|
|
Intervista al primario Nicola Natale
(29 settembre 2005)
«Ginecologi, dite la verità sulla pillola abortiva»
di Antonella Mariani
Quando la sua associazione, quella che riunisce ginecologi e ostetrici italiani, qualche mese fa con un comunicato stampa si schierò con i sostenitori del «sì» al referendum, lui masticò amaro. «Votai contro quel documento, in un clima di dibattito vivace. Ma è la legge della democrazia: chi è in maggioranza vince», riflette ora, misurando le parole. In quell’occasione non si dimise. Decise di restare – nonostante il disaccordo con il resto della dirigenza – al vertice della Società italiana di ostetricia e ginecologia, la Sigo, in qualità di vicepresidente.
Il dottor Nicola Natale, classe 1941, primario dell’ospedale Manzoni di Lecco, però dopo quel boccone indigesto ha ottenuto le sue "rivincite". E non ci riferiamo tanto al risultato del referendum con la sconfitta dei suoi propugnatori e la maturità dimostrata del popolo del non voto. C’è dell’altro: lo scorso fine settimana, all’81esimo Congresso della Sigo, a Bologna, quando ha sentito alcuni suoi colleghi ginecologi portare dati a dimostrazione che la legge 40 sulla procreazione assistita non ha affatto danneggiato le coppie. Anzi: i risultati in termini di figli nati sono in linea con quelli ottenuti prima dell’entrata in vigore della normativa, nel febbraio 2004.
Dottor Natale, nei mesi scorsi molti medici denunciavano un crollo nelle nascite da procreazione assistita a causa della legge 40. Oggi i dati, come si è rilevato a Bologna, danno loro torto. Dunque le obiezioni alla legge 40 non erano fondate su elementi impropugnabili, ma si può dire che avessero carattere ideologico? Si può dire. Molte argomentazioni portate contro la legge 40 dai fautori del "sì" al referendum erano non corrette e ideologiche. Troppi medici e scienziati hanno parlato senza conoscere ciò di cui discutevano. Altri si sono fatti guidare dai loro interessi. A Bologna però ho avuto la soddisfazione di sentire non da voci isolate ma da più parti che l’applicazione della legge 40 non è così contraria alla procreazione come la dipingevano.
Insomma, aveva ragione lei a opporsi al documento della Sigo che pretendeva di parlare a nome dei ginecologi italiani... Sì. Ma la mia soddisfazione non sta nell’aver avuto ragione. Piuttosto sta nel fatto che l’etica dimostra di non essere lontana dalla scienza, e, anzi, di rispettarla. L’etica non può essere manipolata: ha una sua valenza oggettiva di cui bisogna tener conto.
La procreazione artificiale è anche un grosso business. Non ci saranno stati anche interessi economici, dietro l’opposizione di tanti medici alla legge 40? Il direttivo della Società italiana di ginecologia e ostetricia è composto da professionisti seri e onesti. Dunque escludo che dietro la posizione dei tre "sì" al referendum ci fossero altri interessi che non quelli professionali. Per quanto riguarda una parte della base, be’, il discorso potrebbe essere diverso. Una parte dei ginecologi ha interessi personali legati alla procreazione assistita che tende a sviluppare.
Gli affari sono affari, del resto. È indubbio che tra i fautori del "sì" al referendum c’erano alcuni operatori che ricercavano la posizione più vantaggiosa per se stessi, cioè il ricorso alla terapia più costosa. Talvolta accadeva che non si andasse a ricercare la causa della sterilità di coppia e la paziente venisse trattata con la tecnica più promettente sia in termini di risultati sia in termini economici. Questo è reso più difficile dalla legge 40, che impone ai medici percorsi di diagnosi e cura progressivi. Che poi i medici rispettino questi criteri o meno, be’, non lo so.
Vuole dire che... ... non c’è nessun controllo.
Ma c’è la deontologia professionale. La deontologia professionale. Ma ha rilievo?
Lo chiediamo a lei. Diciamo che la deontologia professionale esiste, come esiste un codice deontologico che ha un suo peso. Che poi venga seguito è tutt’un altro discorso.
La Sigo nei giorni scorsi ha difeso la sperimentazione della Ru 486, purché avvenga con "uno stretto legame tra la donna che prende la pillola abortiva e le strutture assistenziali ospedaliere". Qual è la posizione del vicepresidente? La mia posizione è che non conosco esattamente i dati. Non so se fossero state espletate tutte le pratiche correttamente, anche quelle formali. Il ministero ha contestato che il Comitato etico dell’ospedale non avesse espresso il suo parere definitivo prima che iniziasse la sperimentazione. Se le cose stanno così, ha ragione il ministero a sospenderla.
Pare di capire che la Società di ostetricia e ginecologia sostenga i medici di Torino, anche se con qualche precisazione, ma che lei, che della Sigo è vicepresidente, non biasimi lo stop del ministero. Sull’aborto farmacologico qual è la sua opinione? Per quel che riguarda il farmaco in sé, personalmente non esprimo un parere negativo. Non sono favorevole all’Ivg continuerò sempre a cercare alternative all’aborto. Però una volta che la legge dà la possibilità di interrompere la gravidanza, allora la metodica migliore è quella meno dannosa per la paziente. L’importante è riconoscere i rischi e i vantaggi di ciascuna metodica e non farsi influenzare dall’ideologia. La Ru 486 è un farmaco e come tale potrebbe essere preferibile a un intervento chirurgico.
Perché "potrebbe"? Perché non esistono dati certi. Le sperimentazioni e l’uso nelle altre nazioni parlano di un farmaco e di un trattamento non così innocuo come qualcuno in Italia vuol far credere. Nel 5/10 per cento dei casi si verifica la necessità di eseguire un raschiamento, dopo che comunque c’è stato un sanguinamento e un’attività contrattile causata dal tentativo dell’utero di eliminare l’embrione. Il trattamento inoltre richiede due somministrazioni e poiché la pillola non dovrebbe essere un prodotto da banco, ciò significa due accessi della paziente in ospedale per ricevere e ingerire il farmaco. Dunque, da medico dico che si può accettare la Ru 486 solamente nel pieno rispetto della legge. Resta un margine di discussione su un punto: se cioè la paziente debba restare in ospedale fino a che ha abortito o soltanto al momento dell’assunzione della pillola. Sicuramente la Ru 486 non deve uscire dalla farmacia dell’ospedale. La paziente inoltre deve sapere che avrà dolori e perdite di sangue a domicilio, che l’espulsione dell’embrione avverrà a casa propria, che la terapia è efficace fino alla sesta-settima settimana di gestazione altrimenti le complicanze diventano più frequenti ed elevate. Insomma, è necessario che la donna sia ben consapevole di ciò che le capiterà.
Dottor Natale, la categoria a cui lei appartiene è spesso oggetto di critica. Molte donne sostengono che alcuni ginecologi suggeriscano l’aborto al minimo sospetto di anomalie fetali. Come si difende da queste accuse? Il ginecologo è un uomo e se agisce come tale i suoi gesti dovrebbero essere motivati. Se il ginecologo è a favore dell’aborto può essere portato a dire: eseguito un aborto si concepisce un altro figlio. Piuttosto che far nascere un bambino malformato, "per il suo bene", sostiene, è meglio interrompere la gravidanza. Badi bene: questo è il ragionamento di un ginecologo serio favorevole all’aborto.
E quello meno serio allora come si comporta? Poi c’è il ginecologo che si lascia condizionare pesantemente dal rischio insito nelle sue azioni. Il ragionamento è: chi me lo fa fare di correre un rischio dando un qualunque consiglio alla mia paziente? Che si arrangi e prenda la sua decisione da sola. Questo genere di medici arriva a dire alla coppia: io non posso garantirle che il bambino sia sano, decidete voi se volete proseguire la gravidanza o interromperla. Evidentemente è un modo per rovesciare sulle spalle della donna ogni responsabilità. E questo vuol dire in definitiva indurla all’aborto.
Mediamente che tipo di mentalità prevale tra i suoi colleghi? Oggi i ginecologi sono i più tartassati dai contenziosi medico-legali. Sono i professionisti chiamati più spesso dal giudice a rendere ragione del loro comportamento. In Lombardia il 15 per cento dei contenziosi medico-legali è a carico dei ginecologi. Siccome sono in aumento proprio le cause legate alla mancata diagnosi di una patologia fetale, il ginecologo tende a coprirsi le spalle.
E sempre più spesso dice alle pazienti: veda lei. Proprio così.
|