Intervista ad Adrian Owen (03 agosto 2008)
Owen: «I pazienti come Eluana sono coscienti»

di Viviana Daloiso

È il nodo centrale del ricorso presentato giovedì dalla Procura generale di Milano in Cassazione e del dibattito medico-scientifico degli ultimi anni: lo stato vegetativo è una condizione irreversibile? Parafrasando: è possibile, da pazienti che versino in queste condizioni, ottenere risposte che diano conto di una residua possibilità di percepire impulsi dall’ambiente esterno? La risposta di Adrian Owen, responsabile dell’unità neurologica dell’Università di Cambridge, è sì. Ed è diventata fondamentale nella vicenda di Eluana, da quando il sostituto procuratore Maria Antonietta Pezza ha citato gli straordinari risultati della sua ricerca per spiegare come nella vicenda Englaro non si sia tenuto conto dei passi avanti compiuti dalla scienza dopo il 2001, cioè quando fu redatta l’ultima relazione sullo stato di salute della ragazza.

Nel 2006, tra il clamore del mondo scientifico e dei media di mezzo pianeta, Owen ha infatti dimostrato – dati di una sperimentazione di lungo corso alla mano – un fatto fino a quel momento impensabile: i pazienti in stato vegetativo sono in grado di avvertire quello che accade intorno a loro.

Di più: possono anche capire quello che viene loro detto, e compiere – a livello cerebrale – determinate azioni, quali correre o mangiare. «Siamo arrivati a questa scoperta utilizzando un metodo innovativo – spiega il ricercatore britannico, che non conosce la vicenda di Eluana e in quanto medico non intende esprimersi sulle implicazioni "etiche" del trattamento degli stati vegetativi –, una particolare applicazione della risonanza magnetica che chiamiamo "funzionale" e che ci permette di individuare le porzioni di cervello che si attivano in seguito alla somministrazione di un impulso, in questo caso delle frasi che pronunciavamo».

L’esperimento si sviluppa in maniera piuttosto semplice: dopo la risonanza, viene operato un confronto fra gli esiti del monitoraggio effettuato su un paziente in stato vegetativo (nel caso della prima ricerca di Owen, pubblicata su <+corsivo>Science<+tondo>, una ragazza di 23 anni protagonista di un terribile incidente stradale come Eluana) e di quello su un paziente sano. «Ci siamo resi conto che, alla richiesta di compiere mentalmente delle azioni elementari, le aree cerebrali che si attivano nei due pazienti sono esattamente le stesse. Un fatto fondamentale per due ragioni: il paziente in stato vegetativo dimostra di essere cosciente (e questo non era mai stato provato prima) e, ciò che è sbalorditivo, di comprendere il senso delle parole che gli vengono rivolte, addirittura di conservare una memoria delle azioni che erano normali nel suo passato».

È il caso di una partita di tennis, o della disposizione delle stanze nella propria casa: sollecitata su questi punti, la prima paziente di Owen a livello cerebrale attivava le aree della coordinazione e dei movimenti «giocando – come scherza il ricercatore britannico – di dritto e rovescio nella sua testa».

A oggi l’équipe di Owen ha monitorato 17 pazienti in stato vegetativo, rilevando in essi diversi tipi di reazioni: «Alcuni rispondono in maniera impressionante agli stimoli proposti, altri in modo più tiepido, alcuni danno segni flebilissimi di coscienza. Per questo è importante sottolineare, quando si parla di stato vegetativo, che non esiste un paziente uguale all’altro e che ognuno di essi va trattato come un caso a se stante, senza generalizzare». La tecnica della risonanza funzionale, inoltre, è in via di perfezionamento: «Speriamo presto di saper rispondere a domande ancora più difficili sullo stato vegetativo, per esempio sul fatto che questi pazienti provino sensazioni di gioia o di sofferenza, e in quali situazioni. E che il nostro protocollo concorra alla formazione di un metodo standard, internazionalmente riconosciuto per l’analisi dei pazienti in stato vegetativo in seguito a lesioni cerebrali».