Intervista a Renzo Pucetti (22 dicembre 2005)
Una Ru 486 e via. E se l’aborto capita a casa?

di Andrea Bernardini

Il Consiglio superiore della Sanità ha dato il via libera alla sperimentazione della pillola abortiva Ru 486 così come prevista dal protocollo messo a punto dall’ospedale Sant’Anna di Torino, protocollo che ha recepito le modifiche contemplate nell’ordinanza disposta dal ministro della Salute Francesco Storace. L’organo consultivo del Ministero della Salute ha detto sì anche all’importazione del farmaco: il decreto del ’97 per l’importazione di farmaci non prodotti in Italia può dunque essere applicato anche alla Ru 486. Ma gli esperti hanno posto alcuni paletti: in particolare è necessario, secondo il Consiglio superiore della Sanità, che il consenso informato sia estremamente dettagliato e che la donna che si sottopone all’aborto farmacologico sia ricoverata in ospedale per l’intera durata del trattamento.

In Toscana la pillola Ru 486 è importata dalla ditta produttrice, la francese Exelgyn di Clermont Ferrand, ormai da oltre un mese e mezzo. È dell’11 novembre il primo aborto consumato con l’uso combinato di mifepristone (Ru 486) e misoprostol all’ospedale «Lotti» di Pontedera. Da allora i casi di aborto farmacologico si sono velocemente moltiplicati. «La richiesta della Ru 486 è alta – ha dichiarato nei giorni scorsi Rocco Damone, direttore sanitario della Asl 5 di Pisa – abbiamo allora deciso di introdurre una griglia di accesso molto rigida per selezionare le donne che fanno richiesta di interrompere volontariamente la gravidanza con il metodo farmacologico».

Scuote la testa il dottor Renzo Puccetti, specialista di medicina interna, esponente del comitato Scienza & Vita di Pisa. Puccetti ha studiato a fondo il dossier Ru 486 e ne sa a sufficienza da capire i documenti ufficiali per l’uso della pillola per l’aborto chimico. Vale la pena dunque affidarsi a lui per capire i criteri e le modalità per l’esecuzione dell’aborto medico fatti propri dall’Assessorato regionale al Diritto alla salute e suggeriti ai direttori generali e ai direttori sanitari delle aziende sanitarie della Toscana.

Cosa non la convince?
«Beh, stando a questo documento, la somministrazione del primo farmaco abortivo, il mifepristone, sarebbe prevista in regime di day-hospital. Successivamente la donna dovrebbe tornare a casa e ripresentarsi il terzo giorno per assumere il secondo farmaco, il misoprostol, che favorisce l’espulsione dell’embrione. Anche questo passaggio sarebbe previsto in regime di day-hospital. Se ne deduce pertanto che la donna rimarrebbe in ospedale per alcune ore per poi essere dimessa e presentarsi al quattordicesimo giorno per un successivo controllo. Secondo questo protocollo la donna che intende abortire col metodo farmacologico dovrebbe essere informata della possibilità che l’aborto si verifichi fuori dall’ospedale. È un sistema che non va affatto bene».

Quali sono i motivi di questo giudizio negativo?
«In primo luogo perché si profilerebbe una riduzione del grado di medicalizzazione della procedura d’interruzione della gravidanza, con possibili conseguenze negative per la salute delle donne. Basta ricordare, a questo proposito, che la quasi totalità dei decessi messi in relazione con l’aborto farmacologico è avvenuta in condizioni in cui la donna è stata dimessa, perché la lontananza dall’ospedale ha comportato un riconoscimento tardivo della gravità dei sintomi, spesso insorti in modo assai subdolo. D’altra parte non può restare inosservata la dissonanza tra una procedura che preveda la dimissione della donna dopo la somministrazione dei farmaci abortivi con la legge 194 in cui è espressamente indicato che l’aborto deve essere effettuato in strutture specificamente accreditate. L’espulsione dell’embrione avviene nel 5,3%-6,3% di casi prima dell’assunzione del secondo farmaco, nel 18,7%-22% dei casi 4-24 ore dopo l’assunzione delle prostaglandine e nell’8,2-8,6% dei casi nei giorni successivi. Addirittura, così come riportato nel foglietto illustrativo del farmaco venduto negli Usa, in una percentuale del 9,2-14,8% delle procedure non si riesce a stabilire il tempo di espulsione del feto. In base a quanto emerge da uno studio del 2000, pubblicato sul numero di dicembre della rivista Contraception, i crampi ed il sanguinamento iniziano rispettivamente nell’11% e nel 21,4% dei casi prima di assumere le prostaglandine. Anche non considerando quanto dettato dalla legge 194, la buona pratica medica dovrebbe prevedere il ricovero dalla prima pillola alla fase post-espulsiva, per ridurre il più possibile il rischio per la salute della donna. Le stesse osservazioni mosse dal Consiglio superiore della Sanità».

Lei sta parlando di un protocollo suggerito dalla Regione Toscana. Le strutture ospedaliere che fanno ricorso alla Ru 486 in Toscana quale protocollo hanno adottato?
«Fino a oggi, in Toscana, gli aborti chimici sono stati consumati a Pontedera (che fa riferimento alla Asl 5) e a San Miniato (che fa invece riferimento alla Asl 11 di Empoli). Io conosco il protocollo adottato a Pontedera, che da medico mi rende più tranquillo».

Perché?
«Perché il documento prevede l’ospedalizzazione della donna. Ma sarebbe opportuno conoscere, in particolare dai responsabili sanitari delle strutture in cui l’aborto farmacologico è stato praticato, quante di queste donne hanno abortito rimanendo ricoverate per tre giorni, e quante invece lo hanno fatto al di fuori delle strutture ospedaliere. L’introduzione di una prassi medica che si dovesse discostare con una frequenza solo poco più che eccezionale dal protocollo ufficiale sarebbe un elemento di estrema gravità».

Il Consiglio superiore della Sanità interpellato dal ministro Storace ha, di fatto, considerato lecita l’importazione della pillola abortiva dalla Francia...
«... ma ha stabilito vincoli piuttosto rigidi in proposito. Il decreto prevede infatti che il farmaco possa essere importato solo dichiarando formalmente la mancanza di alternative terapeutiche. Proprio leggendo Avvenire ho appreso che, per un errore del corriere che trasportava le confezioni della Ru 486, alcune donne che dovevano abortire farmacologicamente lo avrebbero poi fatto chirurgicamente: mi sembra inverosimile, allora, che la sussistenza delle alternative terapeutiche dipenda dalla puntualità del trasportatore...».

 

Pontedera cambia registro

Il caso della pillola Ru 486 proveniente dalla Francia ha per diverse settimane calamitato l’attenzione dei media. Lo stesso professor Massimo Srebot, primario del reparto toscano al centro delle cronache, si è detto preoccupato per il clima surriscaldato creato intorno a questo caso. «L’attività del reparto di ginecologia dell’ospedale Lotti di Pontedera continua, le donne che si rivolgono alla nostra struttura per poter usufruire della pillola Ru 486 sono molte e per questo è necessario valutare attentamente quali di queste possono essere trattate con il metodo farmacologico, raccogliendo il consenso informato delle donne e mettendo in atto le normative previste». Un appello anche ai giornalisti: «Chiederei alla stampa di abbassare i riflettori e ai giornalisti di non stazionare davanti all’ambulatorio dove vengono effettuate le interruzioni di gravidanza». (A.Ber.)