più restìo a capire cosa sta succedendo e la gravità della posta in gioco. Ancora sospettosi di tutte le iniziative che vanno contro la "modernità", gli ultraquarantenni pensano infatti che si debba essere aperti e aspettare, oppure si disinteressano, come se il modo in cui nascono gli esseri umani sia solo una questione di donne o di medici, e non una delle radici della cultura umana, del nostro modo di intendere la vita e la morte. L’importanza e la gravità dei problemi da affrontare è stata invece capita da molti giovani, che nel naturale anticonformismo della loro età cercano vie nuove e nuovi punti di vista attraverso i quali criticare la cultura dominante. In questo modo, «la visione cattolica del mondo» (Romano Guardini) – travolta dapprima da una concezione troppo "sociale" della missione cristiana e poi dall’aspirazione a una spiritualità astratta, pronta a mescolarsi con le tecniche "New age" e a divenire, spesso inconsapevolmente, relativismo religioso – viene riproposta con una freschezza e una vitalità da tempo perdute.

Lucetta Scaraffia

Che scoperta, l’embrione. Per alcuni è nulla, per noi è vita
Vorrei parlare dell’embrione umano, venuto alla ribalta come non mai proprio nei giorni che precedevano il referendum sulla legge 40.
Una persona amica, professore di matematica in una Università di Napoli, mi chiese in quei giorni quali erano le dimensioni dell’embrione al momento del concepimento. Rimase stupìto quando seppe che era poco meno di un quarto di millimetro. «Ma è enorme!», mi disse. Abituato, come matematico, a numeri infinitesimali, quelle dimensioni già da sole davano dignità inviolabile alla più piccola delle persone. In un’altra occasione pre-referendaria ebbi l’occasione di leggere sulla locandina di partito, in un piccolo paese della pianura cremonese, una definizione di embrione. Le parole erano contro di lui, ma mi stupiva il fatto che se ne parlasse anche lì. Piccolo com’è l’embrione umano tuttavia chiede che davanti a lui ci si interroghi, e si scelga. Davanti a lui si arriva al "dunque". Per alcuni colleghi ginecologi è solo un cumulo di cellule, per la "semplice" vicina di casa invece è una vita che non si può toccare. Non ci vuole una laurea per capire chi è l’embrione, «basta avere gli occhi per vedere », mi ha detto la vicina! Ma la certezza più disarmante viene dai piccoli. In parecchie classi delle elementari alla domanda "chi è l’embrione", la risposta in coro era: «Un bambinooo». Giusto, ma bisogna darsi da fare continuamente, perché ci sono coloro che... continuamente confondono le idee.

Gabriele Soliani

Quanta retorica in argomenti già sentiti
A un anno di distanza dal referendum sulla legge 40 risultano più chiare le motivazioni per cui tre italiani su quattro hanno scelto il diritto di astensione. Alcuni, all’epoca, gridarono allo scandalo affermando che invitare i cittadini al non voto sarebbe stato diseducativo e avrebbe ingenerato un disinteresse nei confronti della vita pubblica e dei problemi sociali. L’altissima percentuale dei votanti nelle elezioni politiche dell’aprile scorso ha dimostrato, invece, che l’astensione del giugno 2005 non era motivata da disimpegno civico. Certamente i motivi che hanno spinto il 75% degli italiani a non recarsi alle urne in occasione del referendum sono molto variegati: si va dalla complessità dei quesiti alla marginalità, almeno presunta, del fenomeno della sterilità e infertilità, dalla matura convinzione di difendere l’uomo nelle primissime fasi della sua vita alla necessità di tutelare la donna da pratiche altamente invasive. A distanza di un anno sembra che alcuni non abbiano imparato la lezione della campagna referendaria. Anzi, continuano a usare slogan demagogici privi di fondamento razionale e scientifico. Ad esempio, perché ostinarsi a proporre di finanziare la ricerca sulle cellule staminali di origine embrionale quando nei venti anni e più da quando sono note nessuno è mai riuscito a mettere a punto qualche applicazione terapeutica, ma anzi negli esperimenti condotti sugli animali l’uso di staminali embrionali ha ingenerato infezioni, crisi di rigetto e forme tumorali letali? Perché, invece, non si propone un lauto finanziamento per ampliare le ricerche sulle staminali prelevate da tessuti adulti, le quali, sebbene siano conosciute solo dal 1999, hanno consentito fino a oggi ben 58 applicazioni terapeutiche? Le esternazioni di alcuni politici e burocrati sembrano infarcite da molta demagogia e da una scarsa aderenza alla realtà e al dato scientifico-sperimentale. Altrettanto strano è il silenzio circa la tutela della salute della donna. Infatti, nel caso molto frequente, e anzi in aumento, che la sterilità sia stata diagnosticata al marito, perché si deve sottoporre la moglie sanissima alla somministrazione di pesanti dosi ormonali e alle differenti tecniche invasive per il prelievo degli ovociti e per il trasferimento degli embrioni? Ripeto: la moglie è sana, ma è esposta a rischi altissimi dovuti agli ormoni e alle tecniche invasive. Il malato è il marito, ma non si fa nulla per curare la sua sterilità. Questo esempio, come anche quello precedente, mette in luce un interrogativo fondamentale del dibattito pubblico: qual è il criterio di verità delle affermazioni dei nostri politici e degli opinion leaders? È l’aderenza ai dati di fatto oppure l’ideologia o l’interesse economico?

padre Giorgio Carbone


Quegli incontri con la gente, una cascata inattesa di vitalità
Alla fin fine la gente comune ha dimostrato di aver più sale in zucca di quanto potesse far supporre l’ahimé troppo diffusa fiducia nell’oroscopo e nei maghi. Costretta, di fronte a un argomento nuovo e importante, ha saputo riflettere, bocciando clamorosamente gli "avanguardisti" che volevano "educarla". Nella vecchiaia mi sembrava ragionevole interessarmi più dell’ultimo destino che del mondo. La buona causa, tuttavia, mi ha risvegliato energie giovanili (ah, quella desinenza!). Delle dure giornate del lungo dibattito "sul territorio" conservo il ricordo commosso di tanta partecipazione e di tanti nuovi amici. Approvata la legge, non sarebbe stato logico provarla? Tutt’altro. I suoi "democratici" nemici (per ideologia e per interesse) intendono ancora ribaltarla in Parlamento, dove sperano di aver oggi maggior successo. A fronte dei drammatizzati problemi economici temevo che gli scomodi argomenti bioetici sarebbero stati almeno temporaneamente accantonati. Al contrario, è tutto un rigurgito di aperture in libera uscita per la pillola abortiva Ru 486 e per i Pacs (perché non per la poligamia?), e contro la legge 40. Magari solo per contrastare il parto (distocico) di un nuovo partito. Gli impegni futuri? Difendere la vita, dono prezioso e indisponibile, dal concepimento alla morte naturale. Collocare la dignità dell’umano individuo nell’"ordine" naturale. Sollecitare puntigliosamente agli "eletti", soprattutto a quelli che si dichiarano cattolici, il dovere di scelte non ambigue. Su certi temi ritengo immorale sforzarsi di tenere il piede in due staffe; a maggior ragione se si ha il privilegio e l’onore d’essere deputati, ministri o... ancor di più.

Aldo Mazzone


«Urge ripartire con la formazione»
Viaggiando per l’Italia negli otto mesi che hanno preceduto il referendum del 2005 ho imparato che la forza della verità è incredibile: bastava comunicare, con precisione scientifica e linguaggio accessibile, il protagonismo biologico dell’embrione, la sua intensa relazionalità biologica e psico-dinamica con la madre e tutte le meraviglie della vita prenatale, che negli astanti si generava uno stupore dinanzi alla vita nascente e i dibattiti diventavano molto spesso "contemplazione". È la forza della verità sulla persona umana la grande sfida culturale da affrontare, non per agitare un vessillo di vittoria o di supremazia ideologica, ma per fare un servizio di chiarificazione del pensiero e di promozione del discernimento; non per alzare muri o steccati d’incomprensione ma per costruire ponti di condivisione per essere più liberi e riappropriarci del vero significato di "umanità". Tutto quello che è stato fatto provocava una riflessione mirata a far vedere la grandezza e il mistero della vita: nello stesso tempo, però, questo processo stimolava il guardare. E "vedere" l’uomo è diverso dal "guardare" l’uomo. "Vedere" è una forma di comprensione dell’uomo, che si sofferma solo su alcuni aspetti della sua totalità, spesso quelli più appariscenti e talora meno importanti. Esso nasce da un riflesso fisiologico, appaga la percezione visiva, ma rimane in una sorta di limbo superficiale, non coinvolgente nel profondo, dimostrandosi in ultima analisi indifferente all’umana avventura. "Guardare" l’uomo, al contrario, è comprenderlo tutto, entrare dentro la sua storia biologica, partecipare del suo destino tra gli uomini, illuminare la gente sulla sua complessità e bellezza, abbracciarlo con la mente e con il cuore, gridargli continuamente "I care" ("mi prendo cura di te") sincero. In definitiva significa amarlo, dall’inizio alla fine.

Giuseppe Noia


C’è un diffuso calo di tensione ma la formazione della gente resta decisiva


A un anno dal referendum possiamo rilevare che si sono verificati due fenomeni di segno opposto. Il primo è il tentativo, da parte dei perdenti, di rendere vano, come non fosse accaduto, il referendum stesso. Al punto che a meno di un anno fioccano le proposte di revisione della legge 40. Per non parlare poi dei continui attacchi laicisti della Rosa nel pugno. I radicali e i socialisti dello Sdi hanno impostato la loro campagna elettorale sulla base di un anticlericalismo noioso e stantìo. E gli elettori hanno dato a un programma di così bassa qualità i pochi voti che meritava. Il secondo fenomeno riguarda il cammino della Chiesa, delle parrocchie, delle associazioni cattoliche. A qualcuno è parso che una volta raggiunto il buon risultato del referendum, con la conferma della legge 40, si potessero dedicare le energie ad altri obiettivi formativi. Il calo di attenzione verso i temi della bioetica è evidente. Se si esclude un qualche interesse sul tema emergente dell’eutanasia, non c’è una particolare attenzione a porre le fondamenta di una buona formazione in tema di bioetica. Che questo sia necessario è però fuori discussione. La campagna referendaria ha mostrato che molte delle posizioni del dibattito non avevano come fondamento né una buona informazione né un ragionamento attento intorno ai valori in gioco. Anche in campo cattolico non basta l’accettazione delle posizioni del magistero: è necessaria la comprensione delle buone ragioni di questo insegnamento. Occorre avere chiaro che il magistero difende la vita e serve il bene comune dell’intera società, e lo fa sulla base della verità dell’uomo. Questo calo nel lavoro di fondazione del valore della vita non ci fa bene. La formazione della gente in campo bioetico è in gran parte da costruire. Perciò il cammino va ripreso con nuovo impegno, senza aspettare un nuovo referendum.

don Michele Aramini


Ora sotto attacco è la famiglia: la sfida è difenderla con ogni energia
Nelle molte conferenze che ho tenuto durante la campagna referendaria mi sono confermato nell’idea che sia inderogabile una formazione culturale continua, ramificata sul territorio. Perciò è necessario costituire sia un pool di esperti da chiamare dove c’è una richiesta di conferenze-dibattiti, sia una struttura organizzatrice di incontri. Insomma, è necessario rilanciare e irrobustire Scienza & Vita, collegare realtà ecclesiali e non solo. Un sito Internet e una rivista servirebbero ad aggiornarsi reciprocamente e a favorire la coesione. Il coordinamento di Scienza & Vita non deve togliere poi la possibilità alle singole associazioni di organizzare proprie iniziative. Per quanto riguarda il mondo cattolico, le varie conferenze hanno evidenziato come esso sia non di rado influenzato da una sorta di fideismo, che lo porta sovente a credere che sui temi etici (aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, Pacs...) la posizione della Chiesa non possa essere proposta a chi non è credente. È un errore, perché questi temi possono essere affrontati in modo razionale (o "laico", secondo un’accezione impropria del termine), e così argomentati nel dibattito pubblico. Bisognerebbe istituire incontri o corsi divulgativi di etica filosofica e di bioetica. Sulla legge 40 grava oggi una pesante minaccia: pertanto bisogna quanto prima riprendere l’approfondimento dei temi connessi. Ma anche la famiglia è sotto attacco e bisogna dunque difenderla con ogni energia, perché rappresenta il vero baluardo di una civiltà. Anche questa non è una convinzione solo dei cristiani; basta leggersi, tra i tanti, Aristotele: «L’amicizia tra marito e moglie […] è naturale: l’uomo è per sua natura più incline a vivere in coppia che ad associarsi politicamente, in quanto la famiglia è qualcosa di anteriore e di più necessario dello Stato».

Giacomo Samek Lodovici