Si è sentito in dovere di scendere in campo per difendere la sua "creatura", ammettendo così che qualche problema, in effetti, c’è. Stiamo parlando di Etienne-Emile Baulieu, il padre della pillola abortiva, conosciuta da sempre come Ru 486, e, più recentemente, come "kill pill", la pillola che ha ucciso almeno 12 donne nel mondo occidentale e non sapremo mai quante nel Terzo Mondo. Il 13 aprile scorso sul New England Journal of Medicine (NEJM), la più prestigiosa rivista scientifica medica internazionale, è apparsa una lettera di Baulieu, per certi versi sorprendente. Baulieu critica addirittura l’Organizzazione mondiale della sanità, rea di aver raccomandato procedure di aborto medico mai approvate da alcuna agenzia regolatoria. Nel 2003, in effetti, l’Oms ha pubblicato una guida all’aborto in condizioni di sicurezza, in cui venivano indicate varie dosi e modalità di somministrazione dei due farmaci che, combinati, procurano l’interruzione di gravidanza. È veramente curioso che solo dopo tre anni – e dopo almeno 12 morti documentate – Baulieu si sia reso conto che non tutte le procedure consigliate dall’Oms erano state debitamente approvate. In particolare Baulieu mette sotto accusa la somministrazione vaginale di uno dei due farmaci, il misoprostol, che potrebbe aver facilitato, secondo lui, la rarissima infezione da Clostridium sordellii, per cui sono morte sicuramente almeno cinque donne nel Nord America, dopo aver abortito con la Ru 486. Ed è sempre Baulieu a spiegare che in Svezia e Gran Bretagna, quando si usa la via vaginale per il misoprostol, alle donne viene fatta seguire di routine una profilassi antibiotica.
La notizia lascia perplessi: di antibiotici di routine negli aborti con la Ru 486 non si era mai parlato in modo esplicito, neppure nel caso di somministrazione vaginale, mentre è stato ampiamente spiegato che di prassi si usano gli antidolorifici, a volte anche la morfina. Pure Didier Sicard, Presidente del Comitato Nazionale di Etica francese, ed esperto di Aids, sostiene fortemente l’uso degli antibiotici per chi adoperi i farmaci abortivi, indipendentemente dalle modalità di somministrazione. Lo aveva scritto lo scorso dicembre negli Annals of Pharmacotherapy, e lo ha ripetuto in una lettera, pubblicata sul NEJM insieme a quella di Baulieu; il suo interesse all’argomento è personale: sua figlia è una delle donne morte in California dopo l’aborto chimico, proprio per un’infezione da Clostridium sordellii.
Se l’informazione fosse completa e corretta, quindi, a una donna che volesse abortire, in nome della libera scelta, si dovrebbe porre la seguente domanda: «Preferisci un intervento di aspirazione di pochi minuti in anestesia locale, o in sedazione, oppure un aborto che dura dai tre ai quindici-venti giorni, in cui non sai quando espelli l’embrione (ma potresti vederlo una volta espulso), non sai quando ti si svuota l’utero, per il quale devi prendere mifepristone più misoprostol più antidolorifici più antibiotici, con una mortalità dieci volte maggiore rispetto all’altro metodo?».
Ma le sorprese non finiscono qui. Baulieu e Sicard parlano anche delle dosi più adeguate da somministrare. In particolare Baulieu raccomanda di utilizzare una dose maggiore di Ru 486, pari a 600 mg, anziché quella minore di 200 mg, consigliata dall’Oms e somministrata abitualmente nella gran parte dei Paesi in cui è diffuso l’aborto chimico, specie in quelli in via di sviluppo, più poveri, in cui a quantità minori corrispondono ovviamente anche costi minori. Baulieu sostiene l’utilizzo della dose di 600 mg citando dati forniti dalla compagnia che produce la pillola, presumibilmente non recenti, dei quali non viene dato alcun riferimento bibliografico. La letteratura scientifica abbonda di pubblicazioni in cui si afferma che le due dosi di Ru 486 sono egualmente efficaci nel procurare aborti, ed è ovviamente a partire da tali dati che l’Oms indica la dose inferiore. Adesso Baulieu suggerisce che dosi minori di Ru 486 potrebbero essere meno efficaci: perché porre il problema solo ora, quando anche l’Oms ha aderito alla prassi consolidata della dose minore? Forse perché adesso pesano le morti?
Sull’argomento sono pubblicate altre due lettere, nello stesso numero del NEJM. In una si comunica la morte di due donne negli Usa per infezione da Clostridium sordellii, dopo un aborto spontaneo al secondo trimestre di gravidanza. È naturale quindi chiedersi se la rara infezione possa essere legata al processo abortivo, indotto o spontaneo che sia. L’ultimo contributo è una risposta degli specialisti del settore, i quali respingono l’idea di inserire gli antibiotici nella procedura dell’aborto con la pillola: non è detto che siano sufficienti a far fronte all’infezione letale, e inoltre aumenterebbero i rischi di eventi avversi, soprattutto reazioni allergiche, a cui si esporrebbero le donne con una profilassi antibiotica.
E intanto continuano le segnalazioni di infezioni atipiche legate all’aborto chimico, come quella registrata in una donna di venti anni in Nuova Zelanda, fortunatamente non mortale. Interessanti scambi di lettere fra supporter e avversari della "kill pill" sono apparsi di recente anche sulla rivista Annals of Pharmacotheraphy: Richard Hausknecht, direttore medico dei Laboratori Danco – la compagnia che negli Usa distribuisce la Ru486 – riprende un tormentone caro ai sostenitori dell’aborto chimico: la mortalità da parto è 12 volte maggiore di quella per aborto indotto. Ma per una donna che ha già deciso di interrompere la gravidanza, e che quindi si trova a scegliere come abortire, i dati sulla mortalità da parto hanno la stessa importanza di quelli per incidente aereo: non la riguardano. Il surreale paragone fra le due mortalità, quella da parto e da aborto indotto, suggerisce invece che diventare madri è estremamente pericoloso, sempre e comunque, e svela il pregiudizio negativo nei confronti della maternità, vista come un evento a cui "sopravvivere".
Adoperando la stessa logica, potremmo concludere che il massimo della pericolosità è vivere, visto che comporta una mortalità del 100%.