le relazioni (14 novembre 2008)
Dal Palazzo delusione e indignazione

Angelo Picariello

C’è delusione, indignazione, nelle reazioni politiche, alla sentenza della Cassazione su Eluana Englaro. «Purtroppo – dice il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi – la vita di Eluana non è mai stata considerata degna di essere vissuta. Ma noi continuiamo a pensare che un giudice non possa decidere di dare la morte a una persona, e ad opporci ad ogni forma di eutanasia».

«Ponzio Pilato – è l’ironia amara del vicecapogruppo al Senato del Pdl Gaetano Quagliariello – non abita solo alla Consulta, ma anche alla Corte di Cassazione ». «Una parte della magistratura – denuncia il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano – rifiuta la tutela della vita umana e privilegia forme più o meno velate di eutanasia e di omicidio del consenziente». «Dare all’uomo il potere di decidere la fine della vita è una rivoluzione della civiltà giuridica occidentale», sostiene il ministro Gianfranco Rotondi. Di «decisione sconvolgente» e «condanna a morte» parla il vicecapogruppo alla Camera del Pdl Enrico La Loggia.

Una «condanna a morte firmata dalla Cassazione», anche per Isabella Bertolini. «Sentenza disumana», per Laura Bianconi, vicecapogruppo al Senato. Per il Pdl tira le fila Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera: «Una legge sul testamento biologico era già la logica e inevitabile conseguenza della presa di posizione del Parlamento dopo la sentenza della Cassazione».
Esigenza condivisa dal Pd.

«E la conferma che bisogna colmare una lacuna legislativa», dice Rosy Bindi. «Il Parlamento deve assumersi questa responsabilità. Nel merito – aggiunge l’ex ministro della Sanità – ritengo quanto meno discutibile che l’alimentazione artificiale possa essere considerata accanimento terapeutico. Ma – ribalta in campo avverso le responsabilità – chi oggi si scaglia contro la Cassazione è il principale responsabile di questa situazione perché nella precedente legislatura ha impedito l’approvazione di una legge in materia». Ma il punto è che tipo di legge, non una legge purchessia.

E nel Pd si continua a privilegiare l’idea dell’auto-determinazione: «Questa sentenza – sostiene Anna Finocchiaro, capogruppo a Palazzo Madama – ribadisce la necessità di una legge che garantisca il diritto all’autodeterminazione del paziente». Posizione condivisa dal senatore Ignazio Marino, intestatario della proposta che registra il maggior numero di convergenze nel partito: «La decisione di sospendere tutte le terapie a una persona che si trova in uno stato vegetativo persistente non significa certo commettere un omicidio», azzarda Marino.

Di tutt’altro avviso Francesco Cossiaga. Così, per il presidente emerito della Repubblica «si introduce nel nostro ordinamento l’istituto giuridico dell’eutanasia. Sulla strada già tracciata dalla Consulta ai giudici viene riconosciuto il potere di colmare quelle che ritengono lacune dell’ordinamento giuridico adeguandolo ai mutamenti della coscienza sociale».

Durissimi i commenti dell’Udc. «È incredibile che in uno Stato di diritto si possa assistere a una sentenza che nega il diritto alla vita di una persona», interviene Luisa Santolini responsabile delle politiche per la famiglia. «Siamo di fronte a una situazione raccapricciante», concorda Savino Pezzotta. «La Cassazione autorizza in pratica il primo omicidio di Stato in nome del popolo italiano», afferma Luca Volonté.

Esultano invece i radicali. «Spero ora sia rispettata la sua volontà», dice Maria Antonietta Farina Coscioni, anche se tale desiderio, espresso peraltro in modo non inequivocabile, risale a più di 16 anni fa. «È stato solo rispettata la Costituzione», sostiene l’eurodeputato Marco Cappato. E anche per il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero si tratta di «una sentenza di civiltà».

Anche nel Pdl non mancano posizioni in controtendenza. Auspica una «battaglia di laicità» e «un progetto di legge equilibrato», Margherita Boniver. «Voglio sperare che in Parlamento nessuno cerchi ora una rivincita», dice il deputato Benedetto Della Vedova. Ma per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi «c’è l’esigenza di una legge "leggera", dedicata alla regolazione della fine del ciclo vitale, rispettosa dei diritti della persona e della famiglia, come della responsabilità della professione medica».