Delusioni annunciate (21 settembre 2006)
Aborti in tinello, frana la Ru 486

di Assuntina Morresi

Settembre è un brutto mese per la Ru 486, la pillola abortiva: l’anno scorso l’allora ministro della Salute Storace ne sospese la sperimentazione all’ospedale Sant’Anna di Torino. Quest’anno – pochi giorni fa – è stato invece il comitato etico della Regione Piemonte a mettersi di traverso, sostenendo che il protocollo stabilito non è stato rispettato. La sperimentazione rischia di essere interrotta di nuovo. Non solo: i risultati potrebbero essere ritenuti inattendibili per una valutazione scientifica, nel qual caso si dovrebbe ripartire daccapo.

Il motivo è essenzialmente lo stesso: poiché con la pillola è impossibile conoscere con precisione quando si abortisce, e in quanto tempo, per molte donne l’aborto avviene a casa o comunque fuori dall’ospedale, dove invece è prescritto che avvenga dalla legge 194, a tutela della salute di chi vi si sottopone. Ma mentre l’anno scorso la notizia dello stop fu sbattuta sulle prime pagine di tutti i giornali, con cori di proteste del tipo «questa è caccia alle streghe» (Laura Cima, Verdi), «ancora una volta il ministro della Salute Storace si distingue per il suo accanimento contro le donne» (Barbara Pollastrini, Ds) e via dicendo, quest’anno è stata relegata nelle pagine di cronaca locale. Domenica scorsa, per esempio, se ne parlava solo su due smilze colonne della cronaca di Torino della Stampa, a pagina 44 (!), che si concludevano con «la magistratura sempre in attesa di capire come sia stato dato tanto spazio allo spirito di iniziativa di Viale», mentre sulle pagine torinesi di Repubblica si leggeva di «una donna che ha abortito a casa subendo un’emorragia», aggiungendo che «in alcuni casi l’aborto con la Ru 486, avvenuto proprio senza assistenza sanitaria, ha avuto conseguenze poco piacevoli per le pazienti: infezioni e problemi legati a residui di embrione nell’utero».

Bisogna però riconoscere che Silvio Viale, il ginecologo radicale responsabile della sperimentazione, ha sempre sostenuto con convinzione – in buona e folta compagnia –, che per le donne che abortiscono chimicamente non c’è necessità di rimanere in ospedale. Infatti lo scorso marzo aveva dichiarato a La Stampa che il 90% delle pazienti fino ad allora sottoposte alla sperimentazione erano tornate a casa fra la prima pillola (la Ru 486, che fa morire l’embrione) e la seconda (il misoprostol, che lo fa espellere), nonostante l’obbligo di ricovero previsto dal decreto Storace. E aveva anche spiegato che «poco più di una decina ha espulso l’embrione a casa». Nonostante ciò la sperimentazione era continuata per qualche mese – «è corretta e non viola la legge 194», confermava l’attuale ministro della Salute Livia Turco – fino a che, a fine giugno, è intervenuta la magistratura dopo l’esposto – pare – di una signora che aveva abortito a casa, che evidentemente non se l’aspettava e che non aveva molto apprezzato.

Effettivamente il protocollo modificato dal decreto del ministro Storace correttamente cercava di evitare l’aborto a casa. Peccato che una volta presa la Ru 486 non si sa con precisione quando si abortirà: secondo i dati disponibili, nella maggior parte dei casi (l’80%) entro il terzo giorno, per i restanti nei successivi quindici-venti. È noto che la Ru 486 va usata entro sette settimane di gravidanza. In Italia sono circa 50 mila le donne che ogni anno abortiscono in questo periodo. Se per ipotesi tutte loro la usassero, 10 mila sarebbero ricoverate dai tre ai venti giorni per essere sicure di espellere l’embrione in ospedale, mentre per le altre 40 mila "basterebbero" tre giorni. Costi e tempi improponibili, specie se paragonati ai pochi minuti di intervento in day hospital, come succede adesso: quello con la Ru 486 non può che essere un aborto casalingo.

Non c’era bisogno della sperimentazione – e anche questo Silvio Viale l’ha sempre detto – per sapere come procede questo tipo di aborto: crampi, vomito e diarrea in percentuale e intensità variabili, e poi perdite di sangue più o meno abbondanti e prolungate, e ancora rischi di infezione e altri problemi, conseguenti al lento svuotamento dell’utero dopo l’espulsione dell’embrione, spesso incompleta. Soprattutto una grande incertezza, una volta presa la Ru 486, su quando l’embrione sarà espulso. La sperimentazione al Sant’Anna di Torino ha confermato insomma che Ru 486 e legge 194 sono incompatibili, indipendentemente dall’orientamento politico dei governi e dei ministri in carica: se si vuole introdurre la pillola abortiva in Italia è necessario un passaggio parlamentare per modificare la legge, e spiegare al Paese che si vuole l’aborto a domicilio, garantendo che abortire in tinello, o magari sull’autobus, o anche al lavoro non è pericoloso per la salute delle donne. Sempre che ci si senta di farlo, ovviamente.

Per ora la politica tace, mentre si è mossa la magistratura con un’indagine su Silvio Viale per violazione della legge sull’aborto: l’83% delle 362 donne sottoposte alla sperimentazione sono tornate a casa dopo la prima pillola, senza sapere che era previsto obbligatoriamente il ricovero. Circa un sesto degli aborti è avvenuto dunque al di fuori dell’ospedale. Si sta anche verificando l’aspetto amministrativo della procedura, controllando che i rimborsi dati dalla Regione corrispondano ai ricoveri effettivamente avvenuti.

 

Le Regioni con la Ru 486 

Sono almeno 7 le regioni in cui è stata già introdotta la Ru 486. Oltre al Piemonte e alla Toscana, sono ricorsi all’aborto chimico anche in Emilia Romagna, Veneto, Marche, Trentino e Puglia. È il dato emerso dopo una interpellanza urgente di sei deputati dell’Udc alla quale il ministero della Salute ha risposto all’inizio di agosto. Si è venuto così a sapere che le richieste degli ospedali per l’importazione della Ru 486 (procedura obbligatoria perché il farmaco non è registrato in Italia) sono state in totale 363. Nell’unica pratica avanzata in Piemonte, si faceva domanda di una fornitura complessiva di 800 compresse. Nella risposta all’interpellanza, l’Ufficio legislativo del ministero della Salute metteva già in evidenza varie irregolarità avvenute al Sant’Anna di Torino nel corso della sperimentazione.

L'«enciclopedia»

Con «La favola dell’aborto facile» (Franco Angeli, 172 pagine, 17 euro) viene smentita sulla Ru 486 la versione di chi vuol far credere che si tratti di un metodo indolore. Le autrici – Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella – dicono le cose come stanno. E come vanno spiegando su queste pagine da oltre un anno.