«Ridaremo alla scienza il posto che le spetta di diritto e piegheremo le meraviglie della tecnologia per migliorare le cure sanitarie e abbassarne i costi». Così il neoeletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nel discorso di insediamento che martedì ha tenuto incollato al video il mondo intero, ha accennato alla questioni scientifiche ribadendone il ruolo cruciale per lo sviluppo sociale presente e futuro.
Solo tre giorni prima dell’insediamento aveva ricordato di voler porre fine al blocco dei finanziamenti pubblici alla ricerca sulle cellule staminali embrionali deciso dall’ex presidente Bush, auspicando però, un intervento «bipartisan» del Congresso, mentre durante la campagna elettorale aveva definito priorità centrale della sua amministrazione «rafforzare la leadership degli Stati Uniti in campo scientifico, tecnologico e dell’innovazione». Una posizione che ha fatto discutere, su un tema che costituirà uno dei banchi di prova decisivi di queste prime settimane di mandato presidenziale.
A poche ore dall’insediamento sul tavolo di Obana è arrivata la lettera dei vescovi statunitensi con l’invito a non cambiare l’attuale legislazione sulla vita perché - come ha scritto il presidente della Conferenza episcopale americana, cardinale Francis George - «queste politiche potrebbero introdurre importati fattori negativi e di divisione nella vita nazionale, in un momento in cui dobbiamo unirsi per affrontare le gravi sfide che minacciano il nostro popolo».
La questione è tutta aperta. L’auspicio è che il muro contro muro possa essere superato dagli avanzamenti tecnici - tanto lodati da Obama - che finalmente oggi lo consentono. Va ricordato al neoeletto presidente Obama che proprio la sua nazione, con l’opera di James Thomson e colleghi dell’Università del Wisconsin, ha posto nel novembre del 2007 una pietra miliare nell’evoluzione della ricerca scientifica sulle staminali arrivando a ottenere da cellule adulte già differenziate della pelle cellule simili alle embrionali attraverso un processo di riprogrammazione genetica.
Parallelamente all’équipe giapponese guidata da Shinya Yamanaka, infatti, e anche se con varianti nella tecnica, gli americani hanno ottenuto le prime «cellule staminali pluripotenti indotte» (nell’acronimo inglese «Ips») umane attraverso l’identificazione di 4 geni capaci di innescare il processo «a ritroso» fino allo stadio primordiale, dopo averli introdotti nelle cellule mediante vettori virali. Era stato proprio lo stesso Thomson, nel 1998, ad annunciare di aver coltivato in vitro staminali ottenute da embrioni umani, aprendo il dibattito infuocato degli anni successivi che ben conosciamo su ciò che era eticamente lecito o meno nella ricerca in questo settore. Dunque, lo stesso pioniere americano della medicina rigenerativa ha aperto il campo contribuendo al felice esito di questa battaglia culturale. Perché, se gli avanzamenti continueranno a confermarlo, le Ips permetterebbero in futuro di produrre linee cellulari su misura per ogni paziente, senza rischio di rigetto e, ovviamente, necessità di distruggere embrioni umani.
È bene a questo punto ricordare i primi risultati incoraggianti di questo promettente filone di ricerca. La comunità scientifica internazionale non si è lasciata sfuggire l’occasione di approfondire e migliorare il metodo capace di ringiovanire qualsiasi cellula il cui potere curativo sia stato già testato negli animali. Metà degli studi a livello mondiale sono ormai incentrati sul tentativo di spostare indietro l’orologio biologico nel modo più semplice possibile, cercando di risolvere i rischi legati a tecniche quali l’introduzione di geni e la manipolazione attraverso l’utilizzo di virus che possono promuovere una crescita incontrollata delle cellule e portare così allo sviluppo di tumori.
Alla Harvard University hanno scoperto un nuovo sistema in grado di migliorare centinaia di volte il rendimento della strategia di ringiovanimento delle cellule adulte rimuovendo blocchi automatici che ostacolano il processo mediante alcune molecole come la 5-azacitidina, un farmaco impiegato nella cura delle mielodisplasie. Un altro team dell’Harvard Stem Cell Institute e del Massachusetts General Hospital ha ottenuto invece Ips mediante l’impiego di adenovirus che, dopo la riproduzione cellulare, scompaiono senza lasciare traccia e non creano problemi come i retrovirus che si integrano nel dna.
Ma, soprattutto, dobbiamo ricordare la lunga serie di sperimentazioni già vincenti sui modelli animali, come il lavoro di Vania Broccoli e Bruno Di Stefano dell’Istituto San Raffaele di Milano, in collaborazione con il Mit (Massachussets Institute of Tecnology) di Boston, dove si è riusciti a riprogrammare i fibroblasti della pelle, cellule adulte differenziate, in Ips. Nello specifico, queste cellule sono diventate in vitro neuroni dopaminergici, cioè proprio quegli elementi la cui funzionalità viene persa nel morbo di Parkinson. Trapiantate in topi affetti da questa malattia neurodegenerativa, esse sono state capaci di rimpiazzare i neuroni alterati, migliorando sensibilmente i disturbi motori dell’animale. Nell’ambito della medicina rigenerativa, dunque, la scoperta delle Ips ha consentito alla ricerca mondiale di avanzare a pieno ritmo in nuove direzioni, ampliando così enormemente gli orizzonti di applicazione. E l’America ha abbracciato con convinzione questa strategia innovativa, di cui il presidente Obama non può non tener conto.