Il dibattito/1 (18 ottobre 2007)
Bio-burocrati, l'ansia di legiferare sulla vita

di Stefano Semplici

Ci sono, di fronte alle controversie bioetiche, due atteggiamenti in qualche modo simmetrici ed entrambi coerenti con la pratica di un pluralismo forte e leale. Era prevedibile, di conseguenza, che nel dibattito aperto dal Manifesto sul metodo e i contenuti minimi della "ragione pubblica" firmato da alcuni intellettuali cattolici e laici si confrontassero queste diverse sensibilità. La prima è alimentata dalla consapevolezza che una società di "stranieri morali", per citare la celebre espressione di Engelhardt, è una società fragile. In essa sono destinate a sfilacciarsi la trama e infine la stessa volontà di una convivenza autenticamente cooperativa e per questo non solo più equa, ma anche più prospera e, perché no, competitiva.

Le contrapposizioni che coinvolgono a oltranza e con una progressione crescente di reciproca ostilità il senso e i modi del nascere e del morire sono alla lunga insostenibili: ne va delle radici stesse di quell'esperienza di comune appartenenza e di coesione la cui importanza è stata recentemente richiamata dai vescovi italiani. Il dialogo è allora una necessità, se non si vuole far la fine di quel Paese che «va in rovina» perché i suoi abitanti si fanno la guerra e «le sue case crollano una sull'altra» (Lc 11,17). E la ricerca del consenso «per intersezione» che ancora resta fra tradizioni sempre più divaricate va considerata una sorta di imperativo costituzionale: una Costituzione unisce finché uniscono quei valori che fondano l'ordinamento appunto perché vengono prima di esso. A partire dal rispetto della vita e della sua dignità.

C'è però un prezzo da pagare. Quanto più si erode il pavimento etico sul quale poggiano in ultima istanza il consenso alle istituzioni e la loro legittimità, tanto più la condivisione tende a scadere a compromesso che molti possono considerare troppo al ribasso per essere accettabile. È proprio perché si discute della vita e della morte che il dovere della chiarezza appare inderogabile. Non è forse giustificabile il timore che una retorica della condivisione possa diventare l'ultimo stratagemma che nasconde l'impotenza della decisione? Ci sono domande alle quali si deve rispondere infine con un sì o con un no. Un embrione può essere distrutto? L'aborto è un diritto incluso in quello più ampio di tutti i cittadini all'assistenza sanitaria? Un figlio difettoso può essere scartato? Un malato terminale può chiedere al suo medico di violare il giuramento ippocratico e somministrargli il farmaco che uccide? Sembra allora inevitabile puntare su una soluzione diversa e ciononostante ugualmente interna alla logica e alla correttezza del gioco democratico. Su ciò che divide si vota, accettando la regola della maggioranza con assoluta onestà e «senza obbligare né gli uni né gli altri a recedere dall'agire secondo i propri convincimenti», come già spiegava due anni fa il cardinale Ruini nella sua Prolusione al settimo Forum del Progetto culturale. Rawls, d'altronde, non è solo l'ispiratore delle diverse formule del consenso per intersezione. Nel saggio su Un riesame dell'idea di ragione pubblica egli riconosce senza equivoci che la legge della maggioranza va considerata vincolante, ma non necessariamente la più ragionevole o la più appropriata.

Cosicché, per esempio, i cattolici hanno tutto il diritto di continuare a proporre argomenti contro l'aborto, di chiedere e magari ottenere una legge diversa da quella che contestano, pur rispettandola. Ridotte all'osso, queste sono le tesi in campo. I sostenitori dell'una e dell'altra ci richiamano in realtà alla natura complessa della democrazia, che è sempre, allo stesso tempo, mediazione e scelta. Una fedeltà esigente a convinzioni forti non è la zavorra di un oscurantismo illiberale, ma è altrettanto vero che è pericoloso rinunciare all'impegno per un sentimento di condivisione più profondo di quello di una procedura imparziale che consenta di stabilire di volta in volta chi ha vinto e chi ha perso. Soprattutto quando si parla del rispetto della vita. Et...et, dunque, con tutte le difficoltà che ne derivano: l'onere di stabilire il confine politico perché ragionevole del non possumus, le tentazioni di edulcorare o strumentalizzare, lo scarto sempre in agguato fra il buon senso e il senso buono.

Sullo sfondo c'è però un'altra e decisiva questione. Francesco D'Agostino pone una domanda radicale: il metodo della ragione pubblica si adatta alle questioni bioetiche? La bioetica, in altri termini, si riduce alla biopolitica? Questo potrebbe effettivamente diventare lo snodo di un nuovo approccio, una ventata di aria fresca sulle ormai trincerate posizioni sullo statuto dell'embrione o sulla nozione di persona. È bene ripensare il presupposto che tutto possa e debba essere deciso "pubblicamente", così come quello, a esso intrecciato, che il destino della bioetica dipenda tutto e soltanto dalle leggi che vietano piuttosto che consentire. Con una precisazione. C'è davvero una ipertrofia del giuridico che troppo spesso nasconde l'assottigliamento della coscienza morale. E per questo occorre rilanciare con convinzione l'idea che la politica e le sue leggi hanno un limite che non dovrebbero pretendere di valicare. È facile, per esempio, essere d'accordo sull'idea che una morte interamente burocratizzata rischia facilmente di essere meno e non più umana, tanto che quasi tutti continuano a sperarla a casa, vicino a coloro che li hanno amati. Ma questo non significa che le decisioni su come si nasce e si muore possano essere interamente privatizzate o comunque risolte nel rapporto fra una persona e il suo medico, soprattutto quando ne va di un terzo. Si può retrocedere dall'idea che l'uso della ragione pubblica basti da solo a sanare i contrasti senza dover sottoscrivere questa conclusione.Per quanto riguarda i cristiani, in particolare, questa difficoltà vale semmai come stimolo a ripensare la costante sollecitazione della Chiesa a non considerare l'autonomia della sfera civile e politica come autonomia dalla sfera morale, anche se occorrono probabilmente nuovi modi per articolare questo rapporto. Un taglio netto sarebbe la soluzione più comoda proprio per coloro che, anche all'interno del nascente Partito democratico, farebbero volentieri a meno delle continue lacerazioni prodotte dalla "questione bioetica". La biopolitica, è vero, può essere uno dei volti più opprimenti del potere. E tuttavia serve anche la politica per evitare, se non altro, che siano la bioeconomia e i suoi mercati a fare della vita una merce.

 

Chi è

Stefano Semplici è dal 2006 professore straordinario di Etica sociale all'Università
di Roma Tor Vergata, è direttore della rivista Archivio di filosofia e
membro della Internationale Hegel-Vereinigung.