intervista allo staminalista Paolo De Coppi (28 giugno 2007)
«Chi non usa gli embrioni inizia a far scuola»

di Luigi Dell'Aglio

Dopo aver polarizzato, sei mesi fa, l’interesse dei media di tutto il mondo annunciando sulla rivista scientifica Nature Biotechnology che le cellule staminali del liquido amniotico sono utilissime per rigenerare organi malati, e aver aperto una nuova via alla ricerca sulle staminali etiche o alternative, Paolo De Coppi, giovane primario italiano al Great Ormond Hospital di Londra, sta seguendo con altri un percorso di ricerca di portata ancora maggiore: anche la placenta, il cui prelievo non comporta rischi per il feto, è una sorgente di validissime cellule staminali. Piena efficacia terapeutica, dunque, nell’assoluto rispetto dell’etica.

Professore, questa è una bella vittoria: il prelievo dalla placenta non è invasivo, visto che quest’ultima viene "espulsa" durante il parto.
«Le cellule staminali della placenta (organo di scambio tra madre e feto) non sono cellule embrionali ma come queste sono molto versatili, possono cioè proliferare e differenziarsi. Posseggono, insomma, quelle caratteristiche che a noi interessano ai fini terapeutici. Ora stiamo ripetendo gli stessi esperimenti fatti per le staminali del liquido amniotico. Dalle prove sui ratti passiamo a quelle su pecore e scimpanzè, per accertare se possiamo arrivare alla fase della terapia sull’uomo».

A gennaio lei ha detto che la mèta potrebbe essere raggiunta tra sei-sette anni. Ora è più vicina?
«Forse sì. Usando cellule staminali della placenta, stiamo ottenendo risultati molto promettenti. Dipende dagli esperimenti sui modelli animali più grandi. Ma io e le équipe che lavorano con me a Londra, Padova e negli Usa abbiamo fiducia e siamo molto motivati».

La precedente scoperta perde valore rispetto a questa strada?
«No, sono molto utili entrambe. Se abbiamo bisogno di cellule staminali per metterle in una "banca", per un uso futuro, possiamo prelevarle dalla placenta. È relativamente più semplice. Se invece ci servono per curare un bambino, senza il minimo ritardo, il discorso cambia. Supponiamo che il feto riveli una malformazione congenita: per esempio, il suo cuore funziona come una camera unica. Questo difetto non ha troppa importanza finché il bambino è nel grembo della madre; poi, appena nato, bisognerà intervenire subito. Le cellule della placenta sono disponibili soltanto dopo la nascita del bambino, ma non si può aspettare tanto per effettuare il prelievo di staminali e costruire il muscolo cardiaco mancante. Perciò la soluzione sta nel prelevare cellule staminali dal liquido amniotico: è la condizione per la sopravvivenza del piccolo paziente. Altro esempio, il feto rivela un’ernia diaframmatica: gli manca del tutto il muscolo che separa il torace dall’addome. Oggi, appena nasce un bambino con questa patologia, gli si impiantano dei patches di materiale sintetico. Ma questi non cresceranno con il bambino. E allora? Potremo impiantargli un tessuto vitale, grazie alle staminali prelevate prima della nascita dal liquido amniotico, che anche in questo caso si rivela risorsa indispensabile per la sopravvivenza».

Nelle sue ricerche lei ha sempre rispettato quelli che definisce "paletti etici". Per questo motivo ha subìto una qualche discriminazione? Le è stato mai rimproverato, magari velatamente, di aver rinunciato, per ragioni di fede, a fare ricerca senza limiti?
«No, mai. Anzi, molti colleghi che conducono ricerche sugli embrioni sono particolarmente interessati a quello che faccio io. Vorrei chiarire una cosa: la decisione di non fare ricerca con le cellule embrionali, presa per ragioni interiori, ha agito su di me come una driving force, uno stimolo gagliardo, un incentivo a sperimentare e approfondire instancabilmente i percorsi di ricerca alternativi. Ormai sono una ventina i laboratori che seguono il percorso di ricerca sulle staminali da placenta e da liquido amniotico. Se poi si considerano tutti i gruppi che praticano la ricerca alternativa sulle staminali, si arriva alle centinaia. Ci sono, infine, le équipe che, pur avendo abbracciato la ricerca sulle embrionali, non si danno pace e cercano accanitamente una tecnica che permetta di non danneggiare o sacrificare l’embrione, garantendone lo sviluppo. Si tratta, però, di studi molto preliminari: le ipotesi che formulano andrebbero ulteriormente approfondite perché si possa esprimere un giudizio sulla loro validità».

Questo spiega la crescente curiosità per il suo lavoro, anche da parte di chi segue una linea molto diversa?
«Bisogna anche considerare che oggi nel mondo non risulta alcuna terapia in atto grazie alle cellule staminali embrionali. E che per moltissimo tempo non si vedranno risultati da quel fronte. L’applicazione clinica con le staminali embrionali è molto lontana, le difficoltà che si presentano sono enormi».

È difficile che in sei mesi una ricerca faccia grandi passi avanti. Lei rappresenta un’eccezione a questa regola, insieme agli altri scienziati impegnati su questo fronte.
«L’aver dimostrato la totale praticabilità delle staminali da placenta, che sono molto efficaci nel rigenerare gli organi malati, è effettivamente un grosso passo avanti. Ma c’è un’altra novità da segnalare. Ormai è abbastanza certo che le cellule staminali adulte e quelle prelevate dalla placenta, dal liquido amniotico e dal sangue del cordone ombelicale possono essere guidate perché acquistino un potenziale maggiore di quello previsto, come emerso anche durante il convegno della settimana scorsa all’Università Cattolica di Roma».

 

La «fabbrica» dell'Iss

L’Istituto Superiore della Sanità dal gruppo di Cesare Peschle ha identificato degli "interruttori molecolari" che possono pilotare la crescita delle cellule staminali nella direzione desiderata, vale a dire in una certa tipologia di cellule del sangue. La scoperta, «sulle cui effettive potenzialità – ha spiegato l’immunologo Sergio Romagnani – bisogna aspettare le fasi applicative», aprirebbe la strada alla realizzazione di quella che è stata definita dagli stessi autori "la fabbrica del sangue e delle cellule staminali", vista la possibilità, che per la prima volta si concretizza, di produrre in laboratorio cellule del sangue specifiche destinate all’uso trasfusionale o cellule staminali utili per il trapianto.