La risposta (11 ottobre 2007)
«Su ragioni deboli non si costruisce il bene di tutti»

di Francesco D'Agostino

Si può distinguere un "bene pubblico superiore" dal "bene comune"? Carmelo Vigna (a sua lettera aperta è pubblicata in questa stessa pagina, ndr) non solo è convinto di sì, ma pensa anche che in bioetica sia doveroso fare questa distinzione. Perché? Perché se ci si impegna per il "bene comune" – e se con questo ultimo termine si intende il vero bene di tutti – si litiga e ci si fa male a vicenda, in quanto inevitabilmente sul bene comune abbiamo idee diverse e inconciliabili. Ma se sostituiamo il bene comune col "bene pubblico superiore" – cioè con un bene che sia oggetto di un mero accordo pratico da parte di tutti i membri della comunità – i nostri problemi potrebbero essere tutti risolti. L’importante è "negoziare", il che è possibile solo rinunciando all’uso di ragioni sostantive e servendoci solo di ragioni pubbliche. Il problema – a mio avviso – è che "pubbliche" sono solo le ragioni "deboli", fondate sull’opportunità piuttosto che sulla verità, sul gioco degli interessi piuttosto che sulla testimonianza del bene; quelle ragioni insomma che Benedetto Croce avrebbe qualificato "economiche" piuttosto che "etiche".
Avevo già dichiarato, nella mia critica al Manifesto di Bioetica sottoscritto da Vigna e dai suoi amici (cfr. è vita, 27 settembre), che l’uso della ragione "pubblica" mi trova perfettamente d’accordo, ma solo quando si devono fronteggiare questioni esclusivamente pubbliche (cioè crocianamente "non etiche"). Ma la bioetica – nelle sue problematiche fondamentali – non è riducibile a una "bioeconomia".

Vigna riconosce che la ragione pubblica non la si può usare per negoziare sui "grandi princìpi"; essa ha il suo spazio per la loro applicazione ai casi concreti e per le infinite "questioni minute" che questa applicazione solleva: è a questo livello che egli auspica la ricerca di un "consenso per intersezione" per la bioetica. Egli ci spiega infatti che se si insiste nel ritenere che nessuna questione bioetica possa essere negoziabile si finisce per cadere nel fondamentalismo, come capita a quegli ingenui che pensano che il bene stia tutto da una parte e il male tutto dall’altra.

L’osservazione è assolutamente ragionevole e chiunque abbia esperienza di "bioetica pratica" sa bene che un accordo leale e limpido su tantissime "questioni minute" tra coloro che si rifanno a diverse visioni del mondo è frequente, talmente frequente che fa un po’ sorridere l’idea che alcuni illustri studiosi abbiano ritenuto necessario redigere un «Manifesto» per auspicare che avvenga ciò che avviene già. Il punto è un altro: la bioetica, accanto a numerose e frequenti "questioni minute", attiva questioni che "minute" non sono affatto. Aborto, eutanasia, fecondazione assistita, manipolazioni embrionali rappresentano autentiche questioni epocali, che mettono in gioco la stessa autocomprensione del genere umano. Basta leggere con attenzione quella straordinaria ricerca sociologica che è La condizione fetale di Luc Boltansky: il vero effetto sociologico della legalizzazione dell’aborto, come pratica di massa, va colto nella rapidissima (e, a voler essere pessimisti, probabilmente irreversibile) alterazione di quella che era, prima dell’avvento delle leggi abortiste, la percezione diffusa del valore della vita umana.

Nel mondo anglosassone si discute ormai apertamente sulla praticabilità di una eutanasia "senza" e "contro" la volontà del paziente, nel nome di una razionalizzazione dell’assistenza sanitaria. Lo scenario che sta davanti ai nostri occhi non è quello del confronto tra diverse visioni del mondo, da comporre ragionevolmente col ricorso ad argomenti di "ragione pubblica", ma quello del cristallizzarsi di un modello biopolitico tanto più spaventoso quanto più, almeno in apparenza, "ragionevole". Se, in nome della negoziazione e in ossequio alla "flessibilità" di cui Vigna tesse gli elogi, venisse meno, da parte di chi non si rassegna all’ingiustizia delle leggi abortiste ed eutanasiche, il monito monotono (ma non "massimalista"!, come Vigna sembra pensare) volto a ricordare a tutti che l’etica si sostanzia nel precetto "non uccidere!" si distruggerebbe una dimensione essenziale della stessa coscienza morale del genere umano, come purtroppo tante altre volte è successo nella storia.

Obietta Vigna: in una società moralmente frammentata l’adozione del metodo del massimalismo (ma che io chiamerei della "testimonianza" per la verità) conduce all’immobilità o, talvolta, a vere e proprie catastrofi, a pessime leggi unilaterali. Non è vero. Le normative più catastrofiche dei tempi moderni sono quelle che hanno messo tra parentesi ogni riferimento a verità antropologiche fondamentali, a volte proprio nel nome di una malintesa ragione pubblica: penso alle leggi, orientate al contenimento demografico, che hanno prodotto l’incubo delle missing women in India e in Cina; penso alle leggi che hanno avallato, partendo da "ragionevoli" ragioni pubbliche eugenetiche, sterilizzazioni forzate di uomini e donne anche in molte democrazie occidentali; penso alle leggi che dopo aver introdotto in Olanda e in Belgio l’eutanasia come suicidio assistito stanno assuefacendo l’opinione pubblica all’eutanasia pediatrica e geriatrica; penso alla prassi che vige in illustri ospedali del Regno Unito, quella di "estorcere" (la parola è brutale, ma non ne esiste un’altra più precisa) ad anziani intimiditi e terrorizzati all’idea di un abbandono terapeutico la rinuncia preventiva a terapie di sostegno vitale, nel caso in cui il trattamento loro fornito si rivelasse poco efficace.

L’argomentazione bioetica di Vigna si riduce in fondo alla riformulazione di un’antica massima di saggezza: meglio tollerare un male minore che produrre, ostinandosi nell’impegno per il bene "assoluto", un male maggiore; meglio leggi che rappresentino mediazioni "ragionevoli" (che avallino cioè "alcune" forme di aborto, "alcune" pratiche eutanasiche, ecc.), che leggi perentorie sì nel difendere la vita, ma che potrebbero rivelarsi vittorie di Pirro, ove mutassero gli equilibri parlamentari che le avessero prodotte. È con questo argomento che Carmelo Vigna continua a ritenere accettabile – come ragionevole mediazione – la legge italiana sull’aborto, anche se "si è prestata e si presta ad abusi. Caro Carmelo, purtroppo quelli che tu chiami "abusi" rappresentano una prassi consolidata e costante: in Italia l’aborto (pur contro la chiarissima lettera della legge!) è ritenuto un diritto insindacabile delle donne, anche quando venga richiesto come metodo di limitazione delle nascite o di selezione eugenetica. Su un punto nodale come questo (e che esige un’estrema onestà intellettuale in tutti coloro che vogliano affrontarlo) si sono confrontati tra di loro i firmatari del Manifesto? Penso di no e comunque dubito che vogliano farlo: altrimenti come potrebbero rendere un servizio al nascente Partito Democratico?

 

Umanista al Comitato nazionale di Bioetica

Ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Roma "Tor Vergata", Francesco D’Agostino è stato presidente tra il 1995 e il 1998 del Comitato Nazionale per la Bioetica, di cui attualmente è presidente onorario. Su "è vita" del 27 settembre ha firmato un commento al manifesto di bioetica per il Partito Democratico criticandone vari aspetti e siglandolo con un richiamo kantiano: «Su ciò che ha un prezzo si può sempre trattare, mentre su ciò che ha una dignità non si deve trattare mai».