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Intervista al dottor Zaninetta
(05 settembre 2008)
«Gli hospice non sono
strutture di morte»
di Francesca Lozito
Lo preoccupa il fatto che nella vicenda Englaro gli hospice, le strutture residenziali per malati terminali, siano stati spesso e volentieri coinvolti a sproposito nel dibattito mediatico. Per questo ha deciso di parlare, a due mesi dalla sentenza del Tribunale civile in cui si dispone che gli ultimi giorni di vita di Eluana debbano essere trascorsi proprio in una struttura di questo genere. Ma non si spiega il perché questo debba accadere. Giovanni Zaninetta è il presidente della Società italiana di cure palliative, nonché il direttore dell’hospice della Casa di cura Domus Salutis di Brescia.
«Non vorrei mai – afferma – che nel momento in cui si dovesse verificare in Italia la disponibilità di una struttura ad accogliere la giovane, l’opinione pubblica si facesse un’idea degli hospice come luoghi di morte. Chi ci conosce sa che, paradossalmente, ma solo all’apparenza, siamo proprio il contrario di questo».
Dottor Zaninetta, si è dato una spiegazione del perché la sentenza del Tribunale civile che dispone l’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione per Eluana Englaro vi abbia tirati in ballo? Posso pensare che il giudice sia stato animato da un sentimento di reale compassione nei confronti della situazione di questa giovane donna. Ma in questo modo ha posto la comunità dei palliativisti in una posizione alquanto difficile.
Perché? Perché ha finito per concentrare sulle nostre strutture e sul personale che lavora al loro interno la responsabilità di un gesto, interrompere l’idratazione e l’alimentazione, sul quale, per quanto se ne discuta e per quanto clamore abbia suscitato, non si è raggiunta una posizione unanime.
Iniziamo allora a fare chiarezza: in hospice vengono spesso ricoverate persone in stato vegetativo? No, per loro c’è, o almeno ci dovrebbe essere, un altro tipo di strutture di ricovero a loro dedicate. Noi curiamo prevalentemente i malati affetti da patologie cronico degenerative, soprattutto oncologici, nella fase di irreversibilità con una breve prognosi di vita. Ma vorrei precisare un’altra cosa.
Prego. All’interno del nostro movimento emerge la necessità di superare l’idea che le cure palliative possano essere solo le cure degli ultimi giorni. Mi spiego: non basta fare una buona terapia del dolore, dare un sedativo, ad esempio, per fare una buona palliazione.
Ci spieghi che cosa vuol dire. Vuol dire che le cure palliative non sono riconducibili solo ad una terapia, per quanto competente ed efficace dei sintomi, ma devono offrire ad ogni malato un insieme di cure mediche, di supporto psicologico, sociale e anche spirituale, senza trascurare la famiglia. Una presa in carico di questo genere comporta un periodo molto più lungo degli ultimi giorni di vita.
Ed anche un lavoro di assistenza molto più complesso. Qual è in questo senso l’obiettivo? Quello di dare un valore alla vita di ogni persona, di restituirgli dignità. Cicely Saunders, la fondatrice, diceva ai malati: «Tu sei importante perché sei tu e sei importante fino alla fine».
Quanto bisogno c’è in Italia di questo genere di cure? C’è soprattutto un vuoto da colmare al sud, sia nelle strutture residenziali che nella cura a domicilio. Potrebbe risultare utile in questo contesto estendere ad altre regioni provvedimenti come quello sull’Ospedalizzazione domiciliare approvato dalla Lombardia. Occorrerebbe ridefinire livelli essenziali di assistenza omogenei su tutto il territorio nazionale, come prevedeva il provvedimento del marzo scorso, recentemente sospeso per problemi finanziari; speriamo che quanto approvato venga ripreso nel nuovo decreto governativo: il sottosegretario Francesca Martini ci ha fornito delle forti rassicurazioni in merito. Ora attendiamo dei gesti concreti.
Proprio la Regione Lombardia si è espressa sulla vicenda Englaro in seguito alla diffida dei legali della famiglia: nessuna struttura l’accoglierà per interrompere idratazione e alimentazione. Che io sappia non ci sono state richieste di questo genere nelle ultime settimane nel territorio in cui anch’io opero.
La vicenda Englaro ha rilanciato l’ipotesi di elaborare una legge sulle direttive anticipate che possa unire perlomeno una parte di maggioranza e opposizione. Ritengo positiva la riapertura del dibattito: quasi due anni fa, la Sicp aveva elaborato un documento sulle direttive anticipate, in cui si è cercato di arrivare a una proposta condivisa. Abbiamo intenzione di far ripartire il confronto al nostro interno. Per questo, abbiamo predisposto un’apposita sessione di studio sui temi etici al congresso nazionale che terremo il prossimo novembre in Sicilia.
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