Conviene riprendere un interessante nodo teorico presentato sulle pagine di Avvenire (penso alla riflessione di Stefano Semplici del 18 ottobre) e anche rivolto all’attenta platea della recente Settimana sociale di Pisa, quando Francesco D’Agostino, nella sessione dedicata alla biopolitica, ha rilanciato alcuni interrogativi allarmanti: che relazione è venuta a instaurarsi nella modernità tra bioetica e biopolitica? Fino a che punto l’autonomia della vita custodita dalla sfera etica è stata insidiata e persino soppiantata dal potere politico? Non siamo già di fronte alla scomparsa della priorità del vivente in nome di una sempre più aggressiva presa in carico della vita da parte della politica?
Le domande non sono di poco conto, né attengono alla sfera teoretica del problema, quanto alla sua dirompente ricaduta sul piano della prassi politica e sociale, ben disposta –come da sempre avviene all’interno di ogni fenomenologia del potere – a destrutturare il linguaggio ordinario, alterando la rappresentazione del bios tramite una sintassi neutrale e rassicurante. Il nascituro, per fare un esempio, diventa un generico «prodotto del concepimento», la fine eutanasica della vita umana diventa «interruzione volontaria della sopravvivenza» (come si titola un disegno di legge depositato nel nostro Parlamento), quasi che – qui sta la questione – la cultura (leggi: la politica) avesse finito per inghiottire la natura attraverso un paradigma monista (la biopolitica) in grado di generare, secondo procedure autonome, le determinazioni della vita stessa.
Non è la demonizzazione della politica che si richiede ma lo strapotere dei suoi paradigmi, volti non tanto a ricercare gli accordi tra diverse concezioni bioetiche al fine di produrre leggi e pratiche condivise quanto a immettere la vita stessa nella disponibilità del potere, autorizzato così a dichiarare ciò che è vita e ciò che non lo è. Questa prospettiva – si noti bene – va oltre l’ormai logora contrapposizione tra cattolici e laici, tra "sacralità" della vita e "qualità" della stessa, perché la questione oggi in gioco non può più essere affrontata in nome delle differenti qualificazioni, quanto della sua irriducibile priorità come bene personale, che nessuna invadenza pubblica può dominare. Insomma, prima "c’è" la vita, poi ci sono le organizzazioni della vita, come Aristotele aveva già indicato. O, che è lo stesso, prima c’è la natura, poi la cultura, che certo interagiscono e si intrecciano dentro le pratiche sociali e politiche, ma mai debbono sostituirsi una con l’altra.
È questo, ad esempio, lo scenario che sta sullo sfondo delle strategie culturali dominanti in questi ultimi anni intorno al tema delle Gender Theories. Un tempo considerato il terreno di coltura del femminismo, questa pratica biopolitica, espressa in numerosi documenti dell’Onu e della Ue, si è da qualche tempo orientata a trasformare la natura e i comportamenti sessuali, dove si punta non più a promuovere la "naturale" parità uomo/donna (sorretta dalla convinzione dell’uguaglianza/differenza dei due sessi), ma a inserire e promuovere modelli culturali in cui presentare il concetto di identicità dei gusti e delle inclinazioni fra maschi e femmine, posto al servizio di una ridefinizione "neutra" (non sessualmente differenziata) della natura umana. La differenza uomo-donna, lungi dall’essere un "dato naturale" – così si dice – assume un significato storico e socio-culturale: mentre il "sesso" indica una immutabilità costante nel tempo e nello spazio, il "genere" è l’insieme di quelle caratteristiche, di quei comportamenti culturali sorti come esigenza della vita sociale, sempre più esposta alla fluidità e al cambiamento della propria identità, a cui deve partecipare l’avventura del genere, cifra emblematica dell’autodeterminazione individuale, a prescindere dal dato naturale della propria sessualità. Le recenti leggi regionali della Toscana e dell’Emilia Romagna in tema di libertà di scelta nell’orientamento sessuale sono la prova esplicita di questo nuovo paradigma biopolitico, capace di prospettare scenari antropologici del tutto inediti.
Un primo passo per decostruire queste pratiche biopolitiche può essere quello di riguadagnare l’indipendenza della sfera dell’etica, custode del darsi originario della "nuda vita", prima che le manipolazioni ( scientifiche e politiche) ne rivendichino l’appartenenza. Viene qui in mente una scena narrativa tratta dal primo libro dei Re (1Re 3,16-28), quando il re Salomone esprime la sua decisione giuridica di fronte a un "caso" controverso, legato alla contesa appartenenza di un bambino da parte di due madri. Che sembrano incarnare, l’una, la figura della biopolitica nella pretesa di rispondere al paradigma giuridico che intende applicare la norma di dividere il bambino in due parti, escludendolo così dalla vita; e, l’altra, la figura dell’etica, capace di sospendere il diritto a riprendersi il figlio, pur di restituire al bambino la legittimità previa di continuare a vivere. Un altro modo per dire, forse paradossalmente, che la bioetica ha bisogno innanzitutto di etica e solo in seguito di una corretta legittimazione politica.