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Intervista a Rodolfo Proietti
(21 luglio 2008)
«Lo stato vegetativo non è malattia terminale»
di Enrico Negrotti
«Lo stato vegetativo non è una malattia che porta a morte, quindi i pazienti non sono malati terminali. In questi casi interrompere l’alimentazione non ha alcun fondamento medico». Rodolfo Proietti, docente di Anestesia e rianimazione all’Università Cattolica di Roma e direttore del Dipartimento emergenza e accettazione (Dea) del Policlinico «Gemelli», non condivide alcuni presupposti che hanno portato alla decisione dei giudici di lasciar morire Eluana Englaro e trova fuorviante anche il riferimento all’irreversibilità dello stato vegetativo (SV): «Si tratta di una gravissima disabilità, ma la definizione di permanente, che caratterizza una prognosi, non è più utilizzato dai neurologi, in favore del termine persistente o cronico, che fotografa la situazione attuale».
Professor Proietti, i giudici hanno deciso che è possibile interrompere l’idratazione e l’alimentazione artificiali, in quanto si tratta di una terapia, che come tale può essere rifiutata. È d’accordo? Direi di no. Di solito si parla di rifiuto delle cure in pazienti malati di tumore, per esempio, che non vogliono sottoporsi a un intervento chirurgico; oppure in pazienti con insufficienza renale cronica che non vogliono più effettuare la dialisi. Ma in questi casi, è l’evoluzione della malattia a portare alla morte il paziente. Ma se si sospende l’alimentazione e l’idratazione a un paziente in SV, non c’è nessuna malattia che determina la morte della persona. Pertanto, non si può nemmeno dire che si lascia morire, perché è proprio la sospensione dell’atto assistenziale rappresentato da idratazione e nutrizione a determinare la morte. Va ribadito che l’alimentazione artificiale è un atto assistenziale, e che se anche viene prescritto da un medico, non è una terapia medica in senso classico: può essere eseguito anche a casa.
Nel decreto della Corte d’Appello di Milano e dalla sentenza della Cassazione, si ricorda che l’atto medico è «illecito» a meno che non abbia il consenso del paziente, «al di fuori dei casi di trattamento sanitario per legge obbligatorio o in cui ricorra uno stato di necessità». Cosa ne pensa? Nessun paziente in SV può dare il consenso e le varie proposte sul testamento biologico divergevano proprio sulla possibilità o meno di includere l’alimentazione e l’idratazione fra i trattamenti che si possono rifiutare. Ma va ricordato proprio lo stato di necessità: nelle condizioni in cui ci sia un immediato pericolo di vita, il medico ha il dovere di intervenire indipendentemente dal consenso. Del resto l’emergenza è qualcosa di imprevisto e in questo caso il medico ha il dovere di intervenire. Ma nel caso di Eluana già sappiamo che è la decisione di non alimentarla a causare la morte: nutrire è assistenza di base, non finalizzata alla cura di una malattia, ma necessaria per la sopravvivenza, e dovuta a tutti. Pensiamo per esempio a un paziente che può mangiare ma che non può muovere le braccia: nutrirlo diventa forse un atto terapeutico? O non è piuttosto assistenza, dovuta, a una persona? Il paziente in SV in genere non è in grado di alimentarsi per una grave disabilità e quindi viene nutrito per altre vie.
Eppure si è sentito dire che la sospensione di queste cure non rappresenta altro che il far riprendere alla natura il suo corso verso la morte, che è stato interrotto dall’intervento dei medici della rianimazione. Non è così? Certamente no. La sospensione di alimentazione e idratazione non determina la ripresa di una «evoluzione» dello SV, non c’è una malattia che progredisce e che può causare la morte. Lo SV è una situazione cronica di grave disabilità, ma non incompatibile con la vita: non è una causa di morte, basta nutrire queste persone.
Nel caso di Eluana si è accennato alla necessità di trasferirla in hospice, perché quando si troverà senza sondino sarà una malata terminale. È un procedimento corretto dal punto di vista medico? No, perché non è corretta la definizione di malato terminale. Un paziente è in fase terminale quando, indipendentemente da ogni nostro sforzo e cura, la malattia è giunta a un punto tale per cui la progressione verso la morte è ormai irreversibile, e giungerà nell’arco di pochi giorni o settimane.
Il decreto della Corte d’Appello – una volta tolto il sondino a Eluana – suggerisce, tra l’altro, di umidificare le mucose ed evitare il disagio della carenza di liquidi, per garantire un accompagnamento dignitoso. È un comportamento adeguato? Questa è una contraddizione con il comportamento del medico. Se io verifico una sofferenza o in conseguenza di un atto terapeutico o per la condizione patologica, cerco di eliminare la causa. Se c’è denutrizione e disidratazione, il trattamento è reidratare e nutrire, cioè rimuovere la causa della sofferenza. Se si impedisce l’atto terapeutico, ci si limita a trattare i sintomi: credo che si tratti di un modo per dare un senso di cura medica a una morte dove non può esservi una corretta assistenza medica.
Da un certo punto di vista, sembrano finire «sotto accusa» gli interventi di rianimazione, quando non riescano a far recuperare la piena salute. Si può stabilire quando dovrebbero essere interrotti? Di fronte a una persona che ha subito un arresto cardiaco o un trauma cranico grave, le tecniche di rianimazione cardiorespiratoria vengono attuate in modo massimale per cercare di recuperare il paziente. Ma nessuno di noi medici è in grado di prevedere se questo intervento condurrà a uno SV. La maggior parte dei pazienti dopo il coma e lo SV entro un anno recupera la vigilanza. In caso diverso lo SV diventa cronico.
E si può ritenerlo permanente, cioè irreversibile? Nessuno può dare certezza di irreversibilità di uno SV cronico. Sempre più spesso assistiamo a recuperi anche a distanza di anni dall’evento. Quindi scientificamente si parla di SV persistente, un termine che fotografa la condizione dell’oggi, e non permanente, che sembra una prognosi di irreversibilità, definizione che attualmente anche i neurologi rifiutano. Solo della condizione di morte cerebrale c’è una certezza di irreversibilità.
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