Intervista a Furio Zucco

(11 gennaio 2007)

Diritto alle cure palliative, ecco la vera priorità

Francesca Lozito

Le persone prima di tutto. I malati terminali, ma anche i loro familiari. È questo il senso che deve avere per Furio Zucco, presidente della Società italiana di cure palliative e direttore del dipartimento Anestesia, rianimazione, cure palliative e terapia del dolore dell’Azienda ospedaliera Salvini di Garbagnate, il completamento della cosiddetta rete delle cure palliative in Italia. In quella che viene definita "rete" dagli esperti sono compresi sia gli hospice che l’assistenza domiciliare: la stima, infatti, è che circa il 25% dei malati inguaribili abbia bisogno di essere assistito in un hospice, mentre il 75% può essere accompagnato verso il termine dell’esistenza in casa. Con il dovuto supporto.
Dottor Zucco, se dovesse dettare un’agenda di priorità alla politica sulle cure palliative, che cosa indicherebbe come primo atto?
È urgente la messa a punto di un piano nazionale, per dare un nuovo impulso allo sviluppo della "rete" delle cure palliative. Ci vuole un finanziamento adeguato, che può essere ricavato più dai risparmi della riorganizzazione in atto del servizio sanitario che da una voce di spesa aggiuntiva.
Nonostante il federalismo in materia sanitaria attribuisca alle Regioni anche il compito di definire i contorni della "rete", lei sostiene che sia necessario avere buoni pilastri prima di tutto a livello nazionale: perché?
Sul piano nazionale dev’essere definito il modello, condiviso dalle Regioni, in quanto le cure palliative sono un livello essenziale di assistenza, gratuita su tutto il territorio, in cui ricordo che deve esserci una stretta connessione tra il palliativista e il medico di base. Senza modello si dà la possibilità ad alcuni di essere virtuosi e ad altri carenti. Non basta, infatti, condividere la "rete", ma bisogna condividerne il governo. Ad esempio, un punto fondamentale su cui non si trova accordo tra le Regioni è che nella "rete" ci sia un’unità di cure palliative in ogni Asl. Cosa che la Società di cure palliative ritiene invece fondamentale.
Cosa si può fare allora entro breve?
Oggi l’unico meccanismo attraverso il quale lo Stato può riuscire a garantire i livelli essenziali di assistenza è quello di fornire indicatori per giudicare l’operato delle Regioni. Per le cure palliative è arrivato il via libera della Conferenza Stato-Regioni su otto importanti indicatori e standard che saranno pubblicati a breve nella Gazzetta ufficiale. Entro tre anni devono essere applicati da tutti.
E per quanto riguarda l’altra componente della "rete", l’assistenza domiciliare, che cos’è urgente fare?
Questa è la parte più debole del sistema, nonostante la programmazione nazionale abbia stabilito che riguarda ben il 75% dei malati. Pensi che, per fare l’esempio delle tariffe, solo il Piemonte ne ha stabilita una identica per l’assistenza domiciliare ai malati terminali, in alcune Regioni ne esistono svariate.
In molti bilanci sanitari regionali non è prevista una quota specifica per l’assistenza ai malati terminali. Questa viene ritenuta una conseguenza dell’assenza di standard poco chiari.
Se non ci sono gli standard assistenziali non si può definire il costo dell’assistenza. E quindi un po’ si attinge al bilancio dell’assistenza ospedaliera, un po’ a quello dell’assistenza domiciliare. Nella legge 39 (quella che messo le basi della rete delle cure palliative, ndr) c’erano 150 miliardi, a fianco del finanziamento degli hospice, destinati all’assistenza domiciliare dei malati critici. Soldi che si sono persi nei meandri dei finanziamenti regionali. Abbiamo così sprecato un’occasione di fare sperimentazione.
C’è anche una questione culturale da affrontare nel Paese sul tema?
Certo, il caso Welby ha dimostrato che il problema è essenzialmente culturale: semplicemente va capito che non siamo immortali. Si possono avere opinioni differenti rispetto alla propria vita, ma bisogna prendere coscienza che la medicina non può garantire l’immortalità, e quindi deve saper assistere le persone che muoiono.
In Italia, a differenza di altri Paesi d’Europa, non esiste una specializzazione in cure palliative a livello universitario: com’è possibile?
La formazione universitaria moderna negava la morte e quindi escludeva la formazione di medici e infermieri che assistessero i morenti. L’interesse a livello accademico è iniziato solo mentre la "rete" delle cure palliative prendeva avvio.
Quali sono le conseguenze pratiche di questa carenza?
Nella normativa italiana un medico può essere assunto solo se specialista, così quelli che hanno lavorato nelle organizzazioni non profit o nelle unità di cure palliative fino a ora sono precari. Ci è stato risposto dal Consiglio universitario nazionale che una specializzazione in cure palliative non si può inserire. Vogliamo allora introdurre un master professionalizzante che dia un titolo per accedere ai concorsi. Stiamo parlando di almeno 5mila medici coinvolti nella "rete". Da una parte bisogna fare una sanatoria per chi sta già lavorando in questo campo e una formazione pre-laurea per tutti i medici, una continua per medici e infermieri e una specialistica per chi andrà a lavorare in queste strutture. Anche il ministero della Salute vuole che si arrivi a questo.
Il non profit in questi anni ha supplito a una carenza evidente nella "rete": come si può, invece, integrarlo in un sistema pubblico-privato funzionante?
Il terzo settore avverte prima del pubblico i bisogni dettati dalle criticità. Oggi in questo ambito sono attive in tutta Italia quasi 200 strutture non profit, con un ruolo di sentinella di fronte alle istituzioni che è anche garanzia di qualità. Non devono mai essere soggetti che danno solo servizi a minor costo.
Che tipo di ricerca si fa nel campo delle cure palliative?
Si tratta di una ricerca "orfana", eppure tra malati e familiari riguarda almeno un milione di persone l’anno. Ho chiesto alla precedente Commissione oncologica nazionale che il 20% dei fondi della ricerca in campo oncologico nei prossimi tre anni vengano destinati alle cure palliative.