Londra. Da ieri sera è ufficiale, dopo giorni di indiscrezioni: le donne che vivono in Gran Bretagna potranno farsi avanti e "donare" (così si dice) i propri ovuli in cambio di una ricompensa di 250 sterline l’uno, circa 375 euro. Un mercato vero e proprio, in realtà, altro che donazione...
È quanto ha deciso ieri, dopo mesi di consultazioni, la «Human fertilisation and embriology authority» (Hfea), organismo che regola il settore della fecondazione artificiale. La stessa, per capirci, che mesi fa si era detta disponibile a concedere l’ok alla creazione degli embrioni-chimera, un misto di uomo e animale, naturalmente «a scopo di ricerca».
La decisione di ieri ha subito sollevato polemiche: i rischi per la salute delle donne, infatti, esistono e possono essere molto seri. La prospettiva di uno scenario in cui le donne si presentano in clinica per dare ovuli in cambio di denaro è inquietante, come dichiara il gruppo per la vita ProLife: «Presto la vendita di ovuli potrebbe trasformarsi in una scelta di vita, in un lavoro, per tutte quelle donne che giungono in Gran Bretagna per costruirsi un futuro o quelle che, già qui, hanno disperato bisogno di soldi. Ci troveremo di fronte a una vera e propria commercializzazione della vita umana».
Nient’affatto, replicava ieri Sammy Lee, professore di embriologia umana dell’University College di Londra: «Le donne di oggi sono molto intelligenti e sanno prendere decisioni. Sanno che i rischi dell’estrazione di ovuli sono molto bassi». Così non è, in realtà, ma Lee non se ne cura, e spiega che «la carenza di ovuli è un problema tale, non solo in Inghilterra, che di questo passo costringerà la ricerca a uno stallo». Dagli ovuli infatti si ricavano gli embrioni poi sezionati sempre «a scopo di ricerca». Alison Murdoch, direttore del Newcastle Fertility Centre, è d’accordo: «Le donne sono capaci di decidere con la loro testa se donare o meno. E la società dovrebbe rispettate la loro autonomia». Ma che autonomia è – ribatte grintosa Josephine Quintavalle, dell’associazione Core («Comment on Reproductive Ethics») – «quella di mettere a rischio la propria vita spinte dalla disperazione?»
E’ infatti tutto da dimostrare che i rischi di tale procedura siano davvero così bassi, come sostengono i tanti ricercatori che hanno bisogno urgente di ovuli per portare avanti i loro esperimenti. Sappiamo intanto che esiste il rischio associato all’iperstimolazione ovarica, o Ohss: secondo una recente ricerca del Royal College of Obstetrics and Gynaecology, il 33% di donne che hanno subìto il trattamento per ovulare in modo più massiccio è affetto dalla sindrome di iperstimolazione ovarica con l’8% che manifesta reazioni medio-gravi: trombosi, danni al fegato e ai reni, problemi respiratori. Oltre a questi, si legge nel rapporto, esistono i rischi legati direttamente all’estrazione dell’ovulo, come l’infezione o la perforazione dell’organo. I rischi di trombosi sono, tra tutti, particolarmente allarmanti: una ricerca condotta da un team di ematologia di Padova ha rivelato che le trombosi causate da iperstimolazione ovarica per produrre più ovociti possono portare a infertilità, amputazione di arti e in alcuni casi addirittura alla morte, com’è effettivamente accaduto (vedi box a destra). I casi studiati dai ricercatori italiani sono di donne giovani e sane: esattamente il tipo di donna richiesto per la vendita di ovuli.
Un altro aspetto inquietante è che le donne che decidono di vendere gli ovuli potrebbero mettere a rischio la loro salute per nulla. Stephen Minger, ricercatore sulle cellule staminali al King’s College di Londra, sostiene che il lavoro sugli ovuli umani è ancora all’inizio ed è «molto, molto prematuro incoraggiare le donne a dare i propri ovuli per la ricerca». Il metodo di estrazione degli ovuli, spiega, «richiede l’uso di ormoni potenti e l’inserimento di un ago attraverso le pareti dell’utero». E aggiunge: «Non sono il solo a sostenere che sia necessario perfezionare questo tipo di tecnologia prima di chiedere alle donne di farsi avanti. È troppo presto».
Non c’è infatti ancora chiarezza su quali siano i motivi che hanno spinto la Hfea a dare il via libera a questo tipo di "donazioni". «L’unico scopo della Hfea – ci dice la Quintavalle – dovrebbe essere quello di salvaguardare i donatori. Il loro ruolo non è fornire il materiale alla lobby della ricerca». Ovviamente «esistono interessi economici che spingono a simili decisioni. I ricercatori sono sotto pressione perché devono raggiungere risultati e garantirli alle sempre più numerose società che investono nei loro esperimenti. Non siamo ai livelli americani, ma ci stiamo avvicinando».
La ricerca nel campo delle cellule staminali in Gran Bretagna è finanziata per la maggior parte dallo Stato attraverso il Medical Research Council e da enti filantropici dediti alla ricerca medica. Ma negli ultimi tre anni sono apparsi sulla scena investitori privati che tentano di spingere la ricerca: tra questi, i più conosciuti sono Reneuron, StemcellSciences e Novathera.
Il processo sembra dunque inarrestabile. L’estate scorsa la Hfea era stata criticata perché aveva garantito a un team di Newcastle – lo stesso che clonò il primo embrione da un ovulo ottenuto con fecondazione artificiale – la licenza di offrire trattamenti in vitro "scontati" alle pazienti che garantivano di donare ovuli alla ricerca. Non solo: in novembre allo stesso centro era stata concessa la prima licenza in Gran Bretagna per accettare l’offerta di tutte le donatrici, anche quelle non sottoposte già a trattamento per fecondazione in vitro. La Hfea si giustificò dicendo che «permettere di accettare una donazione altruistica per la ricerca non influenzerà la decisione finale su questo soggetto».
La Hfea ha potuto godere in questi mesi dell’appoggio della British Fertility Society, secondo la quale la ricerca che utilizza ovuli è fondamentale perché rappresenterebbe un’enorme potenzialità in vista della cura di malattie gravi. A spalleggiare l’authority britannica è stata anche la British Medical Association, che raccoglie i medici del Regno Unito: Tony Calland, presidente del comitato etico, ha dichiarato che è «importante informare le donne e che non venga fatta su di loro alcuna pressione. Detto questo, non vedo perché la ricerca non debba andare avanti». Lui non vede, ma la realtà è che le sperimentazioni su embrioni umani (ottenuti da ieri anche con ovuli comprati e venduti) non hanno dato sinora alcun risultato clinico. Zero. Ma certa scienza e le lobby che la alimentano hanno fame di embrioni, e di ovuli. E quindi, perché rifiutarglieli?
Oltre ai rischi per la salute delle donne e le problematiche etiche e morali, non va sottovalutato l’elemento della «commercializzazione degli ovuli» che potrebbe spingere donne in ristrettezze economiche a fare scelte tutt’altro che "altruistiche", come vorrebbe la Hfea. L’allarme è stato lanciato dalla Società per la protezione del bimbo non nato: «Sarebbe davvero uno scenario da incubo». Come non condividere?