Stavolta la notizia si è diffusa con discrezione, seguendo le vie normali della comunicazione scientifica, senza clamori mediatici né squilli di tromba. Ma è indubbiamente un fatto nuovo: una linea di cellule staminali è stata ricavata da embrioni umani apparentemente non più vitali, senza quindi distruggere quelli adatti all’impianto in utero. Il team di scienziati autori della scoperta è guidato dal serbo Miodrag Stojkovic, il veterinario ricercatore noto per aver fatto parte del gruppo che annunciò per primo la clonazione di un embrione umano, all’Università inglese di NewCastle.
Una clinica specializzata nella fecondazioni in vitro, la NewCastle Fertility Centre of Life, ha donato al suo staff 161 embrioni freschi, ceduti per la ricerca da loro pazienti. Di questi, 29 si sono sviluppati, mostrandosi adatti ad un eventuale impianto in utero, mentre di 132 si è osservato un arresto della loro divisione integrata, in tempi diversi: (119 dopo tre-cinque giorni dalla fecondazione, e 13 dopo 6-7 giorni) in clinica sarebbero stati scartati e gettati via.
Da tutti gli embrioni sono state ricavate otto linee cellulari staminali embrionali, una delle quali proprio da quelli ritenuti non più vitali. Nell’articolo sulla rivista scientifica Stem Cell del 21 settembre, in cui è stato illustrato il lavoro svolto, gli autori chiariscono che evidentemente anche negli embrioni in cui si era bloccata la crescita qualche cellula ancora viva e sana ha avuto possibilità di svilupparsi fino a diventare linea cellulare.
La pubblicazione di Stem Cell dimostra ancora una volta quanto la politica sia determinante per orientare la ricerca: i fondi pubblici americani non sono disponibili per studi che comportino la morte dell’embrione, e finché questo sarà l’orientamento almeno dell’amministrazione Bush – visto che l’Europa ha sconsideratamente cambiato strada – non mancheranno certo i laboratori che cercheranno nuove strategie per poter accedere ai finanziamenti negati.
Diverse le obiezioni poste da alcuni ricercatori: una è la bassa resa del processo (una linea da 132 embrioni), e l’altra è che se gli embrioni avessero arrestato la loro crescita perché danneggiati, difficilmente le linee cellulari sviluppate sarebbero di buona qualità.
Ma una delle conseguenze principali di questo lavoro sta proprio nella messa in discussione degli attuali criteri con cui un embrione si definisce morto: Robin Lovell-Badge, per esempio, del National Institute of Medical Research a Londra, ha dichiarato a The Guardian che i ricercatori non possono essere certi della morte di un embrione. «Non hanno nessuna prova che da quest’embrione, una volta impiantato nell’utero magari uno o due giorni prima, non si sarebbe sviluppato un bambino».
Dello stesso parere Maria Luisa Di Pietro, copresidente dell’associazione Scienza & vita, che al recente convegno sulle staminali promosso dalla Federazione internazionale associazioni medici cattolici e dalla Pontificia Accademia della Vita ha presentato un contributo scientifico proprio sull’argomento: «Premesso che un embrione non impiantabile non è un embrione morto, viene indicato da Landry e Zucker come criterio di morte dell’embrione "l’arresto organico e integrato del suo sviluppo in modo irreversibile ad uno stadio multicellulare come quello raggiunto in quinta giornata dalla fecondazione, pur in presenza di alcune cellule vive". Tale criterio, oltre a dover essere valutato innanzitutto su modelli animali, non risolve la questione delle cellule ancor vive. Infatti, dal momento che si tratta di cellule totipotenti, non si esclude che in condizioni particolari non si sviluppino in un individuo umano completo».
Si potrebbe obiettare che siamo nella stessa situazione della donazione di organi: il paziente è ancora in vita, ma destinato a morte certa nel giro di brevissimo tempo, per cui qualche organo ancora funzionante viene prelevato e donato a chi potrebbe vedersi salvata la vita.
«La situazione è del tutto differente sia nel caso della donazione di organi, sia per la logica insita al concetto di donazione sia per le modalità di accertamento della morte che richiede di appurare con criteri rigidissimi la morte effettiva della persona. Questo non sembra essere ancora possibile per l’embrione (e si corre, tra l’altro, il rischio gravissimo di esporlo a morte certa nel momento in cui valutato il suo stato non gli si consenta di svilupparsi). Ed ancora, nel caso della donazione di organi non c’è mercato – legale, almeno –, non ci sono pressioni da parte di lobby di nessun tipo, il donatore e il ricevente hanno una loro precisa identità e sono tutelati da protocolli trasparenti e facilmente controllabili. Le linee cellulari staminali embrionali sono, invece, al centro di interessi scientifici ed economici di dimensioni gigantesche: proviamo ad immaginare la situazione in cui si potrebbero trovare quei ricercatori chiamati a decidere se trasferire in utero un embrione o dichiararlo morto, pressati dalla possibilità di poterlo utilizzare liberamente per la ricerca».