La legge 40/2004 sulla Procreazione medicalmente assistita (Pma) è oggetto di una campagna mediatica di informazione che sistematicamente la ritrae come una legge iniqua e insensata; una legge che, attraverso proibizioni oscurantiste (come quella di non fecondare più di tre ovuli, di non congelare embrioni, di non eliminare quelli geneticamente imperfetti) e gravi limitazioni della libertà di scelta (come l’esclusione della fecondazione eterologa), punisce le coppie sterili e umilia la professionalità dei medici riducendo significativamente la possibilità di avere una gravidanza e compromettendo la salute delle donne attraverso la necessità di ripetere molti trattamenti; tutto ciò in nome della difesa dell’embrione che si pretende essere soggetto umano degno della stessa tutela dei genitori. Questa informazione, sovente veicolata da opinionisti senza specifica preparazione, non è riuscita a far abrogare la legge a seguito del referendum. Ha sortito invece l’effetto di disorientare e demoralizzare molte coppie sterili e orientare diversi pazienti verso trattamenti all’estero.
La correttezza scientifica e mediatica impone una domanda: l’informazione divulgata è realmente corretta, completa, libera la condizionamenti ideologici e politici e da interessi economici? È davvero diventato impossibile eseguire un trattamento Pma in Italia in sicurezza ed efficacia? Le risposte andrebbero fornite da operatori del settore. Questa giovane branca della medicina umana si è sviluppata all’ombra di esperienze ben più antiche della medicina veterinaria che, libera da vincoli etici, ha tracciato percorsi conoscitivi e operativi utilizzati poi come modelli per l’uomo. Ai suoi esordi, la fecondazione extracorporea umana era una tecnica a bassa efficienza: si pensò quindi di compensare le carenze tecniche e biologiche aumentando il numero di embrioni da produrre e trasferire, strategia che aumentò la percentuale di gravidanze ma anche il numero di quelle multiple, con relative complicanze. L’evoluzione scientifica e tecnologica condusse quindi alla scelta di ridurre il numero di embrioni da trasferire fino al quel massimo di due-tre attualmente condiviso dalla comunità scientifica, con l’importante introduzione del congelamento di quelli in eccesso. Non sembrava esistessero alternative: produrre molti embrioni, trasferire quelli che apparivano morfologicamente migliori all’esame microscopico, congelare i rimanenti ed eventualmente trasferirli in cicli successivi. In trenta anni di storia di Pma, a nessuno è mai passato per la mente di inseminare un piccolo numero di ovociti, inferiore a quelli realmente disponibili, e vedere se il processo rimaneva efficiente. Non se ne vedeva la necessità e le eventuali, sporadiche obiezioni etiche non erano sufficientemente potenti da promuovere la ricerca scientifica in questa direzione.
Quando si è verificata una "imposizione dall’alto" di una norma legislativa restrittiva come quella italiana, nel mondo scientifico si è gridato all’anatema perché veniva violato un dogma biologico e clinico consolidato, mai discusso e quindi indiscutibile.
E’ mia opinione che i dogmi dovrebbero appartenere alla religione e non alla scienza. Personalmente non ho contribuito alla stesura e alla discussione della legge 40. Sono comunque convinta che la legge, paradossalmente, pur spinta da motivazioni etiche, abbia creato l’occasione per confutare scientificamente il dogma dell’insensatezza biologica di inseminare solo tre ovociti. Sorprendentemente (e la scienza sorprende sempre i veri ricercatori), si è constatato nei fatti che questa strategia non modificava significativamente le percentuali di fecondazione, di sviluppo embrionale e di gravidanza. Naturalmente è ancora presto per avere un bagaglio di dati sufficientemente numeroso e soprattutto raccolto con la dovuta accuratezza per convincere l’intera comunità scientifica. Ma le pubblicazioni cominciano ad apparire e sono assolutamente convinta che nel giro di pochi anni questa metodologia avrà tutte le prove documentali della sua efficacia e rivoluzionarietà.
Rimane il problema degli ovociti in esubero: che cosa fare dei preziosissimi ovuli rimanenti per non costringere le pazienti a fare altri trattamenti che prima in parte potevano essere evitati col congelamento degli embrioni ? Nel 1986 prese forma una possibile alternativa, quando venne pubblicata la prima gravidanza ottenuta con ovociti umani congelati . La straordinarietà dell’evento era legata alle apparenti difficoltà tecniche di far sopravvivere i gameti femminili alle basse temperature. La notizia fece appassionare alcuni ricercatori: sostituendo il congelamento degli embrioni, per quanto efficiente, si superavano i problemi etici. Solo dopo dieci anni di studio è arrivata, proprio in Italia, la prima gravidanza con le nuove metodologie che avevano migliorato la resistenza degli ovuli al congelamento e avevano garantito una buona percentuale di gravidanze. La comunità scientifica si è divisa tra scettici ed entusiasti, tra chi continua a sostenere la superiorità del congelamento degli embrioni e chi ritiene che la crioconservazione degli ovociti possa essere un’alternativa non solo teorica. Esiste ovviamente una curva di apprendimento prima di ottenere la piena efficienza delle metodiche di crioconservazione degli ovociti ed è necessario dedicarvisi con pazienza e determinazione. Anche in questo caso le pubblicazioni cominciano a comparire anche all’estero ed entro breve il congelamento degli ovociti sarà considerato a buon diritto un’autentica rivoluzione nella fecondazione assistita.
Tra i divieti della Legge 40/04 che hanno suscitato maggiori polemiche c’è, infine, quello della diagnosi genetica preimpianto (eliminazione degli embrioni geneticamente imperfetti). Questa metodica ha indubbiamente compiuto progressi scientifici straordinari negli ultimi anni ed in larga parte ad opera di un gruppo di ricercatori italiani. Sappiamo bene tuttavia che pochissimi centri sono in grado di fornire questo servizio, che resta prevalentemente dedicato non alle coppie sterili ma a quelle con malattie geneticamente trasmissibili. È quindi sorprendente che l’opinione pubblica, talvolta comprensibilmente confusa da informazioni non univoche, sembri avere l’assoluta, straordinaria convinzione che la Legge 40/04 impedisca la sistematica valutazione genetica degli embrioni che in realtà non è mai stata fatta come prassi di routine nella stragrande maggioranza dei centri non solo in Italia, ma neanche all’estero.
Il divieto di eseguire la fecondazione eterologa coinvolge invece scelte sociali e non ha attinenza a buone o cattive pratiche mediche. Sicuramente sarebbe importante, per il bene del bambino che disperatamente desideriamo, anticipare mentalmente ed emotivamente il momento in cui dovremo dirgli che l’abbiamo concepito con il seme o con l’ovulo di un’altra persona che non potrà mai conoscere. Perché se pensiamo di non dirglielo, dobbiamo mettere in conto che può scoprirlo ugualmente con facilità per un qualunque evento medico che necessiti dell’analisi genetica. E se è vero che la genitorialità non può e non deve essere meramente legame genetico, è altrettanto vero che il nostro bambino potrebbe un giorno dirci che abbiamo deciso e scelto al posto suo che il genitore biologico non è importante mentre lui improvvisamente desidera disperatamente conoscere il "fantasma" che in qualche modo gli scorre nelle vene. Al di là della Legge 40, queste riflessioni dovrebbero essere fatte. L’importante è fare scelte consapevoli. In generale, sono convinta che il problema maggiore non sia la Legge 40 ma la scarsa consapevolezza, conoscenza di sé e della propria funzione riproduttiva che caratterizza non solo le coppie sterili ma anche tutti i cittadini che magari ancora non sanno di essere sterili. La nostra organizzazione sociale deve farsi carico di insegnare alla gente che cosa sia la fertilità e come difenderla finché si è in tempo. E proteggere con una corretta informazione le coppie (ma soprattutto le donne) dai pellegrinaggi in terra straniera, da dove tornano qualche volta con un bambino, molte volte con le complicanze di trattamenti ormonali dissennati che poi dobbiamo curare con grande fatica nei nostri ospedali italiani.
* responsabile Centro di Sterilità
e Procreazione medicalmente assistita
Ospedale Sant’Orsola-Malpighi
Bologna